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Quid e destra: che fare? Gli antieuro non vogliono le elezioni anticipate. Dobbiamo fare uno più uno?

Le lettere del 26 giugno al direttore Claudio Cerasa

26 Giugno 2019 alle 06:00

Al direttore - Olimpiadi: Roma risponde e lancia Barberini-Repubblica 2032.

Alessio Viola


Al direttore - Mentre Milano si aggiudica le Olimpiadi insieme a Cortina e dimostra ancora una volta di essere una    città vincente, Forza Italia dimostra ancora una volta di essere un ex movimento/partito volto alla sconfitta. L’ennesima “svolta democratica” di Berlusconi rischia di essere un fallimento se rimarrà un’operazione chiusa. Ciò che davvero serve, oltre a un bagno di democrazia, è rompere l’attuale recinto per costruire una forza nuova e più ampia. Un partito che metta insieme tutte le realtà popolari e moderate in un’unica casa. Un nuovo partito popolare (sì, la denominazione può cambiare e affiancare il sostantivo “partito” agli aggettivi “popolare” e “nuovo” non è un’eresia) che sappia rilanciare lo spirito del ’94, declinandolo con la realtà del 2019, e che dica no a questa Lega da operetta alleata a un M5s da vergogna. Lo spazio al centro c’è. Lo dicono tutti. Va solo occupato. Altrimenti entro l’anno non parleremo più di Forza Italia e la Lega salviniana si sarà mangiata tutto.

Vittorio Aldo Cioffi

   

Franco Frattini, Gianfranco Fini, Roberto Formigoni, Angelino Alfano, Gianpiero Samorì, Guido Barilla, Maurizio Scelli, Guido Bertolaso, Raffaele Fitto, Michela Vittoria Brambilla, Antonio Tajani e non ricordo più chi altro. La storia ci dice che nel mondo del Cav. le leadership che emergono più per cooptazione che per competizione non hanno futuro. Se ci sarà competizione, e dunque primarie vere, le nuove leadership potranno avere un futuro. Se non ci saranno, riavvolgeremo il nastro in attesa di un quid che chissà se mai ci sarà.


   

Al direttore - I proponenti, al Senato, del disegno di legge sulla riforma delle modalità di nomina del vertice della Banca d’Italia (primo firmatario il senatore Alberto Bagnai) hanno compiuto una mossa astuta. Finora è accaduto spesso che il governo o il Parlamento abbiano dimenticato o volutamente disatteso l’obbligo nascente dalla normativa comunitaria di richiedere il preventivo parere della Bce sulle proposte di riforma in materia bancaria e finanziaria, a maggior ragione se riguardanti proprio l’ordinamento della Banca d’Italia, quale componente del Sistema europeo di banche centrali. Questa volta, invece, i proponenti in questione si accingono a sollecitare prima dell’inizio dell’iter legislativo la richiesta del suddetto parere. Poiché la proposta ricalca il modello di formazione dei vertici, innanzitutto, della Bundesbank, è come se essi dicessero: vogliamo vedere adesso se sarà possibile un parere negativo della Bce, parte non secondaria della quale è, appunto, la “Buba”. Naturalmente, la meccanica trasposizione di quell’ordinamento non è condivisibile, per le assolutamente differenti realtà coinvolte, per il fatto che le nomine in questione sarebbero sottratte alla decisione della più alta carica dello stato, il presidente della Repubblica; perché l’attribuzione di tali cariche, conferita al Parlamento e al governo, degenererebbe fatalmente in un prevalere delle maggioranze partitiche con le conseguenze spartitorie che stiamo vedendo anche in casi riguardanti Authority; perché per passare dall’attuale sistema al nuovo occorrerebbe nettamente ridurre i poteri del Consiglio superiore – e delle assemblee dei “partecipanti” di cui questo è espressione – esponendosi al rischio di misure costituzionalmente illegittime; perché stabilire che lo statuto della Banca si modifica con legge è una sgrammaticatura che non commetterebbe neppure lo studente del primo anno di Giurisprudenza. Autonomia e indipendenza dell’Istituto, garantite dal trattato Ue, in un assetto costituzionale e istituzionale pluralistico fatto di “pesi e contrappesi”, rischierebbero di essere lese. Si unisce, il progetto, ad altre proposte in discussione in Parlamento concernenti: la statizzazione dell’Istituto, le riserve auree da conferire al Tesoro, magari, salvo conferma, extradividendi della Banca da assegnare allo stato, la presunta quasi-moneta dei minibot. Esse trasformano così, con una sconsiderata leggerezza, mista, in alcuni casi, a una molto approssimativa conoscenza della materia, la Banca d’Italia in una magnifica preda della lottizzazione e, più in particolare, del “sistema delle spoglie”. Con i più cordiali saluti.

Angelo De Mattia

   

“Sto cercando, anche all’interno del mio partito, di scomporre la questione uscita dall’euro in ingredienti, i quali possono essere condivisi. La questione Banca d’Italia la trattiamo singola; la questione moneta in circolazione, stampa di moneta, la trattiamo singola; la questione gestione di debiti e crediti, gestione di Target 2, la trattiamo singola. Ogni cosa è un ingrediente che se riesco a sistemarli… poi la volontà politica per schiacciare il bottone finale la si costruisce”. La frase che avete appena letto è stata pronunciata da Claudio Borghi, leghista, deputato, presidente della commissione Bilancio, il 19 dicembre 2017. La Lega più europeista vuole votare. Borghi non vuole andare a votare. Dobbiamo fare uno più uno?


