Ansa
lettere al direttore
Se l'antifascismo oggi funziona meglio a destra che a sinistra
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
Al direttore - Tornato a casa il corpo dell’ultimo ostaggio israeliano può finalmente partire la fase due del piano di pace per Gaza con il disarmo di Hamas. Cosa può esserci di più efficace che provocare il crollo del regime degli ayatollah in Iran? Cari saluti.
Umberto Bardoscia
Per fortuna, a facilitare quella traiettoria, vi sono ogni giorno migliaia di persone in piazza, in tutto il mondo, a chiedere “all eyes on Iran” e “free Gaza from Hamas”. Le ringraziamo di cuore.
Al direttore - L’Ue, nello scacchiere internazionale, è ancora frammentata: ci sono inermi e sacrificabili pedoni e pochi altri pezzi leggeri. In questa partita, però, il re non si trova a Bruxelles, ma ogni pezzo decide per sé. Per emanciparci dobbiamo creare un’identità nazionale europea, così come avvenne in Italia, costruita attorno a un nemico comune: l’Impero austriaco. I confini europei sono minacciati da almeno due fronti. Sul fronte occidentale dai dazi e dalle pretese degli Usa sulla Groenlandia; invece sul fronte orientale dalla Russia, che minaccia i confini della democrazia. Entrambe le potenze vogliono l’Ue divisa, la prima predica la politica Mega (che, come scriveva il direttore, sembra la politica del “Menga”), chiedendo più potere ai singoli stati; mentre la seconda destabilizza, come è successo in Romania dove le ultime elezioni sono state annullate a seguito di interferenze. Una vera unità europea porterebbe a confrontarci da pari con queste potenze e a non essere tagliati fuori dai processi di pace. L’identità europea deve ancora costruirsi, bisogna dirsi prima europei e poi italiani, come oggi all’estero diciamo di essere italiani prima che lombardi, veneti o siciliani. Questa identità è sempre più necessaria per conservare le nostre democrazie e i nostri diritti. Il nostro obiettivo dev’essere giocare finalmente la nostra partita e che il re della nostra partita siano gli organi democratici dell’Ue. Cordiali saluti.
Alessio Lomma
Al direttore - Commentando le dichiarazioni di Giorgia Meloni sulla Shoah e la complicità del fascismo nelle persecuzioni e deportazioni, lo storico Giovanni De Luna non pare ancora soddisfatto, e infatti, intervistato dal Quotidiano nazionale, osserva: “La presidente del Consiglio si muove con molto senso di opportunismo, guardando allo scacchiere internazionale e a Israele. Questa sua mossa mi pare più una tattica per incassare consenso elettorale e il plauso di Israele”. Non solo. Per De Luna le parole di Meloni non sono un passo avanti, ma solo “un’occasione per rafforzare la presa sui moderati”. Insomma, se la presidente del Consiglio condanna con troppa parsimonia il fascismo, è una nostalgica scellerata; se usa parole nette di biasimo e disapprovazione, è un’opportunista che cerca gli applausi e il voto dell’elettorato centrista. Certi storici, mamma mia che tenacia, non si accontentano mai.
Luca Rocca
Nell’attesa che si formi un soggetto di centro gagliardo, attraente, in grado di competere, Meloni, da tempo, sta cercando di trasformare Fratelli d’Italia nei Cugini della Balena bianca. Non sempre funziona (vedi il populismo sulla Svizzera) ma rispetto alle parole sul 27 gennaio quella possibilità (intercettare più voti moderati rispetto al passato) mi sembra più un effetto che una causa. L’antifascismo, oggi, paradossalmente, sui temi del presente, funziona decisamente meglio a destra che a sinistra. Test: chi a sinistra oggi direbbe che per essere contro l’antisemitismo bisogna essere anche contro l’antisionismo? Ecco.
Al direttore - Attribuire all’Europa la responsabilità delle scelte di Donald Trump sarebbe un errore di prospettiva. Le pressioni americane, dalle minacce di dazi alla retorica muscolare sui territori strategici come la Groenlandia, non nascono da una presunta debolezza europea, ma da una visione politica precisa: l’idea che gli Stati Uniti debbano massimizzare il proprio interesse nazionale, anche a costo di incrinare alleanze storiche. Il problema, quindi, non è la “colpa” dell’Europa, ma la sua condizione. Trump non agisce perché l’Unione è inefficiente o distratta, bensì perché può permetterselo in un sistema internazionale sempre meno regolato e sempre più competitivo. Le sue mosse non sono reazioni difensive, ma iniziative autonome, figlie di una concezione del potere che privilegia il confronto diretto rispetto al compromesso multilaterale. Questo non assolve però l’Europa da una riflessione più profonda. Se le decisioni americane incidono in modo così diretto sugli equilibri globali e sulla sicurezza del continente, è perché l’Unione non dispone ancora di strumenti sufficienti per ridurre la propria dipendenza strategica. Non si tratta di una responsabilità morale, ma di un limite strutturale che emerge ogni volta che le grandi potenze agiscono senza vincoli condivisi. Il caso Groenlandia, pur riguardando un territorio esterno all’Unione europea, è emblematico proprio per questo: dimostra che anche partner storici degli Stati Uniti possono diventare oggetto di pressione geopolitica, indipendentemente dalla solidità delle relazioni diplomatiche. Difendersi dalle pressioni di Trump non significa cercare colpe interne, ma prendere atto del contesto. L’Europa non deve giustificarsi, bensì attrezzarsi: rafforzare la propria autonomia decisionale, ridurre le dipendenze critiche e costruire una capacità di azione coerente con il proprio peso economico e politico. Non per reagire a Trump, ma per essere pronta a qualunque leadership futura.
Pierpaolo Cirigliano, studente universitario