Lettere rubate
La ricerca del padre attraverso la materia dei sogni e il corpo dell'amore
In "L'invenzione del colore", Christian Raimo esplora il corpo, la memoria e l'eredità del padre per liberarsi della propria inadeguatezza di un adulto che non riesce ad essere tale. Un romanzo che intreccia politica, amore e tormento
Un gioco che facevo da bambino e che oggi continuo: nel cinema, fissare quel momento prima che si riaccendano le luci, la lunga scia dei titoli di coda per aspettare che esca la scritta “Color by technicolor”. “E’ dove lavora(va) mio padre”, mi viene da indicare alle persone in sala, “aspettate a uscire!”.
Christian Raimo, “L’invenzione del colore” (La nave di Teseo, 384 pp.)
C’è più di un romanzo dentro questo bel romanzo di Christian Raimo, e ognuno ha come nucleo il corpo: il corpo silenzioso del padre, il corpo sfinito dalla malattia, il corpo dell’impegno politico e della lotta, i corpi che vanno a scuola ogni mattina, studenti e insegnanti, i corpi che lavorano e che ricordano gli anni favolosi alla Technicolor (la rivoluzione del cinema da un laboratorio sulla Tiburtina) e il corpo dell’amore. Avuto, tormentato, perduto. Anche il padre è perduto: è morto da molti anni, poco dopo la pensione, per un tumore probabilmente causato da quel lavoro amatissimo: il lavoro che ha modellato i nostri sogni. Il rosso di Suspiria, l’oro del Piccolo Buddha, il colore che ci resta in testa di Apocalypse now, per ottenere il quale ogni giorno un aereo partiva dalle Filippine per Ciampino: i giornalieri girati da Francis Ford Coppola dovevano arrivare alla Technicolor sulla Tiburtina per lo sviluppo, e poi ripartire. Christian Raimo, idem ego dell’autore, cerca di ricostruire e di scoprire quel tempo, per liberarsi della continua presenza del padre nei suoi sogni, per liberarsi del tormento e anche della propria inadeguatezza di adulto che non riesce a essere adulto.
Che cosa significa essere un bravo insegnante, occuparsi davvero dei ragazzi, che cosa significa stare con una ragazza bellissima, essere all’altezza della sua lotta e amarla bene? E dove va a finire, poi, tutto questo amore perduto. C’è una scena magnifica, lui e lei, lei si chiama Gadda, al campo rom: la polizia, i litigi, un computer rubato da recuperare, l’arresto di Gadda interrotto dall’improvviso sangue al naso di un poliziotto. E c’è, in tutto il romanzo, l’idea di raccontare il mondo aperto: non solo una coppia, non solo Bergman (i film che guardavano ogni domenica i suoi genitori, per sentirsi borghesi almeno nei litigi). E l’eternità che passa tra i corpi, anche i corpi più recalcitranti e quelli più inermi, scassati, oppure arrabbiati, ribelli. C’è uno studente difficile, Paolo, di cui il protagonista e narratore si occupa giorno e notte. Paolo arriva, sparisce, telefona, scrive messaggi: prof., mi sa che ho fatto una cazzata, gliela posso dire? Ma anche Paolo si occupa di questo prof., metà adulto e metà ragazzo. Non lo lascia solo. Lo abbraccia, come questo libro abbraccia tutti.