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Paese in ostaggio, stampa sfregiata e vari valori depilabili della democrazia

1 Marzo 2019 alle 06:11

Al direttore - Come si può giudicare un’intervista, quella al Sole 24 Ore di mercoledì, del premier Giuseppe Conte, nella parte in cui risponde a una domanda sulla Banca d’Italia, quando riduce quella che è una vera e propria nomina o conferma del mandato, come nel caso di Luigi Federico Signorini quale vicedirettore generale, deliberata dal Consiglio superiore dell’Istituto, a una designazione e, poi, attribuisce al governo, che ha solo il potere di emettere un parere non vincolante, la facoltà di accogliere o no la designazione stessa, dimenticando che si tratta di una attribuzione che, invece, è di esclusiva competenza del capo dello stato, il quale decide sull’approvazione della nomina? E’ possibile che sorgano equivoci su concetti giuridici da primo anno di Giurisprudenza? O c’è qualcosa di più? E come qualificare la conclusione sul punto in cui Conte dice che l’esecutivo sarà sensibile a segnali di rinnovamento provenienti da Bankitalia? Si vuole, per caso, contrattare le future nomine o riconferme? E’ difficile ipotizzarlo. Ma si ha presente la norma del Trattato Ue, avente per l’Italia rango di norma costituzionale, che vieta ai governi di dare sollecitazioni e indirizzi alle Banche centrali nazionali facenti parte dell’Eurosistema? Insomma, “nulla dies sine linea”, ogni giorno si viene a essere in presenza di atti e fatti mai fin qui accaduti e che si segnalano per la loro sicura distorsione. Con i più cordiali saluti.

Angelo De Mattia

 

Il tema non è né l’interferenza con Banca d’Italia né l’analfabetismo istituzionale. Il tema è un altro: è la trasformazione della pratica di occupazione del potere nell’unico collante del cambiamento populista. L’Italia è stata sequestrata da un branco di pericolosi incapaci. Vale quando si parla di autorità indipendente ma vale anche quando si parla di Rai. Ne riparleremo.

 


 

Al direttore - Sconfitto e amareggiato, martedì sera ho lasciato l’Aula del Senato con la sola consolazione di aver trovato definitiva conferma a tre impressioni ormai diffuse: che la parola di grillini e leghisti ha valore relativo, che gli impegni assunti dai capigruppo dei due partiti di maggioranza contano nulla rispetto ai volubili umori del governo, che sia il Movimento 5 stelle sia la Lega sono pronti a tutto pur di ridurre ai minimi termini l’editoria cartacea e i media non allineati. Facciamo un passo indietro. Due settimane fa, durante un’audizione in commissione Istruzione, mi sono reso conto del fatto che con i 500 euro del bonus Cultura i neo diciottenni possono fare tutto tranne che abbonarsi a un quotidiano o a una rivista. Una svista, una disattenzione evidentemente diseducativa. Come dire ai giovani che per la loro formazione “culturale” leggere, e in particolare leggere giornali, non serve. Ho sollevato la questione in commissione, tutti, grillini e leghisti compresi, si sono detti d’accordo sull’opportunità di sanare al più presto questa evidente stortura. Ho perciò presentato un emendamento al decretone e in Aula ne ho parlato con i capigruppo. Tutti d’accordo. Anche quello grillino (Patuanelli), anche quello leghista (Romeo). Arrivati al momento del voto, la relatrice si rimette al governo e il governo esprime parere contrario. Trasecolo. Prendo la parola, sostengo che se la scelta del governo ha una logica, l’unica logica possibile è quella di mortificare giornali e giornalisti. In Aula scoppia l’inferno. Marcucci, Casini, Santanché, Gasparri e Martelli si schierano con forza a favore dell’emendamento. Interviene la grillina Montevecchi, che con tono piccato ricorda che “tutti i membri della commissione Cultura sono d’accordo sull’opportunità di estendere il bonus ai giornali”. Sono d’accordo, ma votano contro. Interviene il grillino Paragone, che la butta in vacca accusando il Pd di aver distrutto l’Unità e scaricato sul direttore (Concita De Gregorio) l’onere delle querele ricevute. Vero, ma che c’entra? Interviene il sottosegretario Crimi, che anziché stare al merito della questione si mette a parlare di un futuribile riassetto del comparto editoria. Interviene il leghista Bagnai, che, non pago di avere tutti i tg a favore, lamenta che la maggior parte dei giornali osino criticare il governo. E allora capisco. Capisco che è questo il punto. Faccio mente locale. Ricordo che populismo e pluralismo sono naturalmente in antitesi, rammento gli interessi della Casaleggio associati per l’informazione e il commercio online, apprendo che il vicepremier Di Maio si è scelto come consigliere per l’innovazione digitale un avvocato di Facebook (Marco Bellezza), ricostruisco le polemiche di Salvini contro “i giornaloni”, soppeso il taglio dei contributi a giornali “utili” come il Foglio e a monumenti alla trasparenza come Radio Radicale e mi do di cretino. Peggio, di ingenuo. Ero sinceramente convinto che il mio emendamento sarebbe passato. Non prevedeva costi per lo stato, dava una chance in più ai diciottenni: perché mai avrebbero dovuto respingerlo? Ora, col senno del poi, lo so.

