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Gli spintoni a Fedeli e gli irresponsabili che incitano alla violenza

16 Giugno 2017 alle 06:00

Al direttore - Ok, ma ius sanguinis non era il diritto a menare.

Giuseppe De Filippi

 


 

Al direttore - Ho visto che le cronache raccontano di una contusione del ministro Valeria Fedeli a seguito di una bagarre scatenata in aula dalla Lega durante la discussione dello ius soli. Non pensa sia una cosa grave, direttore?

Luca Maffei

Verrebbe voglia di minimizzare e dire che non è successo niente e che qualche spintone in Parlamento può capitare ma purtroppo quello che è accaduto ieri con il ministro Valeria Fedeli non può essere archiviato così facilmente. Nel mondo, oggi più che mai, esiste un movimento trasversale, a carattere demagogico, che in modo più o meno esplicito ha sdoganato l'idea che di fronte a qualche atto non gradito della politica sia giustificabile la violenza. Beppe Grillo, una settimana fa, ha detto, esplicitamente, che “la gente ha tutto il diritto di essere violenta quando gli porti via i diritti, la salute”. Luigi Di Maio, il vice capo algoritmo, qualche settimana fa, dopo il parere negativo dato dal Senato sulla decadenza di Augusto Minzolini, ha detto, esplicitamente, “poi non lamentatevi se i cittadini ricorrono alla violenza”. Ci piace pensare che Beppe Grillo e Luigi Di Maio giustifichino solo la violenza verbale di cui il Movimento 5 stelle è portavoce nazionale. Ma purtroppo in una fase storica come quella in cui viviamo oggi – un anno fa in Inghilterra un uomo ha sparato alla deputata laburista Jo Cox, uccidendola; ieri Nathalie Kosciusko-Morizet, ex ministra francese e candidata della destra alle legislative a Parigi, ha perso conoscenza per vari minuti dopo essere stata aggredita da un passante mentre faceva campagna elettorale per le legislative, due giorni fa un uomo ha sparato al deputato repubblicano Steve Scalise – giocare con le parole che incitano alla violenza è un modo implicito per caricare altra violenza. La seconda Repubblica è nata con la Lega che agitava il cappio e il cappio della gogna è stato la metafora di un ventennio. Non capire che giocare con la violenza nella repubblica di oggi può portare altra violenza è un modo come un altro per dimostrare che i populisti di oggi non sono soltanto un popolo che risponde ai clic di alcuni e trasversali clown ma sono, cosa più grave, degli irresponsabili turisti della democrazia.

 


Al direttore - Si possono avere (e ci sono) opinioni diverse sull’opportunità di pubblicare i “diari segreti” di Bruno Trentin nel periodo in cui guidò la Cgil. Ma prima bisognerebbe leggerli. E allora mi permetto di ricordare al mio amico Giuliano Cazzola che i diari andrebbero giudicati nel loro insieme, e non estrapolando da essi solo un anno, il 1992, e solo un pur cruciale episodio, la tormentatissima intesa con il governo Amato, per metterne in dubbio l’interesse storico. Non basta. Nella ricostruzione di Cazzola c’è una evidente forzatura, se non un vero e proprio abbaglio, che non mi sarei aspettato da uno dei più ferrati studiosi del sindacalismo italiano. Infatti, il dissenso di Trentin riguardava non tanto l’abolizione della scala mobile (del resto, il “punto unico di contingenza” concordato nel 1975 da Luciano Lama e Gianni Agnelli già non esisteva più), ma il blocco della contrattazione. Una misura che, a suo avviso, oltre a dare un duro colpo al potere negoziale del sindacato, alludeva a un drastico ridimensionamento del suo stesso ruolo rappresentativo. Ovviamente, si può ritenere errata anche questa sua valutazione, ma non far credere che il centro dello scontro fosse per lui la difesa dell’indicizzazione del salario (che considerava un “cane morto”). Insomma: primum legere, secundum recordari, deinde philosophari.

Michele Magno

 


 

Al direttore - Se la crisi del Venezuela, ultimo avamposto (o residuo)  del socialismo in occidente, riceve dalla Bbc lo spazio che le dà la nostra Rai (ma anche le tv private e i media in generale), non stupisce affatto il successo di Corbyn presso i giovani inglesi. Perché tanta reticenza da parte dei media a dare evidenza ai fatti che mostrano il passaggio dai sogni all’incubo?

Serafino Penazzi

 


 

Al direttore - Io ho discusso la mia tesi di Storia con il professor Gianfranco Miglio: devo temere una incriminazione per concorso (più o meno esterno) in associazione mafiosa? A parte gli scherzi, Graviano è al 41 bis, un regime carcerario particolarmente duro in cui ogni spostamento e contatto viene sistematicamente controllato e registrato. Il che – come ho letto da qualche parte – non gli ha impedito di mettere incinta la moglie (e già questo la dice lunga su a chi siamo in mano). Non dovrebbe pertanto essere difficile rintracciare il suggeritore di quelli che poi vanno a dire, sapendo per altro di essere intercettati (parlo al plurale perché l’hanno fatto anche con Riina). Poi mi rendo conto che è tutta una sceneggiata, buona giusto per “la trattativa”.

Carlo Schieppati

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