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Capire l’identità del governo non con la parola razzismo ma con la parola libertà

31 Gennaio 2019 alle 06:00

Al direttore - Conte: contrazioni ma sono fiducioso. E non ci aveva detto niente?

Giuseppe De Filippi


  

Al direttore - Buon compleanno! Gentile direttore, le scrivo per formulare a lei e a tutti i foglianti i miei più sinceri e sentiti auguri di buon compleanno! Venti anni di vita è un traguardo importante per un giornale. Avete attraversato tutte le stagioni della Seconda Repubblica, sfuggendo alla banalizzazione e alla semplificazione che oggi vanno tanto di moda. Per questo, a partire dal 2000, sono diventato un vostro fedele lettore, prima acquistando la copia cartacea in edicola e ora abbonandomi all’edizione digitale. Vi chiedo soltanto di continuare a essere controcorrente, così come lo siete stati in questi anni. Con stima.

Pellegrino Giornale

  

Mille grazie. Vedrà nelle prossime settimane quante novità da sballo ci saranno sul nostro meraviglioso fogliuzzo. Si comincia con un nuovo mensile, da martedì 5 febbraio, ci saranno nuove newsletter, nuovi eventi, nuove iniziative, nuovi progetti. Auguri a tutti noi.


   

Al direttore - Caro Cerasa, non sono gli scafisti a costringere eritrei, siriani, somali o egiziani a imbarcarsi per raggiungere l’Italia, ma sono le guerre, la fame o semplicemente, la speranza di poter vivere meglio. Lampedusa è la porta d’Europa e non è solo il confine d’Italia e per questo l’Unione europea è colpevole per la totale assenza di una politica comunitaria sul tema e si deve sentire addosso, la responsabilità primaria, di affrontare un problema che è umanitario e sociale, globale e non solo italiano. Queste persone non cercano di venire in Europa, sfidando la morte per capriccio e salvare ogni vita umana in pericolo, dovrebbe essere la priorità assoluta. I migranti non sanno quale può esser il loro futuro, ma hanno ben chiaro cosa stanno lasciando: terre talmente prive di qualsiasi speranza, da essere pronti a rischiare una fine tragica. Meditiamoci sopra prima di chiudere i porti.

Andrea Zirilli

 

Francesco Costa, vicedirettore del Post, ieri ha scritto un commento molto interessante sul dibattito legato alle politiche migratorie del governo. Le aggressioni contro le persone non bianche – ha scritto Costa – sono aumentate verticalmente, e quando un nazista è andato per strada a sparare a dei neri a caso hanno fatto a gara a giustificarlo. Hanno provato a escludere i bambini non bianchi dalle mense scolastiche e a togliergli i buoni libro, hanno passato settimane a capire come evitare che il reddito di cittadinanza potesse andare agli stranieri regolari e come togliergli le case e le chiese, hanno proposto norme ad hoc per i negozi ‘etnici’, hanno raddoppiato le tasse sul volontariato, hanno dato della scimmia a una ministra nera, hanno parlato apertamente di un complotto contro la razza bianca”. Conclusione di Costa: “Discutere di politiche migratorie e confutare gli argomenti di cui sopra serve fino a un certo punto, perché il problema non è questo governo e non è l’immigrazione: il problema è il razzismo”. Costa ha ragione quando dice che nella cultura del governo esiste una vena di xenofobia presente tanto nella Lega quanto nel M5s e sarebbe un errore non riconoscerlo. Ma il razzismo, in realtà, non è il motore ma è la conseguenza di un atteggiamento che ha contribuito a trasformare la politica degli incapaci in una nuova virtù. Vale quando si parla di infrastrutture, vale quando si parla di globalizzazione, vale quando si parla di immigrazione: se non sai come governare i processi, l’unica strada che hai di fronte a te è far credere ai tuoi elettori che l’unico modo per risolvere i problemi del tuo paese è chiudere tutto. Il problema numero uno del governo, dunque, non è il razzismo ma è la sua capacità di giocare con l’unica parola con cui si potrà creare un giorno un’alternativa allo sfascio populista: la libertà.