Senatore Andrea Canginiresponsabile Cultura di Forza Italia

 

La Casalino e Salvini Associati ha deciso di trasformare la democrazia in un valore depilabile. Di Maio ha detto di voler combattere con tutte le sue forze per evitare che in Italia ci possa essere una legge sul copyright capace di aiutare le testate giornalistiche a difendere il diritto d’autore. Il sottosegretario all’Editoria ha detto che le fake news sono da proteggere perché le bufale fanno parte della libertà di espressione. La stampa, diceva giustamente Tocqueville, è per eccellenza lo strumento democratico della libertà. Chi sceglie di trasformare la stampa in un valore negoziabile non ha fino in fondo a cuore la parola libertà.

 


 

Al direttore - Desidero esprimere il mio plauso per la posizione presa dal Foglio sul caso Pell. In particolare condivido pienamente l’analisi di Ferrara che vede, attraverso questo caso, il tentativo “del pensiero unico dominante di mettere in ginocchio la chiesa cattolica e la sua morale considerata l’ultima remora o contraddizione potenziale all’omologazione universale al nuovo credo scristianizzato del sesso, della riproduzione, della famiglia e del gender senza Dio né legge”. La chiesa cattolica è molto più vitale di quello che si pensi ma, in questo momento, rischia di smarrirsi nella bufera. E’ necessario che, confessando innanzitutto davanti a Dio i peccati dei suoi ministri infedeli, si rinnovi spiritualmente e non tema di testimoniare davanti al mondo la verità del Vangelo. Giuliano, per la sua onestà intellettuale, si è ritagliato, forse suo malgrado, un posto in Paradiso, come certifica la Madonna di Medjugorje nel messaggio del 2 febbraio scorso: “Non dovete temere di difendere col vostro esempio la verità… Figli miei, chi opera nella luce dell’amore misericordioso e della verità è sempre aiutato dal Cielo e non è solo”.Cordialmente

P. Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    01 Marzo 2019 - 10:10

    Non le sembri strano, egregio padre Fanzaga che pur non ascoltando Radio Maria, mi associ condividendolo al suo commento ed al suo apprezzamento per quanto ha scritto Giuliano Ferrara. Mi permetto solo di aggiungere che gia’ l’autorevole e compianto cardinale Cafarra aveva affermato anche sul Foglio che non si poteva negare che nella Chiesa c’era un po’ di confusione. Vista da fuori, mi pare che purtroppo la comfusione sia aumentata, per non dire tracimata. Nulla salus extra ecclesiam, mi avevano insegnato all’oratorio da bambino.

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  • giantrombetta

    01 Marzo 2019 - 10:10

    Caro De Mattia, la mia prima e giovanile esperienza lavorativa e’ stata alcune ore settimanali di insegnamento dei principi costituzionali ad un corso serale di formazione ed aggiornamento di lavoratori che intendevano migliorare o cambiare il loro mestiere. In tempi ahime’ remoti lo Stato era impegnato a promuovere e diffondere quella che si definiva “educazione civica” anche nelle scuole serali. Per personale esperienza molto frequentate.

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