Mes: farlo subito, e rischiare, o con calma? La seconda che hai detto

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

Al direttore - Sibilia dice sì al Mes: non fu un falso fatto in laboratorio.

Giuseppe De Filippi

 

Al direttore - Bisogna ammettere che quando Zingaretti chiede una cosa a Conte la ottiene subito. See you in (Mes) september.

Michele Magno

Tra provare a farlo subito, e non farlo, e provare a farlo quando forse si potrà fare, a settembre, e magari riuscire a farlo, il vecchio saggio non avrebbe dubbi: la seconda che hai detto.

 

Al direttore - Tutti gli entusiasti del pro Mes, si concentrano e esaltano l’apparente, diciamo pure reale al momento, vantaggio finanziario del prestito dei 36 mld. Ma il nodo è politico. Sia da parte del governo, sia da parte dell’Europa. Per la politica nostra i sei miliardi in più, in dieci anni, per interessi, sono entità insignificante. Per l’Europa, nessun altro paese l’ha richiesto, un disconoscimento politico della credibilità del suo sbandierato, nuovo, solidarismo. Al solito, vizio vecchio d’antico pelo, noi ci dividiamo in fazioni. Che monotonia.

Moreno Lupi

Nessun paese ha intenzione di attivare il Mes per la semplice ragione che in Europa quasi nessun paese si trova nelle stesse condizioni in cui si trova l’Italia: avere, attraverso il Mes, prestiti a un tasso di interesse inferiore rispetto a quello che avrebbe emettendo titoli di stato. Non è questione di fazioni. E’ questione di buon senso. Per tutto il resto, legga oggi in prima pagina il nostro Capone.

 

Al direttore - L’antica Pithecusa, più comunemente conosciuta come Ischia, ospiterà anche quest’anno le vacanze di Angela Merkel. La signora Merkel ci torna per la seconda volta in qualità di presidente di turno del semestre europeo, una rarità concessa a poche personalità. La prima volta fu nel 2007 con la grande recessione alle porte ma non ancora esplosa. La crisi dei subprime serpeggiava già tra mille interessate sottovalutazioni e solo poco più di un anno dopo, il 15 settembre 2008, con il fallimento di Lehman Brothers, si sarebbe innescata la più drammatica crisi economica, di origine finanziaria, dal Dopoguerra, almeno fino a quella con tutt’altra origine dei giorni nostri. La cancelliera, durante quel semestre di ormai tredici anni fa, siglava politicamente, oltre che materialmente, i negoziati e la conclusione del trattato di Lisbona, le cui fondamentali innovazioni furono nell’ampliamento del metodo comunitario alle misure riguardanti la libertà, la sicurezza e la giustizia, l’istituzione dell’Alto rappresentante per gli affari esteri, la cooperazione strutturata nel settore difesa, l’allargamento della giurisdizione della Corte di giustizia. Un capolavoro diplomatico della Merkel soprattutto nella sterilizzazione delle pretese minimaliste dei gemelli polacchi Kaczynski e dei soliti inglesi. In entrambi i casi, la mediazione italiana di Prodi e, ancor più forse, il lavoro preparatorio del cosiddetto gruppo Amato fu davvero preziosa, rendendo incolore il lavoro piuttosto modesto della Commissione Barroso. Nel 2020, la cancelliera tedesca affronta una stagione ben più calda di quella che la vide la prima volta in arcione. E, possiamo dirlo senza dubbi, è davvero una fortuna che il semestre più difficile della storia europea, nel mezzo di un calo congiunturale del pil dell’Eurozona fino all’11,5 per cento, veda la guida di una donna di governo così autorevole e sperimentata. Le decisioni difficili richiedono il massimo della leadership, in termini di potere e in termini di responsabilità. La capacità di Angela di mettere in discussione paradigmi apparentemente inscalfibili e aprire, anzi farsi promotrice, congiuntamente all’altra protagonista tedesca, la signora Von der Leyen, della sospensione del Patto di stabilità e di un piano straordinario di ricostruzione di 750 mld di euro collegato al bilancio dell’Unione, la rendono una leader responsabile e consapevole che non esiste una grande Germania senza un’Europa solida e soprattutto che in gioco stavolta non c’è tanto la contrapposizione tra frugali e cicale e forse neanche tra sovranisti ed europeisti ma la sopravvivenza stessa dell’Europa e dei modelli di democrazia liberale che ne sono sostanza fondatrice. Non sarà il solito semestre dunque. L’aggressività della Cina, il protezionismo americano alle prese con le turbolenze elettorali, lo stallo nelle trattative post Brexit saranno dure sfide per il motto che Angela ha voluto per la sua agenda semestrale dal 1° luglio: Make Europe Great Again, “Rendere l’Europa di nuovo grande”, uno slogan che rischia di ritorcersi contro il suo antesignano in altro continente, il presidente Trump. Ma la sfida maggiore sarà nel dare corpo politico alla proposta della Commissione sul Recovery plan, senza cedere agli istinti calvinisti dei paesi del nord. Il tema è la visione. E’ la nuova Europa che si staglia all’orizzonte. Merkel è la persona giusta per indicare una rotta.

Gianni Pittella, vicepresidente della Commissione politiche europee in Senato

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