Tutte le acrobazie delle opposizioni per garantire la maggioranza al governo

Valerio Valentini

L’equilibrio precario di Lega e M5s nelle commissioni, la non belligeranza di Pd e FI. “L’opposizione che tutti vorrebbero”

Roma. A sentirlo così tranquillo, sembra quasi insincero. “I numeri sono risicati, non lo nego. Ma la situazione non preoccupa”, dice a metà mattinata, entrando in Senato, Massimiliamo Romeo. Ma basta poco per notare che la serenità del capogruppo leghista è condivisa un po’ da tutti, nella buvette di Palazzo Madama. Perché, certo, la carta parla di una maggioranza striminzita: 164, nella pattuglia grilloleghista, appena tre oltre la soglia minima. E però a quelli si aggiungono, ormai abitualmente, i due ex grillini – Carlo Martelli e Maurizio Buccarella – e gli esponenti del Maie, Adriano Cario e Ricardo Merlo, ricompensato per cotanta affidabilità con una poltrona da sottosegretario agli Esteri. Quattro, invece, sono le riserve quasi fisse delle minoranze linguistiche. Fanno 172, e possono bastare.

  

Anche perché, oltre ai numeri della maggioranza, conta quelli delle opposizioni. Formalmente sono 152: ma i sei senatori a vita presidiano poco l’Aula, il forzista Niccolò Ghedini e Tommaso Cerno del Pd si fanno vedere ben poco, Matteo Renzi è spesso in missione. Le truppe avversarie, insomma, contano stabilmente su non più di 135 senatori. Ed è anche per questo che, a sentirsi riproporre per l’ennesima volta in pochi giorni il tema del pallottoliere, Stefano Patuanelli fa spallucce: “Non mi ricordo un voto in Aula ordinario senza almeno quaranta voti di margine”, dice, mostrando un po’ la stessa sicurezza di Romeo. E non a caso, visto che più dell’aritmetica conta spesso l’intesa umana: e quella tra Patuanelli e Romeo rimane salda, tetragona ai capricci dei rispettivi leader, riuscendo spesso a ricucire anche gli sbreghi che l’irruenza di Matteo Salvini e Luigi Di Maio produce. 

 

Se ne è accorto perfino Giuseppe Conte, al quale la sera del 3 giugno, al termine di una riunione burrascosa sullo “sbloccacantieri” durante la quale il viceministro leghista all’Economia Massimo Garavaglia lo aveva messo con le spalle al muro, le sorti del suo governo parevano segnate. “Domani Conte si dimette”, fu il messaggio che circolò nel quartier generale leghista quella sera. E invece l’indomani furono proprio Romeo e Patuanelli a trovare la quadra (smentendo così, almeno in parte, le indiscrezioni che in quelle stesse ore suggerivano di inserire lo stesso capogruppo grillino tra i fautori della fine dell’avventura gialloverde).

 

Non sarà scontato che succeda anche in futuro, certo. Specie in quei casi – riforme costituzionali, o anche soltanto la prossima legge di Bilancio – dove è richiesta una maggioranza qualificata o assoluta. “Lì ci toccherà chiamare anche i membri del governo”, scherza Patuanelli. Ma più ancora di quei rari casi, a destare qualche preoccupazione, nei due capigruppo, è soprattutto l’ordinaria amministrazione nelle commissioni. Lì, in effetti, la situazione è assai delicata: specie in quelle Esteri e – soprattutto – Ambiente. In quest’ultima, in particolare, una maggioranza di fatto non c’è, visto che il bilancino è di 12 a 12, e nel gruppo del M5s siedono peraltro ben due dissidenti, Virginia La Mura e Paola Nugnes, che a dire il vero ha annunciato – ma non formalizzato – il suo passaggio al Misto. Si sono astenute entrambe, non a caso, martedì pomeriggio, mentre si votava in tutta fretta un parere al “decreto crescita”. “Ma tra Pd, FI e FdI, c’erano quattro o cinque assenti, per cui abbiamo retto lo stesso”, racconta Matteo Mantero, grillino pure lui in commissione Ambiente, e pure lui battitore libero, che però, quando gli si chiede del rischio di tenuta della maggioranza, se la ride: “Con questi avversari? La vedo dura. E’ l’opposizione che ogni maggioranza vorrebbe avere”.

 

E nel dirlo, il senatore ligure centra forse il tema principale, in questo intricato ragionamento di equilibri parlamentari. Perché al di là dei numeri dei gialloverdi, è l’atteggiamento degli altri – di quelli, cioè, che teoricamente i gialloverdi dovrebbero volerli mettere in difficoltà – a garantire una certa stabilità a Palazzo Madama. Perché i forzisti, nonostante la risolutezza della loro leader Anna Maria Bernini, spesso adottano tattiche di non belligeranza, se non di neutralità; e perché le truppe di Giorgia Meloni finiscono sovente con l’offrire collaborazione sotto forma di astensione. E’ accaduto anche il 21 marzo, in occasione della mozione di sfiducia a Danilo Toninelli, quando perfino qualche sottosegretario grillino arrivò a invocare un incidente. Salvo poi doversi ricredere: “Ma allora ditelo, che volete farci durare fino al 2023”.

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