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Ironia, leggerezza, terrore e angoscia. In bilico sulla follia con la “Paranoia” di Shirley Jackson

È molto più spaventoso di come sembra: una cucina che prende vita e aspetta e giudica e isola

Annalena Benini

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benini@ilfoglio.it

20 Ottobre 2018 alle 06:00

Ironia, leggerezza, terrore e angoscia. In bilico sulla follia con la “Paranoia” di Shirley Jackson

Foto di Jeff Ruane (via Flickr)

“Mio marito recensisce libri per mestiere, e io vorrei presentare un reclamo. So che è dura di questi tempi, con le ragazze pronte ad agguantare i buoni partiti appena escono dalle superiori, ma io non credo di essermi meritata un recensore di libri. Mia madre si aspettava qualcosa di meglio per me”.

Shirley Jackson, “Paranoia” (Adelphi)


   

Quanti registri può avere una scrittrice? Quante cose riesce a raccontare e in quanti modi? Shirley Jackson, nata a San Francisco nel 1916 e morta nel Vermont a soli quarantotto anni, madre di quattro figli, è la dimostrazione che si può essere comici, spaventosi, inquietanti, ironici, profondi, leggerissimi. Lei, che fin dall’infanzia infelice grazie a una madre che la definiva “un aborto mancato”, ha promesso a se stessa di scrivere almeno mille parole al giorno, e che è stata definita “la maestra di Stephen King”, ha scritto racconti divertentissimi di vita famigliare, oltre che romanzi psicotici su case infestate dai fantasmi, saggi sulla scrittura. “L’incubo di Hill House” ha ispirato una serie appena uscita su Netflix, ma c’è anche “La lotteria”, adorato da Dorothy Parker, in cui Shirley si vendica degli abitanti del paese del Vermont in cui si è trovata a vivere per seguire il marito professore, molto adultero, molto rigido, molto poco meraviglioso. Non è stata una vita facile, ed è stata una vita breve, ma in un giorno qualunque negli anni Novanta (Shirley Jackson era morta da trent’anni), uno dei suoi figli ha trovato davanti alla porta una scatola di cartone contenente i fogli di carta gialla con la calligrafia di sua madre. Racconti inediti, che sono diventati questo libro: terribile, consolante e ironico pagina dopo pagina di strati di verità e spaventose possibilità.

  

La sincerità apparentemente svagata, ma in realtà molto precisa, di Shirley: “Mentre rifaccio i letti e lavo i piatti e vado in paese a cercare le scarpette da ballo, mi racconto delle storie. Storie su qualunque cosa. Semplici storie. Dopotutto, chi può concentrarsi sui propri gesti mentre passa l’aspirapolvere? Io mi racconto delle storie. Ne ho una fantastica sul cesto della biancheria che ora non posso raccontare, e poi storie sui calzini mancanti, sugli elettrodomestici della cucina, sui cestini della carta straccia, sui cespugli lungo la strada che porta a scuola, praticamente su ogni cosa. Mi mantengono attiva, le mie storie. Forse quella sul cesto della biancheria non la scriverò mai – anzi, sono quasi certa che non la scriverò –, ma finché so che lì c’è una storia posso andare avanti a separare i bianchi da quelli colorati”. Del resto in Canada un quotidiano aveva titolato un articolo su Alice Munro: “Casalinga trova il tempo di scrivere storie”. E le storie di Shirley Jackson entrano a passo di danza nel male come nelle cene al ristorante con i figli, o nello spaesamento di Mr Beresford, che ha comprato una scatola di cioccolatini per il compleanno della moglie e esce dall’ufficio per tornare da lei, ma il mondo ha deciso di impazzire e di trasformare la sua giornata in un incubo.

   

E’ tutto in bilico sopra la follia, anche la calma apparente di una madre di famiglia davanti ai piatti da lavare in cucina, mentre considera con soggezione le forchette, i bicchieri, gli strofinacci e la barra magnetica che suo marito ha appeso al muro, che afferra e trattiene gli oggetti metallici. È molto più spaventoso di come sembra: una cucina che prende vita e aspetta e giudica e isola. “A volte, gironzolando come al solito per la cucina, avverto anch’io l’attrazione magnetica, la spinta ad appiattirmi contro la parete e restarmene lì in pace, tranquilla e immobile, finché non verrò staccata per qualche scopo pratico”.

   

Fa venire i brividi, fa sentire anzi la sensazione straniante, quasi un desiderio folle, di starsene appiccicate al muro, immobili. E fa venire i brividi, di entusiasmo e ammirazione, il fatto che nella lista delle cose da fare, la lista della spesa, la lista della vita, Shirley Jackson trovasse, oppure inventasse e non fa alcuna differenza, cose come: “Shirley, fai cadere il vecchio dalle scale”.

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