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Populismo buono e populismo cattivo. Esiste una differenza? Note per Piacenza

9 Gennaio 2018 alle 06:14

Al direttore - Nel corso del 2018 dobbiamo aspettarci, a ogni scadenza di calendario, la rievocazione di qualche evento che caratterizzò, cinquant’anni or sono, il “mitico ‘68’’. Scopriremo così una sostanziale differenza tra i concetti di “sessantotto’’ e di “sessantottismo’’. Il primo è parte integrante della vita di quanti “c’erano’’, qualunque fosse il loro ruolo e la loro valutazione di quell’esperienza che si diffuse in tutto il mondo al pari dell’epidemia d’influenza che, ai tempi della Grande guerra, fu definita ‘’la spagnola’’. Il “sessantottismo’’, invece, ha in sé i germi di una malattia esantematica, che si supera da bambini, ma che determina effetti molto gravi a esserne contagiati da adulti. Da noi, il “sessantottismo’’ è diventato una malattia cronica; talvolta, persino professionale. Mai debellata.

Giuliano Cazzola

A proposito del sessantottismo, la rimando al pezzo di Matteo Matzuzzi, che riporta il pensiero per una volta non politicamente corretto di Papa Francesco proprio su questo tema: “Occorre tuttavia constatare che, nel corso degli anni, soprattutto in seguito ai sommovimenti sociali del Sessantotto, l’interpretazione di alcuni diritti è andata progressivamente modificandosi… vi è quindi il rischio che in nome degli stessi diritti umani si vengano a instaurare moderne forme di colonizzazione ideologica… Duole rilevare come molti diritti fondamentali siano ancora oggi violati… penso anzitutto ai bambini innocenti, scartati ancora prima di nascere; non voluti talvolta solo perché malati o malformati o per l’egoismo degli adulti”. Niente male, no?

 


  

Al direttore - Nella risposta alla mia lettera del 4 gennaio scorso, sul fatto che il governo poteva “fare di più”, ha sottolineato che, nel valutare le misure (e le proposte) di politica economica bisogna distinguere tra “populismi buoni” e “populismi beceri”. In particolare, azioni che hanno un impatto negativo sul disavanzo e sul debito e, quindi, sulle future generazioni, dovrebbero comunque essere implementate, se consentono di sottrarre voti a chi sostiene ricette – populiste sì – ma “becere” e molto più pericolose, come l’uscita dall’euro. Che il populismo vada combattuto non ci sono dubbi. Gli esempi attuali mostrano che nei paesi europei dove governano forze populiste, come in Grecia, il costo pagato da chi ha creduto in chi ha promesso la luna è elevatissimo. Ma che il populismo cosiddetto “buono” sia necessario, quasi inevitabile, per sconfiggere quelle “becero”, solleva alcune perplessità, per almeno tre motivi: si tratta di una strategia basata sulla paura; si è dimostrata perdente in varie occasioni; e, infine, genera risentimento e frustrazione. Andiamo con ordine. In primo luogo, la paura. Suggerire ai cittadini di votare per i populisti “buoni” perché quelli “beceri” sono dannosi è già stato provato e non ha funzionato. Con il “Project fear” (il progetto della paura, appunto) David Cameron cercò di convincere i britannici a votare per il Remain perché l’alternativa Leave avrebbe comportato l’apocalisse. Cameron perse e uscì dalla scena politica, prendendosi la responsabilità dell’enorme errore politico. Un “Project fear” è stato messo in atto anche in Italia, in occasione del referendum costituzionale del 4 dicembre dello scorso anno. In caso di vittoria del No, vari esponenti del governo avevano previsto maggiori rischi di attacchi terroristici, l’acuirsi di gravi malattie, persino un crollo del prodotto interno lordo senza precedenti. Anche in questo caso, la strategia della paura non fece presa. In secondo luogo, il populismo “buono” rischia di essere una scelta perdente perché difficilmente riesce a distinguersi da quello “becero”, che appare più attraente all’elettore. Lo dimostra la politica europea del governo Renzi, quella dello “sbattere i pugni sul tavolo” a Bruxelles, che ha sortito risultati meno dirompenti dei proclami: per fare due esempi, il Fiscal Compact sarà parte integrante dei Trattati, e il terzo pilastro dell’Unione bancaria, ossia la garanzia unica dei depositi, fondamentale per un paese come il nostro, ancora non ha visto la luce. Lo slogan renziano “Europa sì, ma non così” non sembra più avere la stessa forza di chi – come i populisti “beceri” – promette minacce e ricatti. C’è un ultimo motivo contro il populismo buono. Elargire denaro pubblico ad alcune categorie, senza spiegarne i motivi, genera risentimento e frustrazione, anche in chi lo riceve. L’esempio più significativo riguarda il bonus cultura, che non è riuscito a convincere la maggioranza dei giovani a votare a favore del referendum costituzionale. E ciò, nonostante questi stessi giovani siano andati a scaricarsi i 500 euro. Del resto, i giovani sono arrabbiati e delusi, mica scemi: se lo stato regala 500 euro, perché privarsene? In sintesi, il populismo “buono” non solo non favorisce la crescita e aumenta il debito ma rischia di incrementare i voti a favore di quello “becero”. A questo rischio sono particolarmente attenti i mercati finanziari, che forse non danno tanta importanza alla distinzione tra populismi, ma osservano con crescente preoccupazione il debito pubblico che non scende. Se oggi lo spread non sale pericolosamente come nell’autunno del 2011, è in larga parte grazie all’azione calmierante della Banca centrale europea. Che però non è eterna. C’è da chiedersi se le forze politiche che si ispirano al populismo “buono” l’abbiano capito.

