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Virginia che lottava per la dignità di esistere

La giovinezza di Virginia, “donna, orfana e folle”, che ha vinto la libertà per sé e per tutte

2 Dicembre 2017 alle 06:30

Lettere rubate

Foto via Wikimedia Commons

Carissimo Leonard, (…) io voglio tutto… amore, bambini, avventura, intimità, lavoro. Dunque, un momento sono quasi innamorata, voglio che tu sia sempre con me, sappia tutto di me, e un attimo dopo sono selvatica e distante. A volte penso che sposandoti avrei tutto… ma poi? E’ forse il lato sessuale a dividerci? Come ti ho detto brutalmente l’altro giorno, non provo attrazione fisica per te. Ci sono dei momenti – l’altro giorno quando mi hai baciata, per esempio – in cui non sono più sensibile di un sasso.

 

Virginia Stephen a Leonard Woolf, 1° maggio 1912

 

“Virginia Woolf. Ritratto della scrittrice da giovane” (Utet)

 


 

  

Con quanta libertà Virginia scrive a Leonard Woolf, che quattro mesi prima le ha dichiarato il suo amore provocandole una delle sue crisi. Gli dice che vuole tutto, anche dei bambini, gli dice che non è sicura di poterlo amare, ma gli dice anche: “Però mi hai anche resa molto felice. Vogliamo tutti e due un matrimonio che sia una cosa viva e impetuosa, sempre accesa, sempre appassionata, non morta e facile come la maggior parte delle unioni. Chiediamo molto alla vita, no? Forse l’otterremo, che bellezza!”. Virginia ha trent’anni e sta diventando la scrittrice che è sempre stata, sta cercando di liberarsi dal marchio che per pigrizia la sua famiglia le ha cucito addosso: Virginia è pazza… (la follia circola in famiglia e quindi viene usata per spiegare gli attacchi di Virginia, quando non vuole più mangiare, quando si paralizza e non riesce a superare una pozzanghera). Virginia da giovane è, come ha scritto Nadia Fusini nel saggio introduttivo a questo libro fatto di lettere fiume, lettere confessione, lettere romanzi, lettere spiritose, “orfana, donna e folle”, e allora ha combattuto per liberarsi dei vicoli ciechi e delle categorie culturali e morali di quell’epoca tardo-vittoriana. L’ha fatto per sé, ma con la consapevolezza di farlo per tutte. Ci sono le lettere a Violet Dickinson, di tredici anni più grande, di cui Virginia ventenne si innamora e che la introduce nella possibilità di scrivere recensioni per i giornali, e sono lettere vivissime, scherzose, serie, appassionate: nel 1903, d’estate, Virginia inizia la lettera descrivendo l’orgasmo raggiunto – come mai prima – grazie a Violet. E’ un rapporto di amicizia, di seduzione, di maternità, di comunione d’intenti e di sorellanza. Virginia tiene per un mese nascosta a Violet la morte per tifo di suo fratello Thoby, per non spaventare l’amica, ammalata della stessa febbre. Dimostra un senso di protezione e di vicinanza, anche una dimenticanza di sé che contrasta con l’idea che ci siamo fatti della scrittrice egoista e ossessionata da se stessa. Una ragazza famelica di vita, che ha conosciuto il dolore, che si preoccupa per suo padre e lo accudisce, e che scrive lettere grandiose e vivide. “Come puoi immaginare non mi lavo mai e non mi pettino; percorro la brughiera selvaggia a passi enormi; declamo odi di Pindaro balzando di roccia in roccia; esulto nell’aria che un po’ mi schiaffeggia e un po’ mi accarezza, come un padre severo ma affettuoso!”.

 

Virginia lotta per la dignità di esistere, giorno dopo giorno, studia e scrive, cerca la solitudine e il lavoro (“quattro persone nelle stesse camere d’affitto sono quasi peggio di tre giorni di ponte”). Quando incontra Leonard Woolf, “un ebreo squattrinato”, come lo definisce in una lettera a Violet, capisce che la sua vita può consacrarsi alla scrittura: “Leonard considera lo scrivere il mio lato migliore. Lavoreremo molto sodo. Abbiamo una quantità di progetti”. Con lui accanto, potrà avere quella stanza tutta per sé, e qualcuno che crede intensamente in lei. “Però non so proprio che cosa ci porterà il futuro. Ho quasi paura di me stessa”. A Violet chiede scherzosamente l’approvazione per il matrimonio, le propone di incontrarsi tutti e tre: “Abbiamo parlato molto di te. Gli ho detto che sei alta due metri e che mi vuoi bene”.

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