E se a rispondere degli errori fossero non solo i giudici ma anche i pm?

Le lettere al direttore del 7 agosto 2020

Al direttore - Cts, gli inediti. Tipo Michael Jackson.

Giuseppe De Filippi


    

Al direttore - A proposito del Conte di Montecristo e dell’interessante rilettura che ci propone Giuliano Ferrara, un protagonista de “Nel primo cerchio” di Alexandr Solzenicyn dice: “E’ capitato anche a me di leggere in prigione ‘Il Conte di Montecristo’, però non l’ho finito. Ho notato che sebbene Dumas si sia sforzato di creare un senso di orrore, descrive Château d’If come una prigione assolutamente patriarcale. Per non parlare della mancanza di dettagli affascinanti come la rimozione quotidiana del bugliolo dalla cella, su cui Dumas tace, giacché da ‘libero’ non può conoscerlo. Lei ha capito come ha fatto Dantès a fuggire? Perché erano anni che non perquisivano le celle, mentre le perquisizioni vanno fatte ogni settimana; ecco il motivo per cui il cunicolo non è stato scoperto. Inoltre le guardie non si davano il cambio, mentre dall’esperienza della Lubianka noi sappiamo che dovrebbero farlo ogni due ore, in modo che un sorvegliante frughi lì dove può essere sfuggito a un altro. A Château d’If invece non entravano nella cella per giorni. Non avevano nemmeno gli spioncini: Château d’If non era una prigione ma una casa di villeggiatura al mare! Nella cella ti lasciavano una pentola di metallo e con quella Dantès aveva potuto fare un buco nel pavimento. Infine, il morto era stato cucito senza sospetti in un sacco, invece di bruciarne il corpo all’obitorio con un ferro rovente e infilzarlo con la baionetta al posto di guardia, Dumas avrebbe dovuto accentuarne non la cupezza ma la metodica elementare”. Dumas non poteva farlo, gli mancava l’esperienza delle ideologie e la cultura del sospetto purtroppo assurta a criterio gnoseologico di noi moderni. Forse per questo scriveva grandi romanzi.

Ubaldo Casotto


   

Al direttore - Errorigiudiziari.com, il sito diretto da Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, alla fine di giugno ha pubblicato i dati aggiornati al 31 dicembre 2019 sull’ingiusta detenzione e sugli errori giudiziari nel nostro paese. Cito i più significativi. Se sommiamo tra loro i casi di ingiusta detenzione con quelli dovuti a un errore giudiziario in senso stretto, nell’ultimo ventennio i casi totali sono stati 28.893. Sono costati una cifra enorme, tra indennizzi e risarcimenti veri e propri: circa 824 milioni di euro. Tuttavia, è il numero dei casi di ingiusta detenzione che consente di capire meglio le dimensioni inquietanti del fenomeno. Sono proprio coloro finiti in custodia cautelare da innocenti, infatti, a rappresentare la stragrande maggioranza. Dal 1992, cioè da quando ne esiste la contabilità ufficiale presso il ministero dell’Economia, alla fine del 2019 mediamente oltre mille innocenti sono finiti in custodia cautelare ogni anno, per un importo che supera i 757 milioni di euro in indennizzi. Nel 2019 i casi di ingiusta detenzione sono stati un migliaio, per una spesa complessiva in indennizzi pari a quasi 45 milioni di euro. Rispetto all’anno precedente, sono in deciso aumento sia il numero di casi (più 105) sia la spesa (più 33 per cento). Passando agli errori giudiziari veri e propri, dal 1991 al 2019 sono stati 191, per una spesa in risarcimenti di circa 66 milioni di euro. Questi dati occupano raramente il posto che meritano sulla grande stampa. Tanto più su quei giornali i cui direttori usano la penna come una clava. La loro furia iconoclasta talvolta non conosce limiti. Poiché considerano i princìpi dello stato di diritto un optional, basta l’annuncio dell’apertura di un’inchiesta, un rinvio a giudizio, la richiesta di arresto per un esponente della casta (ormai, quasi un’entità metafisica), e subito scatta il “Tutti in galera!” urlato da Catenacci. Forse i meno giovani se lo ricordano: era lo straordinario personaggio interpretato da un esilarante Giorgio Bracardi in “Alto gradimento”, la leggendaria trasmissione radiofonica degli anni Settanta nata dall’estro di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni. A chi gli obiettava che occorrevano le prove, Catenacci rispondeva irridendolo: “Ma chettefrega?”. Una battuta profetica, che oggi purtroppo rappresenta l’idem sentire di una parte non trascurabile dell’opinione pubblica, addomesticata dai manipolatori della verità che popolano il mondo della comunicazione.

Michele Magno

    

Questa assoluta forma di disinteresse verso un tema drammatico per la cultura giuridica del nostro paese ha a che fare con l’incapacità del sistema mediatico italiano di considerare un indagato o un condannato in primo grado innocente fino a prova contraria. Ma ha a che fare anche con un sostanziale stato di irresponsabilità in cui vive la magistratura italiana che su questo punto è raro che debba dare conto dei propri errori. Ho visto che in Parlamento è stata recentemente depositata una proposta di legge relativa al tema dell’“Ingiusta detenzione e della responsabilità disciplinare dei magistrati”, il cui primo firmatario è il nuovo deputato del partito di Carlo Calenda, Enrico Costa, e questa proposta è interessante. Introduce un nuovo illecito disciplinare per i magistrati nell’esercizio delle funzioni per chi abbia mostrato negligenza e superficialità non solo nella fase di giudizio ma anche nella fase delle indagini. Di fatto, viene potenzialmente esteso anche al pubblico ministero, che abbia richiesto l’applicazione della misura restrittiva, il campo di applicazione di tale illecito disciplinare. Sarebbe un buon punto da cui partire per cambiare le cose, no?

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