Veronica De Romanis

 

Grazie per la lettera. Le faccio due esempi di populismi buoni. Esempio numero uno: gli ottanta euro. Esempio numero due: la doppia moneta. Sono storie diverse ma ci aiutano a capire di che stiamo parlando. Gli ottanta euro, anno 2014, hanno aiutato il Pd di Renzi a ottenere molti voti alle europee e anche grazie a quei voti ottenuti il Pd ha fatto una cosa che senza l’uso del populismo buono non avrebbe mai fatto: il Jobs Act (anno 2014). La doppia moneta è un altro esempio di populismo buono. Nessuno può realisticamente credere all’introduzione di una doppia moneta ma parlare di doppia moneta ha permesso a Berlusconi di far sparire in questa campagna elettorale il tema dell’uscita dall’euro e grazie a questa trovata populistica (innocua) abbiamo la ragionevole certezza che se il centrodestra vincerà non ci sarà un referendum sull’euro.

 


 

Al direttore - La meritocrazia è non solo prevista e accettata dalla Costituzione (articoli 3 comma 2, 34 e 36), ma è pure prescritta (accesso alla P. a. per concorso). E proprio anche per questo, allora, non si può non riflettere sul pensiero in merito di Papa Francesco, espresso qualche tempo fa nel corso di un incontro con i lavoratori dello stabilimento ligure di Ilva, organizzato nell’ambito della visita pastorale all’arcidiocesi di Genova. A un lavoratore che gli aveva chiesto consiglio sottolineando che “negli ambienti di lavoro prevalgono la competizione, la carriera, gli aspetti economici”, il Papa ha risposto criticando anzitutto la competizione e testualmente aggiungendo: “Un altro valore che in realtà è un disvalore è la tanto osannata ‘meritocrazia’ . La meritocrazia, al di là della buona fede che tanti invocano, sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza. Il nuovo capitalismo tramite la meritocrazia dà una veste morale alla diseguaglianza, perché interpreta i talenti delle persone non come un dono: il talento non è un dono secondo questa interpretazione: è un merito, determinando un sistema di vantaggi e svantaggi cumulativi. Così, se due bambini alla nascita nascono diversi per talenti e opportunità sociali ed economiche, il mondo economico leggerà i diversi talenti come merito, e li remunererà diversamente. E così, quando quei due bambini andranno in pensione, la diseguaglianza tra di loro sarà moltiplicata”. Papa Francesco ha così proseguito, sempre testualmente: “Una seconda conseguenza della cosiddetta ‘meritocrazia’ è il cambiamento della cultura della povertà. Il povero è considerato un demeritevole e quindi un colpevole. E se la povertà è colpa del povero, i ricchi sono esonerati dal fare qualcosa”. Queste, dunque, le parole del Pontefice. A proposito delle quali, per un cattolico che non le condivida (ed è il mio caso), si pongono due questioni preliminari: se sia moralmente consentito considerare le stesse in senso critico; se sia moralmente legittimo esprimere pubblicamente il proprio pensiero al loro proposito. Sul primo problema. L’infallibilità del Papa ricorre in presenza della solenne definizione ex cathedra di una verità di fede o di morale e, ancora, quando egli annunci una verità che sia stata sempre creduta e ammessa nella chiesa. Non è, all’evidenza, il caso nostro. Ricordiamo anzi che l’allora card. Ratzinger ebbe a sottolineare che lo stesso Concilio Vaticano II non ha definito alcun dogma. Sul secondo problema. Il canone 212 stabilisce che “Tutti i fedeli, consapevoli della propria responsabilità, sono tenuti ad osservare con cristiana obbedienza ciò che i sacri Pastori, in quanto rappresentano Cristo, dichiarano come maestri della fede o dispongono come capi della Chiesa” (1° comma). Pur animato da buone intenzioni, Papa Francesco assimila, comunque e totalmente, la meritocrazia all’arbitrarietà della distribuzione dei talenti naturali. Mentre, se questo può in parte essere vero, non è in ogni caso sempre, e mai del tutto, vero, trascurandosi in questo caso che il merito è una proprietà dell’atto umano, che è sempre – per definizione – espressione di volontarietà. E senza quest’ultima, nessun talento è messo a profitto. Tutto questo