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Trump e le rivolte. Cina e Hong Kong. Dov’è che l’uomo morde il cane?

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

6 Giugno 2020 alle 06:00

Trump e le rivolte. Cina e Hong Kong. Dov’è che l’uomo morde il cane?

(foto LaPresse)

Al direttore - Negli Stati Uniti un uomo di colore è stato brutalmente ucciso da un poliziotto bianco, il fatto come già accaduto in passato ha scatenato sommosse e rivolte in tutto il paese, provocando indignazione e proteste anche oltreoceano (e pure un rimbrotto da Oltretevere forse non disinteressato). Il tutto cavalcato, a pochi mesi dalle elezioni, da legittime quanto fin troppo scontate polemiche all’indirizzo di Trump. Negli stessi giorni a Hong Kong la polizia ha ripreso a manganellare a tutto spiano i manifestanti (che, vale la pena ricordarlo, protestavano per avere né più né meno gli stessi diritti rivendicati a suo tempo e ancora oggi dai neri d’America); tutto il mondo ha assistito a scene di violenza non esattamente esemplari e soprattutto non nuove a quelle latitudini. Ma in questo caso da parte degli stessi indignati che in occidente si sono stracciati le vesti inneggiando alle icone e agli slogan dell’antirazzismo, non si è sentita una parola una di condanna, di denuncia, di sconcerto (idem da Oltretevere) tranne qualche flebile belato. E allora spiace dirlo ma se per una certa parte del mondo, Chiesa compresa, esistono diritti di serie A e diritti di serie B; se uno è nero e muore per mano di un bianco in una città americana, allora è giusto e sacrosanto scendere in piazza contro il razzismo e la violenza, mentre se in piazza ci vai per protestare contro il tuo governo e quel governo ti prende a calci nel sedere allora quello è un problema interno e dobbiamo farci i cazzi nostri perché, sai che c'è, una messa val bene Hong Kong (in tutti i sensi); se insomma si continuerà con questa farsa ipocrita delle lotte civili a senso unico facendo finta di non vedere cosa accade altrove per paura o convenienza (o tutt’e due), non ci saranno vincitori ma solo vinti. E sudditi, per di più.

Luca Del Pozzo 

 

Saremmo tutti felici se ci fosse un’opinione pubblica più sensibile sul tema dei diritti in Cina e a Hong Kong. Ma onestamente mi sembra che le due storie non siano del tutto sovrapponibili. Il caso cinese, purtroppo, è il classico caso del cane che morde l’uomo: è una cosa spiacevole ma non inaspettata (la Cina non rispetta i diritti umani non da oggi ma dalla notte dei tempi e la disattenzione sul tema del rispetto dei diritti umani risale anch’essa purtroppo alla notte dei tempi). Il caso americano, invece, è il classico caso dell’uomo che morde il cane: è una cosa non solo spiacevole, avere un presidente degli Stati Uniti che di fronte a un focolaio di violenza aizza i cani piuttosto che tenerli a bada, ma anche unica, e se il capo degli Stati Uniti si ritrova a essere preso per un orecchio anche dal capo del Pentagono si capisce che l’attenzione del mondo sia più focalizzata su questo scenario, dove l’uomo morde il cane, che sull’altro, dove il cane morde l’uomo.


Al direttore - Scritta tra il 1612 e il 1614, “Fuente Ovejuna” è forse la commedia più famosa di Lope de Vega, drammaturgo tra i più prolifici della letteratura spagnola. E’ ambientata nella seconda metà del Quattrocento in Andalusia, durante la lotta tra la pretendente al trono di Castiglia, Giovanna la Beltraneja, e i sovrani cattolici Isabella e Ferdinando. Fuente Ovejuna è il nome di un  borgo che fa parte di una “commenda” (una specie di signoria) dell’ordine militare di Calatrava. Il suo “comendador” (comandante) è un partigiano della Beltraneja, Férnan Gómez. Despota prepotente e crudele, impone lo “ius primae noctis” a tutte le fanciulle del luogo. Quando imprigiona il giovane Frondoso e rapisce la sua promessa sposa Laurenzia, il popolo si ribella e lo decapita. Vinta la guerra di successione, Isabella e Ferdinando inviano un giudice per istruire il processo contro i rivoltosi. Nonostante le torture, quando vengono interrogati tutti rispondono che a uccidere il tiranno è stato Fuente Ovejuna, ossia i suoi trecento abitanti. Il giudice, non potendo scoprire i veri autori dell’omicidio, allora li assolve per insufficienza di prove. Piuttosto che imprigionare degli innocenti, infatti, preferisce lasciare liberi i colpevoli.

Ps. Ho inviato una copia di “Fuente Ovejuna” (introduzione di Andrea Baldissera, prefazione di Mario Socrate, Garzanti, 2007) al dott. Piercamillo Davigo, Palazzo dei Marescialli, Piazza dell’Indipendenza 6, 00185 Roma. 

Michele Magno


Al direttore - La mia piccola posta di giovedì era disgustata dal web che associava al nome della ministra Azzolina link come “Azzolina mani”, “Azzolina piedi” e altri esempi di Azzolina fatta a pezzi. Circostanze che frustrano a priori il proposito di criticare la ministra. Lettori e anche lettrici l’hanno letta, al contrario, come un mio addebito a lei, qualcuno dissentendo, qualcuno addirittura approvando. Devo essermi spiegato malissimo.

Adriano Sofri

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Commenti all'articolo

  • maropadila

    08 Giugno 2020 - 16:03

    A proposito della convincente lettera di Dal Pozzo e della evasiva risposta del Direttore, consiglierei, una volta tanto, l’articolo di Pierluigi Battista sul Corriere.

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