   

Al direttore - Leggo con grande piacere e condivisione la lettera di Umberto Minopoli, presidente dell’Associazione italiana nucleare, pubblicata in questa rubrica (il Foglio 25 giugno), sulla decisione della Cdu tedesca, partito di governo, di ripensare la misura presa all’indomani dell’incidente di Fukushima (2011) di uscita dal nucleare civile. Reazione molto composta e civile dei tedeschi, compresi i Verdi, che hanno mostrato apertura e disponibilità al confronto di merito. Un modo di affrontare un tema molto complesso da prendere ad esempio come buon governo della cosa pubblica, attento al confronto con la verità della realtà. Quella verità che costituisce anche il cuore di un acuto saggio breve di Franca D’Agostini e Maurizio Ferrera, “La verità al potere”, edito nella collana “Vele” per i tipi Einaudi, del quale Alfonso Berardinelli ha redatto un’ottima recensione sul Foglio del 23 giugno. Dunque “… la democrazia…” – come scrive Franca D’Agostini – “… è verità al potere, intendendo che il potere democratico non è tanto del popolo, o dei suoi rappresentanti, ma di ciò che l’uno o gli altri credono e sanno, di come ragionano e decidono in base a quel che sanno e credono essere vero”. La politica, dopo la deriva populistica di questi anni – da Trump a Boris Johnson, da Nigel Paul Farage a Salvini e Di Maio, dagli indipendentisti catalani all’illiberale Orbán e ai nazionalisti polacchi – deve ritornare a fare i conti con verità e realtà.

Alberto Bianchi


   

Al direttore - Molto spazio ha preso a suo tempo la notizia dello stato fallimentare in cui versavano le finanze di Sorgenia, l’ultima nata fra le società di generazione elettrica, sotto l’egida del Gruppo De Benedetti. Notizia condita con vari elementi piccanti, vista l’importanza dell’imprenditore, la situazione debitoria verso le maggiori banche italiane, prima fra tutte Mps, che versava in difficoltà ulteriori, e diverse banche estere. Fu presa allora una decisione coraggiosa e non usuale. Che permette oggi agli azionisti di Sorgenia di avviare un processo di vendita con la Società ormai risanata, per il quale hanno manifestato un concreto interesse numerosi gruppi italiani ed esteri, sia di natura industriale che finanziaria. La scelta fu fatta dalle maggiori banche creditrici, che decisero di convertire una parte del debito in capitale e assicurare così la continuità aziendale. Sono stato presidente del Consiglio di amministrazione di Sorgenia negli ultimi 4 anni e sono quindi un testimone privilegiato di come sia stato possibile questo risanamento di successo. Fatto non proprio usuale nel panorama italiano. Il debito è stato ridotto a circa 700 milioni rispetto a 1,7 miliardi di 4 anni fa grazie alla conversione di una parte del debito in capitale, di alcune cessioni e, soprattutto, di una generazione di cassa continua pari a circa 600 milioni in questi 4 anni di attività. Ma decisivo è stato l’assetto con cui ha potuto operare Sorgenia, la cosiddetta “governance”. Le banche, costrette a un ruolo improprio, azionisti e creditori al tempo stesso, si sono dimostrate azionisti equilibrati. Vicini all’azienda, ma mai intromettendosi nella gestione aziendale, lasciando al cda e al management la necessaria libertà d’azione e verificandolo sui risultati. Il cda, scelto da cacciatori di teste secondo criteri di professionalità, ha saputo esercitare il giusto equilibrio fra controllo e appoggio nei confronti del management aziendale. L’amministratore delegato, Gianfilippo Mancini, ha rinnovato il business model della società e migliorato il clima aziendale alquanto depresso dalle vicende precedenti, e i risultati economici. Oggi la società ha un nuovo e credibile piano industriale che promette di continuare la creazione di valore e di fare di Sorgenia un motore di sviluppo per il paese, all’insegna della sostenibilità e dell’innovazione. E’ un piano già in corso di realizzazione, basato su tre pilastri: 1) investimenti nella produzione da fonti rinnovabili senza ricorso a incentivi; 2) efficientamento e sviluppo di una nuova digital customer experience nei consumi di energia (ancor più quando verrà completato il processo di liberalizzazione del mercato finale); 3) utilizzo di impianti a gas flessibili e a basso impatto ambientale per consentire la chiusura degli impianti a carbone e l’entrata nella rete elettrica di nuova produzione rinnovabile non programmabile. Comprensibile quindi l’interesse di tanti interlocutori per il processo di vendita. E la soddisfazione degli azionisti che hanno potuto riportare completamente in chiaro crediti che correvano il rischio di non essere rimborsati e che si trovano oggi in mano un’azienda sana, robusta e piena di progettualità. Pronta a essere concretizzata, a vantaggio di un possibile nuovo azionista, ma anche di tutto il sistema energetico e imprenditoriale italiano.

Chicco Testa

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