giustifica di per sé, da un punto di vista morale, la meritocrazia. E con riguardo, poi, all’utilità comune (come presupposto) e di cui alla parte finale del richiamato canone 212, è solo da notare che la selezione naturale esclusivamente basata sui talenti potrà essere evitata, nei casi di chi pur dotato sia privo di mezzi, attraverso il principio e il metodo einaudiano dell’eguaglianza (per quanto umanamente fattibile) dei punti di partenza – l’unico corretto sistema di rivoluzione sociale –, mentre non può non evidenziarsi quante siano le contrarietà che mette in campo la posizione opposta a quella meritocratica e così: l’assistenzialismo, l’egualitarismo fine a se stesso, la nociva indolenza, l’appesantimento della burocrazia deputata a governare il settore, l’abbandono di ogni incentivo al miglioramento e quindi l’ingiusta penalizzazione statalista dei meritevoli. Che è come dire un rimedio (generale e generalizzato) che è ben peggiore del male che si intenderebbe curare. Non a caso è questa, in gran parte, la situazione di un paese come il nostro, nel quale il buonismo – nella scuola in ispecie, ma anche nel lavoro – impera, generando – non in tutti, ma in molti, soprattutto appartenenti alle nuove generazioni – lassismo, mancanza di disciplina interiore in ispecie, servitù volontaria al pensiero unico internazionale e al politicamente corretto, distruzione di valori, materialismo. L’edizione 2016 del Meritometro, elaborato dal Forum della meritocrazia, colloca l’Italia all’ultimo posto in Europa dopo Finlandia, Norvegia, Danimarca e Svezia (che guidano la classifica), ma anche dopo Germania, Gran Bretagna e Francia e altresì dopo Polonia e Spagna. Eppure l’Italia è il paese, almeno formalmente e ufficialmente, più cattolico al mondo. E Dio è meritocratico, come meritocratica è (al pari forse di nessun’altra istituzione terrena) la sua chiesa, fondata – e duratura proprio perché fondata – sul metodo della cooptazione, ad ogni livello. Dio è meritocratico, a dimostrarlo il piacentino Gotti Tedeschi ha dedicato una pubblicazione, in 12°, di 382 pagine (ed. Giubilei Regnani, prefazione Nicola Bux). Un testo che è un completo antidoto all’etica propria della teologia della liberazione, che – materialista – “insegna” che la miseria morale si vince eliminando la miseria materiale, che – quindi – diventando meno poveri si diventa anche più buoni, “essendo l’inequità (attenzione, non l’iniquità) nella ripartizione delle risorse l’origine di tutti i mali”. Ritorniamo con questo all’inizio del discorso sulla meritocrazia, ma anche alla riflessione che non pare proprio che diventando più agiati (come indubbiamente è avvenuto, già nel secolo scorso, in tutto il mondo, per effetto di un sistema economico che ragione vorrebbe non fosse criticato almeno prima che se ne sia individuato uno migliore), diventando più agiati – si diceva – non pare proprio che i costumi siano migliorati, anzi. Dio – per fortuna – è meritocratico, come con un continuo martellamento Gotti Tedeschi sostiene nel suo testo: se la fede – egli scrive, tra l’altro – fosse spiegata, imposta e accettata dalla pura ragione non sarebbe fede, sarebbe pura ragione e la si otterrebbe senza sforzo e merito. E ancora: come dice sant’Agostino (e Gotti Tedeschi riporta) Dio può aver deciso che anziché non fare esistere il male, fosse meglio che dal male potesse essere tratto il bene (felix culpa). In pratica, facendo emergere il merito nell’esercizio delle virtù. Al pari: per i protestanti la salvezza si ottiene solo per fede, senza opere, mentre per i cattolici le opere sono necessarie e sono realizzabili con il merito. Più sono difficili da realizzare – sottolinea Gotti Tedeschi – più merito viene riconosciuto. Proprio perché Dio è meritocratico. Dunque, la meritocrazia è lecito – da un punto di vista sia religioso che civile – incoraggiarla, o no?

Anche di questo discuteremo alla II edizione del Festival della cultura e della libertà, in programma pure quest’anno a Piacenza nell’ultima settimana di gennaio (27 e 28 del mese).

Corrado Sforza Fogliani

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