Foto LaPresse

lettere al direttore

Troppi controlli formali sono un danno a imprese e lavoratori

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

Al direttore - Parole sante, caro direttore, quelle del suo ottimo articolo sulla scuola. Tutto condivisibile, perfino nelle virgole, e purtroppo mai espresso da nessuno in modo così articolato e con tale chiarezza di argomentazioni. La scuola, purtroppo, oltre a non essere mai stata una priorità di nessun nostro governo, né di destra né di sinistra, risulta assai trascurata anche dalla stampa e dagli opinionisti, fatta eccezione per le voci clamantes nel deserto di Ernesto Galli della Loggia e Paola Mastrocola. Eppure questo sì che potrebbe essere un terreno sul quale Elly Schlein dovrebbe telefonare a Giorgia Meloni per un accordo super partes. Invece Scurati e compagnia conformista si lamentano del degrado scolastico continuando a dare la colpa agli influencer, ai cellulari, all’intelligenza artificiale, ai social e a Netflix. Tutti strumenti che, come la televisione, possono, se utilizzati con giudizio, offrire al contrario molti vantaggi all’insegnamento. La responsabilità, come sempre, è solo dell’uomo. E se non abbiamo il coraggio di dare dignità e autorevolezza ai docenti, forse è perché siamo rimasti in pochi a credere alle materie che essi insegnano. La battaglia contro ogni populismo o parte da qui, dove allignano le sue radici, o sarà destinata alla sconfitta.
Fabio Canessa


Al direttore - Gentile Adriano Sofri, grazie per il suo cenno alla mia lettera. Mi creda, mi era nota la retromarcia di Amnesty International sull’esclusione di Aleksei Navalny dallo status di “prigioniero di coscienza”. Semmai, ma qui non è possibile farlo per ragioni di spazio, occorrerebbe interrogarsi sulla permeabilità di Amnesty alla campagna orchestrata da Putin per screditarlo, da cui è nata quella esclusione. In altre parole, il fuoco della mia polemica non era certo la signora Ginevra Bompiani, una specie di clone di Elena Basile. Era proprio l’ong dei diritti umani, che si è macchiata di imperdonabili errori, vecchi e nuovi: dal rapporto che definisce Israele un regime di apartheid a quello che accusa l’Ucraina di aver messo in pericolo la popolazione civile. Infine, non mi risulta (ma posso sbagliare) che abbia avuto ripensamenti su una delle decisioni più controverse della sua pur gloriosa storia. Mi riferisco al mancato riconoscimento di Nelson Mandela come “prigioniero di coscienza” all’inizio degli anni Sessanta, perché aveva incoraggiato la lotta armata contro la minoranza bianca. Eppure il regime sudafricano dell’apartheid – quello vero e non presunto come l’israeliano –  non lasciava nessuna alternativa alla maggioranza nera se non quella di avviarsi verso la lotta armata, dopo mezzo secolo di lotta pacifica. E, poi, se Nelson Mandela non era un “prigioniero di coscienza”, allora chi può esserlo? Per il resto, sappia che sono un affezionato lettore della sua rubrica sul Foglio. Un cordiale saluto.
Michele Magno



Al direttore - Il crollo nel cantiere di Firenze e la morte di cinque operai, ultima di una lunga serie di tragedie, ha  commosso tutti gli  italiani. Ma non bastano il cordoglio e la solidarietà. Non possiamo accettare questa infinita strage che spezza più di mille vite all’anno e sfregia i valori della democrazia e della nostra Costituzione. Per incidere veramente sulle scelte e sulle politiche di questo paese e fermare la scia di sangue nelle fabbriche, nei cantieri, nei campi, in tutti i luoghi della produzione, ci vogliono concretezza, costanza e determinazione. Per questo abbiamo deciso di avviare una mobilitazione in tutta Italia, partendo dai luoghi di lavoro e dai territori. Vogliamo dare alla nostra lotta un orizzonte lungo, che non si esaurisca nella fiammata emotiva di qualche giorno, ma si irradi dal basso, in modo capillare, partendo dall’incontro con le persone, arrivando alle istituzioni nazionali, alla politica, al sistema delle imprese. Un cammino che crei finalmente le condizioni necessarie alla costruzione concertata di una strategia nazionale qualificata su alcuni punti che riteniamo indispensabili. Servono più ispettori e medici del lavoro, vanno incrociate le banche dati e incrementate le ispezioni, bisogna stabilire un sistema di rating delle imprese per introdurre criteri di accesso alle gare. Le garanzie sugli appalti pubblici vanno estese ai grandi cantieri privati e la formazione per lavoratori e datori di lavoro deve diventare obbligatoria.  Chiediamo inoltre una stretta penale per le aziende che non rispettano le regole e di orientare l’avanzo di Bilancio Inail, circa 2 miliardi all’anno, su prevenzione e rendite per le vittime. Altra questione fondamentale riguarda i poteri dei delegati per la sicurezza, che devono essere estesi secondo criteri partecipativi. La sfida è anche culturale, per questo occorre avviare un grande piano di formazione già a partire dalle scuole dell’obbligo. Sono queste alcune delle linee del nostro “decalogo per la sicurezza” che porteremo in ogni assemblea, in ogni incontro di queste settimane e che illustreremo lunedì al governo a Palazzo Chigi. La sfida si vince insieme: politica, sindacato e imprese. Serve una grande alleanza che cambi realmente e stabilmente le cose. Ogni morte sul lavoro è una sconfitta per tutti.
Luigi Sbarra 
segretario generale Cisl

 

Ben detto, caro Sbarra. Fino a quando i controlli formali preverranno sui controlli sostanziali l’Italia sarà condannata ad avere un sistema burocratico pericolosamente asfissiante per chi fa impresa e drammaticamente pericoloso per chi lavora.