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Una vita è una vita e non si deve perdere tempo a compiangerla

Rossana Rossanda, la ragazza del secolo scorso, racconta il corpo che invecchia. “Grazie, mi sono molto divertita”

Annalena Benini

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benini@ilfoglio.it

13 Gennaio 2018 alle 06:20

Rossana Rossanda

Rossana Rossanda (foto via Youtube)

A ogni modo, che posso dire? Che la regione del sesso non si traversa tutta con facilità. Chiedo scusa, io non l’ho traversata tutta con facilità. L’essere donna ha occupato uno spazio centrale nella mia mente? No. Nei miei affetti, dolori, desideri, angosce, bisogni, acquietamenti, frustrazioni? Quasi. Conosco il tutto in molte varianti, su molti oggetti – le passioni le conosco. Quella dell’unione/abbandono con l’altro è una. Importante. E adesso, nel mutare del corpo/corpo dal corpo/me, ogni passione è spenta? Mah.

Rossana Rossanda, “Questo corpo che mi abita”, a cura di Lea Melandri (Bollati Boringhieri)

 

La ragazza del secolo scorso, Rossana Rossanda, detesta essere considerata una martire, una donna che si è crocifissa e dedicata completamente alla politica, dipendente da questo sé politico che ha determinato un’intera esistenza. Una vita è una vita, scrive Rossanda, e non si deve perdere tempo a compiangerla. “Io la mia l’ho costruita”, e non tutti possono dire lo stesso. La sua l’ha costruita, con le idee, con il rapporto con gli uomini, con la curiosità sempre vivissima di capire sé e capire gli altri, di cercare strade, ponti, appassionandosi a tutto ma non così tanto, invece, a un’astrazione: l’autonomia del genere umano femminile.

 

Anche per questo le sue parole sul corpo, adesso, nel pamphlet che Lea Melandri ha curato con amicizia e affetto e idee a confronto, suonano così interessanti, spiazzanti, malinconiche in un modo però ironico e perfino consolante: la vita si può, si deve vivere, ci si deve immischiare, sporcare, il corpo poi invecchierà, porterà addosso una storia. Il nostro corpo che ci abita e a cui apparteniamo, e che a poco a poco si separa da noi. “Lui se ne va. Non io. Daccapo non siamo insieme. Lo guardo e sono indignata da quel che sta facendo. Perché le ossa si muovono a vanvera? Il medico me lo dice ma è come se parlasse d’altro: le ‘mie’ ossa! Perché la pelle si secca? Le unghie diventano opache? Dove vogliono andare a finire? Succede di tutto nel vestito nel quale sono inesorabilmente infilata”.

 

Non è grave, ma indigna, non è grave, è solo il corpo che invecchia, e Rossana Rossanda lo guarda come lo guarda Joan Didion, lo descrive, precisa, spietata, a volte lo disprezza, ma sempre con curiosità. “Il corpo è sempre intrigante”. E si rivolge alle amiche, alle compagne di strada, a tutte quelle che aspettano le parole di Rossana Rossanda per decidere quale strada prendere, ma lei conosce il conflitto e sa che si lamenteranno. Le diranno: “E perché del fastidioso invecchiare parli, e non del corpo problematico e coinvolgente e sconvolgente che è la sessualità?”. “Beh, perché dell’essere donna non saprei che dire, lo sono, e non mi è mai riuscito di prendere sul serio un uomo in quanto uomo, se mai una donna in quanto donna. E del sesso, come si dice oggi, praticato, io non so parlare. La mia generazione non ne sa parlare e dubito, ma molto, che le più giovani ne parlino davvero: il cinema, ad esempio, dice qualche cosa sullo schema dei desideri, ma del sesso non dice, se non in uno stereotipo ginnico che funziona come un orologio ogni volta che non è uno stupro. Finora se l’è cavata meglio la parola che l’immagine”.

  

Rossanda è tagliente, non ha mai preso sul serio un uomo in quanto uomo, al massimo una donna in quanto donna. Ma non sarebbe una liberazione non dover appartenere a uno schema, a un sottogruppo compatto di esseri umani? Però ecco la risposta: “A ogni modo, che posso dire? Che la regione del sesso non si traversa tutta con facilità. Chiedo scusa, io non l’ho traversata tutta con facilità. L’essere donna ha occupato uno spazio centrale nella mia mente? No. Nei miei affetti, dolori, desideri, angosce, bisogni, acquietamenti, frustrazioni? Quasi. Conosco il tutto in molte varianti, su molti oggetti – le passioni le conosco. Quella dell’unione/abbandono con l’altro è una. Importante. E adesso, nel mutare del corpo/corpo dal corpo/me, ogni passione è spenta? Mah”. La risposta è che a scrivere una biografia, dice Rossanda, viene spesso da ridere. “La ragazza che sono stata è buffa, ma sono molto indulgente con lei”. Il suo corpo è cambiato, anche la ragazza abitata da quel corpo è cambiata. Ma quando il corpo le manderà a dire che è finita, che è stufo, lei spera di avere il tempo di dirgli: “D’accordo. E grazie, mi sono molto divertita”.

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Commenti all'articolo

  • mauro

    15 Gennaio 2018 - 16:04

    Come del resto tutti noi, che evitiamo opportunamente l'argomento, la Rossanda non poteva da giovane fermarsi a riflettere sul fatto che mentre si dava da fare per raddrizzare ogni legno storto che incontrava sul suo cammino progressista, nel suo corpo iniziava la decomposizione che precede quella definitiva. Ma non sono sicuro che se ne renda conto nemmeno adesso e sembra trovi nel fatto una similitudune con le ingiustizie alle quali aveva voluto dare battaglia. E a ben rifletterci l'accostamento non è peregrino , anche questo è un aspetto, il più banale, del non raddrizzabile legno storto.

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  • luigi.desa

    14 Gennaio 2018 - 13:01

    Annalena ha un cuore immenso ama tutti anche i rospi ( figurato) . Gli inventori del manifesto erano mattacchioni ,proposero un comunismo da operetta , che ebbe ed ha i suoi fans, e ancora oggi i redattori di quel giornale ( che non leggo,li ascolto in tv) continuano la tradizione ,restando comunque ottimi giornalisti, mai un congiuntivo sbagliato.

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