Foto Epa, via Ansa
lettere al direttore
Il diritto internazionale non avrebbe liberato i prigionieri di Maduro
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
Al direttore - L’indulto di Mastella fece uscire dal carcere 26mila prigionieri, altro che i 250 a Caracas dove restano in carcere centinaia di oppositori. A chi canta vittoria, ricordo che l’unico modo per fare giustizia è il ripristino della proprietà privata e la restituzione del maltolto a cittadini e imprese.
Corrado Beldì
Vero. Con un’annotazione in più. E’ una gioia immensa sapere che i prigionieri politici della dittatura di Maduro, a poco a poco, torneranno a casa. Chissà se coloro che hanno denunciato con forza l’illegalità della rimozione di Maduro considereranno le conseguenze di questa rimozione illegale come un atto figlio della libertà o come un atto figlio della violazione di quel feticcio chiamato diritto internazionale e che i regimi canaglia, come ricordato pochi giorni fa dal Wall Street Journal, tendono sempre più a usare come scudo per proteggere le proprie violazioni della legge. Sintesi del Wsj: “Non è saggio smantellare l'intero corpus del diritto internazionale, che gli Stati Uniti hanno contribuito così tanto a costruire nel corso degli anni, ma la sua distorsione non può più essere ignorata. I furfanti del mondo infrangono tutte le regole, solo per applicarle contro le democrazie rispettose della legge come un modo per continuare nella loro illegalità”. E ancora: “L’unica difesa contro i criminali globali è il deterrente della forza militare occidentale. Quella forza si è mostrata con impeccabile precisione nel catturare Maduro. E la dimostrazione di nervosismo e abilità militare degli Stati Uniti sarà più efficace di mille risoluzioni Onu per proteggere il mondo libero e far riflettere Russia, Cina e Iran”. Senza una violazione del diritto internazionale, i prigionieri detenuti nelle celle di Maduro avrebbero avuto più o meno possibilità di tornare a casa? Rifletterci, prima del prossimo tweet.
Al direttore - Giorgia Meloni in un breve passaggio su Ilva durante la conferenza stampa ha sconfessato tutta la linea fin qui portata avanti da Urso. “Se non ci sono annunci vuol dire che ce ne stiamo occupando” ha detto la premier, in controtendenza col ministro che in questi tre anni di governo ha fatto più annunci di tutti: dal fare di Ilva il più grande siderurgico green d’Europa, al milione di auto italiane. Tutti tristemente smentiti. Meloni di fatto ha anche smontato l’unico acquirente in gara per la vendita del siderurgico: “Nessun intento predatorio o opportunistico sarà avallato da questo governo” ha detto il premier, riferendosi al fondo americano Flacks Group. Unico fantoccio rimasto disposto ad acquistare Ilva per la bellezza di un euro, dopo che tutte le aziende siderurgiche interessate sono scappate, e il governo non è riuscito a mettere su neppure una cordata italiana, come fece Renzi perdendo su ArcelorMittal. Del resto non si capisce quale investitore sarebbe disposto a mettere 10 miliardi a Taranto. Ma neppure si comprende perché chi ha cacciato ArcelorMittal, primo gruppo siderurgico al mondo, ora dovrebbe accontentarsi di un fondo d’affari sconosciuto. E infatti non lo ha compreso neanche Giorgia Meloni. Non deve essere stato facile per lei a gara conclusa e vincitore annunciato, tenere in silenzio il loquace ministro che, per la prima volta, non ha fatto annunci. Lasciando all’acquirente Mikael Flacks la vetrina per il nuovo piano. Che, come ha detto Meloni, non è detto si realizzerà. Nel frattempo nell’ennesimo decreto arrivato al Senato con cento milioni di aiuti di stato per Ilva, ne sono stati aggiunti altri cento. Prolungando e irrobustendo la cassa integrazione straordinaria a spese dello stato. E si andrà avanti così fino a pensione anticipata per tutti. Questa è la linea industriale del governo Meloni. Peggio può fare solo il neo governatore pugliese Decaro: nominando assessore a Ilva colui il quale ha portato Urso su questa linea fallimentare, convincendolo di una decarbonizzazione irrealizzabile: Michele Emiliano.
Annarita Digiorgio
Al direttore - Con grande efficacia e acribia, Lei ha messo in evidenza come ex malo – gli impegni e le promesse del programma elettorale della premier Meloni ritenuti fantasiosi e dannosi – sia derivato il “bonum” dell’attività del governo che fortunatamente sta realizzando iniziative e promuovendo politiche, che lei nel complesso ritiene serie e condivisibili e che si collocano all’opposto di quelle esposte nella campagna per il voto. Si può essere o no d'accordo sul giudizio che riguarda le realizzazioni e i programmi dl governo. Ma ciò che è necessario chiarire è se si pensa all'eccezionalità di questa vicenda oppure all'ineluttabilità di un comportamento destinato a generalizzarsi, che ovviamente renderebbe la fase elettorale un inutile “certamen” nel quale si compete in fantasia, con la conseguenza che il vero consenso dei cittadini dovrebbe essere espresso non più “ex ante”, bensì “ex post”. Non penso ovviamente che Lei sia di questa opinione. Ma allora vi deve essere un meccanismo per il quale, pur rispettando l’assenza di vincoli del mandato sancita dalla Costituzione, gli impegni elettorali valgano un po’ di più (una volta si pensò al contratto con gli italiani non senza demagogia, però) oltre, naturalmente, al fondamentale giudizio, alla successiva tornata, da parte degli elettori.
Angelo De Mattia