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Parole con la enne

"I bambini ebrei hanno il diritto di tornare in Israele, i nostri bambini hanno il diritto di dire negro”. Neri, ricchi, proprietari di un prato che orgogliosamente annaffiano. Gli Anderson sono i protagonisti della serie “Black-ish”, ideata da Kenya Barns.

30 Marzo 2016 alle 06:00

Parole con la enne

"I bambini ebrei hanno il diritto di tornare in Israele, i nostri bambini hanno il diritto di dire negro”. Vorrebbe risolvere così la faccenda della “parola con la enne” un padre di famiglia (nero) che si ritrova il figlio (nero) sospeso da scuola perché la mamma (nera pure lei, almeno per metà) ha inalberato cartelli con la scritta “tolleranza zero”. Zero, appunto, quindi al primo ritornello del rap – ormai materia di saggio scolastico – il fanciullo viene allontanato. Consiglio di famiglia, sul tema “ma dove avrà mai imparato certe cose?”. Non è neppure cominciato che arriva il nonno, sbraitando la parola con la “enne”. Conversazione alla macchina del caffè, dove qualcuno (bianchissimo) dice “di colore”, e il nero dice “no, tutto ma quello no”. Se ve lo chiedete, il preside che decreta la sospensione è nero (degenere: non ha neanche mai visto “Arma letale”).

 

Neri, ricchi, proprietari di un prato che orgogliosamente annaffiano. Il padre Dre lavora in pubblicità, la madre Bow – da Rainbow, i genitori hippie lasciano cicatrici – fa il chirurgo. Gli Anderson non sono i poveri che stentano la vita nei postacci, sperando che il figlio a furia di scrivere poesie su un quadernino diventi Ice Cube (come si vede nel film “Straight Outta Compton” di F. Gary Gray). Non sono neppure la famiglia Lyons di “Empire”, la serie sull’hip hop di Lee Daniels e Danny Strong. Sono “Black-ish”, come indica il titolo della serie ideata da Kenya Barns. La prima stagione, targata Abc, ha preso il via nel settembre 2014. La seconda è in corso, 24 episodi che termineranno a maggio. La terza è in lavorazione, visto il successo di pubblico e di critica. In America. Da noi appare esotica, e intraducibile già dal titolo, meglio non provarci.

 


Il trailer della serie tv “Black-ish”


 

Dre Anderson è cresciuto per strada. Ora che si è fatto una posizione e un cospicuo conto in banca teme che i figlioli perdano la loro cultura. Il primo episodio della prima stagione raccoglie le sue preoccupazioni, viene quindi chiamato in aiuto il nonno, forse lui sarà più convincente, si sa che i ragazzini e gli adolescenti non ascoltano volentieri i padri. I quattro piccoli Anderson sono più che integrati: il ragazzino nerd invita a farsi poco la doccia e a non annaffiare il prato, la più piccola si candida per le elezioni scolastiche. Il gemello canta il rap, unico incidente di percorso.

 

Le crisi scoppiano quando Dre vuole comprare una pistola per difendere la famiglia. Ma come, non ne abbiamo una?, chiedono i figli piccoli (e hanno già pronta la valigia per andare dai vicini che una pistola in casa la tengono). L’adolescente nerd suggerisce che fa più paura il cyber-crimine: “anche i ciccioni che non passano dalle finestre potranno rubare”. Le riunioni all’agenzia di pubblicità fanno da coro, ed è lì che escono le battute migliori.

 

Diverte ma non azzanna


Può una famiglia benestante non avere una tata? Il codice di comportamento della famiglia ricca e progressista lo impedirebbe, o almeno impedirebbe di avere una tata nera. Ma Bow insiste, e Dre – che tiene la lista delle battaglie perse: motocicletta, tuta in pelle rossa, orinatoio che funge da orinatoio (non un falso Duchamp, o una citazione del medesimo, per intenderci) – è costretto a cedere. “Anch’io avevo una tata, poi è diventata mia moglie; poi di nuovo tata, dopo il divorzio”, annuncia il collega d’ufficio bianco. La fanciulla viene assunta, l’alternanza tra ricatti (della cameriera, nera ma povera) e sensi di colpa (dei padroni neri, ma ricchi) fa scintille. Non tutti gli episodi sono all’altezza, purtroppo: “Black-ish” preferisce divertire che azzannare.

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