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L’infanzia e la guerra

Souleima a otto anni costretta a ballare nuda davanti al corpo del padre

28 Ottobre 2017 alle 06:00

L’infanzia e la guerra

Foto Wikipedia

Bisogna poi occuparsi di un’altra faccenda: ancora oggi capita che bambini ebrei frequentino scuole tedesche. Mi sembra intollerabile. Mi pare impossibile che mio figlio stia seduto in un liceo tedesco accanto a un Ebreo, mentre gli insegnano la storia tedesca. E’ assolutamente indispensabile allontanare gli Ebrei dalle scuole tedesche, e lasciare che si occupino loro stessi, nelle loro comunità, di educare i loro figli.

Joseph Goebbles, 12 novembre 1938

  

Fu il 1938 l’anno cruciale e terribile per i bambini ebrei in Europa: i genitori divennero fragili, non potevano più proteggere i figli, e i figli cominciarono a nascondersi, a scappare, in qualche caso furono nascosti in altre famiglie che corsero dei rischi e misero a disposizione ciò che avevano, in un atto che era affermazione della propria umanità. Norbert aveva undici anni e viveva con i suoi genitori e i suoi fratelli a Wanne-Eickel, in Germania, e sua madre decise di portarlo all’ultima stazione prima del confine olandese e di metterlo da solo su un treno, senza sapere se e quando avrebbe potuto rivederlo. A Varsavia nel 1941 c’erano più di tremila bambini ai bordi delle strade, la morte era un’esperienza quotidiana, nei campi di sterminio i bambini erano destinati alla morte immediata, non erano nemmeno percepiti come persone, erano solo appendici delle madri.

  

“La Shoah dei bambini fu la Shoah in sé”, scrive lo storico Bruno Maida in questo saggio appena uscito per Einaudi, “L’infanzia nelle guerre del Novecento”, che indaga e affronta, anche attraverso il cinema e la letteratura, il coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati del Novecento. I bambini trasformati in combattenti, i bambini mai più bambini, i bambini sospesi, i bambini mobilitati, i bambini che durante le cerimonie ufficiali degli anni Trenta dicevano in coro: “Grazie Stalin per la nostra vita felice”, e vedevano uccidere o sparire madri e padri. “Si leva all’orizzonte l’aurora del ventesimo secolo. E’ il secolo vostro, o fanciulli. Andategli incontro come un esercito festoso e intrepido”, ecco il discorso di Edmondo De Amicis ai bambini delle scuole elementari torinesi nel 1892. Leggere questo libro significa farsi carico dell’umanità offesa, e della scoperta infantile della violenza e della torsione di tutte le regole che avevano imparato fino ad allora, e che rendevano il mondo, adesso, incomprensibile. I bambini armeni strappati agli orfanatrofi e gettati nell’Eufrate, o fatti saltare con la dinamite. E, con la Prima guerra mondiale, la fine dell’idea di un’infanzia da considerare semplicemente vittima dei conflitti: l’infanzia diventa protagonista della guerra, la posta in gioco e l’oggetto della propaganda, i bambini scrivono lettere ai padri al fronte, pensano alla guerra, la vogliono combattere, hanno fame, e tutti i ricordi sono legati alla paura di morire. Irène Némirovsky nel 1917 aveva da pochi giorni compiuto quattordici anni: “Udii per la prima volta le grida di spavento e di dolore dei feriti e il lungo urlo che sale dalla folla e chiede sangue, quell’urlo indimenticabile di odio e di follia che non ha più niente di umano”. Il 1917, per i bambini italiani, fu “l’anno della fame”. Ma anche nel 1992, a Sarajevo, Zlata a nove anni ha capito che cos’è la guerra. “La guerra non è uno scherzo. Una bambina che vive senza giochi, senza amici, senza sole, senza uccelli, senza natura, senza frutta, senza cioccolata, senza caramelle”. Qualche decennio prima i tedeschi davano le caramelle ai bambini, prima di sparagli uno dopo l’altro. E in Algeria Solueima, a otto anni, vide i soldati francesi picchiare suo padre e lasciarlo sanguinante a terra, mentre la madre scappava e Solueima la inseguiva urlando: “Mamma! Mamma! Hanno ucciso papà!”. Infine i soldati costrinsero Souleima e la madre a ballare nude davanti al corpo del padre.

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