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I brividi che mette Salvini quando dice di voler mantenere le promesse (c’entra l’euro)

13 Dicembre 2019 alle 06:08

Al direttore - Vabbè ma l’aereo di Formigli? #volidistato.

Giuseppe De Filippi

 


 

Al direttore - Un senatore del M5s è passato con la Lega. E’ successo ieri. E’ l’inizio della fine del governo?

Luca Maroni

 

Non ancora. Più che altro c’è un dettaglio interessante da notare. Quando sento dire a Matteo Salvini che la Lega, a differenza di altri partiti, è coerente con se stessa e non tradisce il suo programma elettorale vengono i brividi. Salvini ha ragione quando dice che il M5s, sul Mes, in campagna elettorale la pensava come la Lega, e il senatore Grassi, passato ieri dal M5s alla Lega, è in fondo coerente con il programma sfascista presentato dal M5s alle elezioni. Ma quando dice che i politici devono essere coerenti con le proprie promesse Salvini tocca un tasto pericoloso. Nel 2018, ai tempi della campagna elettorale per le politiche, accanto all’abolizione del Mes, che incidentalmente la Lega quando era al governo ha trattato per non abolire, la Lega aveva promesso anche un’altra svolta, ovviamente sull’euro. Ho ripescato il passaggio del programma elettorale della Lega, testuale, e dice questo. “L’euro è la principale causa del nostro declino economico, una moneta disegnata su misura per Germania e multinazionali e contraria alla necessità dell’Italia e della piccola impresa. Abbiamo sempre cercato partner in Europa per avviare un percorso condiviso di uscita concordata. Continueremo a farlo e, nel frattempo, faremo ogni cosa per essere preparati e in sicurezza in modo da gestire da un punto di forza le nostre autonome richieste per un recupero di sovranità”. Quando la Lega dice che le promesse vanno mantenute ci sta dicendo questo e ci sta ricordando perché non averle regalato pieni poteri non è stata un’idea così malvagia.

 


 

Al direttore - E’ noiosa la discussione sui sistemi elettorali. Oggi tuttavia spicca una priorità che non si può ignorare. Il nodo è stato individuato dal direttore in una risposta apparsa ieri: “Un sistema elettorale come quello dei sindaci… è l’unico modo per ridare nuova credibilità alla politica”. Da tempo i sistemi arzigogolati (ideati da maniaci elettorali) impediscono a chi mette una croce sulla scheda di capire per chi vota. Ecco quel che accade oggi: a) il voto di appartenenza partitica si contrae progressivamente, b) gli spostamenti di voto sono macroscopici e rapidissimi, c) nello stesso giorno i risultati su diverse schede (esempio, europee e sindaci) possono divergere massicciamente, d) le buone candidature personali, al di là del simbolo partitico, sono premiate rispetto agli ordini di scuderia, e) ormai in politica, con l’eccezione dei sindaci e dei presidenti di regione, prevale l’afflusso di persone meno consapevoli e competenti che si spacciano per “novità” (vedi la catastrofe del 5 stelle), f) sarebbe opportuno attirare nelle responsabilità politiche le energie migliori che oggi se ne tengono lontane. La scienza elettorale denota queste tendenze come “voto liquido” e “voto personalistico”. Le (poche) forze con la testa sulle spalle dovrebbero prendere atto che oggi – ripeto oggi – una valida riforma elettorale non si misura pensando “a chi giova” (cosa che ha sempre fallito) ma individuando un sistema chiaro fondato sul rapporto diretto tra elettore ed eletto, e tra candidature e riconoscibilità territoriale e meritocratica nel quadro di una esplicita ipotesi di governo a cui si vincola il partito di riferimento. Non è difficile individuare quali sistemi rispondono a tali requisiti. Certo, tali propositi sono estranei alle attuali fazioni, ma si rendono necessari se si vuole uscire dalla palude che ha distrutto la credibilità della politica. Un saluto.

Massimo Teodori

 


 

Al direttore - Qualcosa si sta muovendo in direzione di un dibattito ampio e condiviso in tema di autonomia, parità e libertà di scelta educativa nel nostro paese. Anzitutto, a questo tema è stato dedicato un riuscitissimo convegno organizzato il 14 novembre scorso dall’Unione superiore maggiori d’Italia (Usmi) e dalla Conferenza italiana dei superiori maggiori (Cism), al quale sono intervenuti la presidente Casellati e il cardinal Bassetti con due relazioni tutt’altro che di maniera. Segno di una convergenza importante e, forse, inattesa, riguardo all’esigenza di dare piena attuazione al diritto alla libertà di scelta educativa della famiglia, riconosciuto dalla l. 62/2000 e a oggi grandemente precluso specie per le famiglie a basso reddito. Non si tratta “semplicemente” di favorire una competizione, ancorché sana, fra l’istruzione statale e quella garantita dalle scuole paritarie, d’ispirazione confessionale e non. Né di sottolineare per l’ennesima volta quale surplus di valori esse possano apportare alla concezione meno che educativa che spesso emerge dagli orientamenti tecnicisti e da quell’umanesimo incerto e liquido di tanta pedagogia scolastica contemporanea. E non basta neppure ricordare il ruolo sussidiario, suppletivo e finanche essenziale di tanti istituti paritari che colmano un vuoto lasciato dall’offerta statale, specie a livello di scuola dell’infanzia e primaria. Piuttosto, la sfida, anche in questo campo, è arrivare al livello degli altri paesi europei, dai quali ci distaccano impietosamente i dati riportati dalle ultime rilevazioni Ocse Pisa. Lo strumento c’è, ed è la definizione di un costo standard di sostenibilità per allievo, inteso come una quota capitaria che lo stato sarebbe chiamato a investire in favore di ogni allievo per la sua formazione e che permetterebbe una scelta libera della scuola senza costi economici aggiuntivi per la famiglia. Come osserva suor Anna Monia Alfieri, una delle competenti animatrici di questa rinnovata sensibilità, già autrice col filosofo Dario Antiseri di una gustosa “Lettera ai politici sulla libertà di scuola” (Rubbettino), “tale proposta ha trovato accoglienza trasversale da parte dei ministri della Pubblica istruzione che si sono succeduti in questi ultimi anni (Gelmini, Giannini, Fedeli), fino all’apertura di un tavolo ad hoc, che ha dato la possibilità a tutte le associazioni e le componenti sindacali di prendervi parte”. Un percorso dunque ben più che avviato. Cosa si aspetta per portarlo a termine?

Maurizio Seriodocente di Sociologia dell’amministrazione, Università degli Studi Guglielmo Marconi

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Commenti all'articolo

  • maropadila

    13 Dicembre 2019 - 15:12

    Prof. Serio, premesso che condivido appieno quanto ha scritto, crede davvero che, sia con questo governo che con il prossimo (qualunque sarà), potremo arrivare alla definizione del costo standard, stante le numerose opposizioni di varia natura, soprattutto della Triplice sindacale, uno dei più forti baluardi del ritardo complessivo del nostro Paese?

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