 

Al direttore - Alle 15.30 del 23 marzo 1944, uno scoppio violentissimo mandò in frantumi i vetri di molte abitazioni del centro di Roma. Era l’attentato di via Rasella: i partigiani fecero saltare un camion con trentatré tedeschi a bordo. Il boato investì anche un palazzo in via della Fontanella di Borghese numero 42 e in particolare la camera da letto dove la mia adoratissima mamma, Cesarina Baietti, cercava con difficoltà di mettermi al mondo. Lo spavento l’aiutò e io venni alla luce in un luogo meraviglioso, con vista sulla Trinità dei Monti, che tuttora ricordo con grande nostalgia. Il Palazzo, cosiddetto “Del Leoncino”, era un condominio particolare: al primo piano, c’erano due signori, giornalisti, un indiano e un inglese, omosessuali, così come il loro giovane cameriere; sullo stesso piano un personaggio laico di rango del Vaticano che, in giornate ufficiali, usciva di casa vestito come nel Rinascimento; al secondo piano, una nobildonna piemontese con il suo più giovane compagno oculista, al quale aveva messo a disposizione uno studio che poteva tenere sotto controllo ravvicinato; al terzo piano, abitava la mia famiglia, composta da un papà anziano, nato nel 1890, colto e raffinato, ufficiale di cavalleria, che aveva conosciuto il Colonnello Cody (Buffalo Bill), in occasione del torneo di Piazza di Siena ove i nostri Butteri sconfissero i suoi cowboy; la mamma, semplice, affettuosissima e dotata di un grande senso pratico con il quale ha guidato sempre la nostra famiglia, nonché due sorelle Carla e Rita. Sullo stesso nostro piano, una famiglia signorile, vissuta per anni tra il Libano e la Siria, che portava con sé i segni della cultura mediorientale. Nel palazzo non c’era l’ascensore, il riscaldamento assicurato da grandi stufe di coccio, mentre il televisore – a casa nostra – arrivò solamente nel 1954, così come il frigorifero che prese il posto della ghiacciaia; è curioso ricordare che, quest’ultima, era alimentata da colonne di ghiaccio che il Birraio, dalla vicina via della Lupa, portava ogni mattina, sotto casa, dove la cameriera l’aspettava. Alcune situazioni propinque. Sulla via dove gareggiavamo con le bici, c’era praticamente la sola auto dei principi Ruspoli, nostri dirimpettai, e in piazza Borghese, si giocava con la palla. Una forma di divertimento e svago era rappresentata dal vicinissimo Tevere, con i suoi galleggianti; sotto ponte Cavour, c’erano i “Bagni Tulli” ove andavamo all’ora di pranzo o nelle vacanze, a fare il bagno, prendere uno spuntino e un po’ di sole; l’acqua non era pulitissima, con il fondo melmoso, ma non ricordo che alcuno si sia preso la leptospirosi. I negozi – per lo più piccoli alimentari – distribuiti in via della Fontanella di Borghese e nelle strade limitrofe, sono pressoché tutti scomparsi e, di recente, anche l’apprezzata pizzeria del Leoncino, dalla quale prelevavamo le squisite pizze, calando dalla nostra finestra soprastante, un panierino ove ponevamo i soldi. La sicurezza era elevatissima, sia in casa che nelle strade: noi figli andavamo, anche da soli, alla vicina scuola elementare delle Suore Figlie della Croce, sita nella retrostante via dell’Arancio, mentre mia madre ci seguiva con lo sguardo dal nostro terrazzo e gli occhi dei vicini erano più efficaci delle nostre attuali telecamere. Gran parte dei compagni di scuola, abitava lì vicino e tutti si conoscevano. La parrocchia di S. Lorenzo in Lucina, era un altro formidabile punto di aggregazione, per il Catechismo, per le funzioni sacre, e la ricreazione; per il cinematografo, le famiglie con bambini frequentavano prevalentemente la sala del Collegio De Merode, in piazza di Spagna, ma intorno a piazza in Lucina, c’erano due cinema importanti, l’Attualità e il Bernini, ormai da tempo scomparsi, con avanspettacolo. Un altro fattore che contribuiva a questo tipo di “vita familiare allargata” era rappresentato dai gruppi scout; il nostro era il Roma 29 – ricordo tra gli altri, Dario Argento – con sede una chiesa sconsacrata di via Belsiana e successivamente presso gli Scolopi di via del Nazareno, ove molti di noi studiavano. Da questa breve testimonianza cosa vogliamo dire? Vogliamo dire che verrebbe voglia di rimpiangere quei tempi che abbiamo conosciuto, sereni e felici, ma verrebbe voglia anche di dire qualcosa di più: la differenza tra la Roma di ieri e la Roma di oggi non riguarda la quantità di quattrini presenti nelle casse del comune ma riguarda la voglia di guardare al futuro e non solo al passato. Una grande città, volendo, può rinascere anche così.

Paolo Rocchi

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