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Lettere

Le parole di Panetta per riportare alla realtà il dibattito sui salari

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

Al direttore - Io credo che la scelta politica dell’Anm di parteggiare apertamente nel referendum del 22 e 23 marzo, fondando finanche il comitato per il No, lascerà profonde ferite nella magistratura sia che all’esito della consultazione riesca ad affermarsi il Sì, ma pure – e maggiormente – se, invece, dovesse prevalere il No. In primo luogo, qualunque risultato avrà comunque portato la magistratura a violare gravemente il principio cardine della separazione dei poteri; in secondo luogo, l’essersi apertamente spesa l’Anm per orientare un risultato diverso da quello voluto dai partiti attualmente al governo, darà ai cittadini l’idea di una magistratura politicamente schierata, essendo accomunata nella campagna referendaria alle forze parlamentari di opposizione; infine la scelta sarà divisiva finanche tra gli stessi magistrati perché, di certo, tra costoro non tutti avrebbero voluto essere esposti così manifestamente, peraltro senza neppure tenersi in debito conto le varie sensibilità esistenti. Grazie della Sua ospitalità.

Vincenzo Agosto, avvocato, già presidente del Consiglio dell’Ordine distrettuale degli avvocati di Catanzaro

 

Tutto vero. Ma l’Anm questo è: un’associazione che si dichiara non politica e che si comporta da partito politico alimentando l’impressione pericolosa che la magistratura non sia estranea alla lotta politica. Servirebbe una class action dei magistrati, forse, contro chi ha trasformato l’associazione dei magistrati in un sindacato a difesa dei magistrati ideologizzati, non della magistratura.


 

Al direttore - Cara signora Letizia Moizzi, considero la difesa del suo caro zio, Indro Montanelli, generosa e affettuosa. Cioè encomiabile, e lo dico senz’ombra d’ironia. Provi però a riferire all’amico Travaglio, caso mai lo sentisse, che la buona educazione del suo Maestro di vita non è mai stata in discussione. Era tutt’altro che cialtrone, Indro Montanelli. Rispettoso delle tradizioni del paese ospite, e inseguito nel contempo dall’offerta dello sciumbasci, stretto a sua volta dalla tradizione, poi vedi mai dai fucili italiani: “Pigliati questa dodicenne – si sentì dire – che quando poi ti scocci la sposa lo sciumbasci”. Avrebbe considerato ineducato respingere l’offerta. Così venne obbligato, il Maestro, a prendere in custodia gli affetti della signorina.

Andrea Marcenaro


 

Al direttore - A proposito della nota querelle su “fiscal drag” e salari compiutamente esposta dal Foglio, a questo punto occorrerebbe fare un passo in più. La contrattazione nazionale e aziendale dovrebbe essere la principale sede del recupero del fiscal drag secondo un’impostazione dei rapporti che si ispiri, “mutatis mutandis”, alla concertazione di Ciampi, avendo comunque presente il ridursi dei margini di intervento della politica fiscale, come ha ricordato il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta nella prolusione tenuta all’Università di Messina. Le più limitate risorse pubbliche spendibili dovrebbero mirare proprio a queste contrattazioni. Ciò comporta un “Patto” che riguardi anche altri aspetti, a cominciare dalla produttività che deve tornare a crescere e i cui aumenti, come ha detto Panetta, vanno equamente ripartiti tra capitale e lavoro. Questa sottolineatura è altresì importante perché, dal punto di vista delle definizioni, non ci si deve fermare, come accade molto spesso sulla stampa (non sul Foglio), alla produttività del lavoro, come se gli altri fattori della produzione fossero esonerati dal fare la propria parte, ma si deve menzionare la produttività totale dei fattori, di cui il capitale è elemento fondamentale. “Verba sunt consequentia rerum”.

Angelo De Mattia

 

Le parole di Fabio Panetta sui salari, di cui ieri ha dato conto perfettamente Luciano Capone, sono molto importanti perché contribuiscono a riportare il dibattito sul tema dei salari su un piano legato alla realtà, lontano dalla logica dei capri espiatori e dall’agenda delle balle. Panetta ha detto che, nonostante il fatto che dal 2019 a oggi le retribuzioni abbiano registrato un calo di 8 punti percentuali in termini reali, “la politica fiscale e la crescita dell’occupazione hanno compensato la perdita di potere d’acquisto delle famiglie”. A questo però ha aggiunto altro. E ha spiegato, con coraggio, perché per aumentare i salari non basta dire genericamente: paghiamo di più tutti. I salari in questi anni, ha detto Panetta, sono rimasti bassi a causa di una “bassa intensità tecnologica” e una “peculiare specializzazione settoriale della nostra economia, che continuano a riflettersi in una dinamica deludente della produttività e dei salari”. I salari, in questi anni, sono rimasti bassi a causa di una “produttività” che “ristagna da un quarto di secolo” e a causa di una “capacità di innovare” che “resta distante dai paesi alla frontiera tecnologica”. Questi freni alla crescita, ha detto Panetta, “si traducono in una dinamica dei redditi e dei salari persistentemente debole, che da tempo limita le scelte e le prospettive delle persone, soprattutto delle donne e dei giovani”. Dal 2000, i salari orari in Italia sono rimasti pressoché fermi in termini reali, contro una crescita del 21 per cento in Germania e del 14 in Francia, e per smuoverli occorre cercare non colpevoli generici: occorre andare alla radice di un problema. E per farlo, nello specifico, “occorre uno sviluppo basato su investimenti, innovazione e produttività, in grado di sostenere salari più elevati e migliori prospettive di lavoro. Lo impongono le trasformazioni dell’economia mondiale. Lo rende necessario il vincolo demografico di un paese che invecchia rapidamente e in cui i giovani che entrano nel mercato del lavoro saranno sempre meno numerosi”. Meno fuffa e più realtà: per parlare di salari senza parlare in modo demagogico al prossimo sciopero piuttosto che sventolare falci e martelli varrebbe la pena sventolare il discorso di Panetta.


 

Al direttore - Sul volantino propagandistico lanciato da D’Annunzio nel volo su Vienna verso la fine del 1918: “Volete continuare la guerra? Continuatela, è il vostro suicidio. Che sperate? La vittoria decisiva promessavi dai generali prussiani? La loro vittoria decisiva è come il pane dell’Ucraina: si muore aspettandola”. Un secolo dopo la situazione si è invertita, è l’Europa a dover mandare rifornimenti all’Ucraina, mentre le cadono addosso volantini digitali ogni giorno per convincerla a lasciar perdere.

Manuel Orazi