LA SITUA - PAROLA AGLI STUDENTI UNIVERSITARI

Parigi sotto pressione, le sfide della Francia tra Europa e instabilità interna

Dalle difficoltà economiche all'incognita Bardella: ecco come le fragilità della Quinta Repubblica influiscono sull'asse franco-tedesco e sull'Europa.

Sul fronte interno è difficile ipotizzare manovre economiche strutturali, spesso costrette a passare attraverso compromessi instabili. Con ogni probabilità sarà l’esecutivo che nascerà dopo le presidenziali a dover prendere una decisione finale su questioni chiave, a partire dalla riforma delle pensioni, sospesa dopo le forti proteste partite nel 2023.

Pubblichiamo un articolo realizzato da un gruppo di studenti dell'Università di Padova-Dipartimento di Studi politici, giuridici e internazionali, realizzato nell'ambito del laboratorio "Giornalismo politico internazionale",  curato in collaborazione con il Foglio tra febbraio e marzo.

 

Padova. Che fine ha fatto la grandeur francese? La domanda non è soltanto retorica: potenza nucleare, membro permanente del Consiglio di Sicurezza e seconda economia dell’Eurozona, la Francia oggi sta attraversando una crisi che si dispiega su più fronti. Negli ultimi venticinque anni, Parigi ha visto raddoppiare il debito pubblico, che ormai ha raggiunto livelli record: alla fine del terzo trimestre 2025 ha toccato i 3.482 miliardi di euro, pari al 117,4 per cento del Pil, il terzo rapporto più alto dell’Unione europea dopo Grecia e Italia. Una crescita che non è episodica ma strutturale: all’inizio degli anni Duemila il debito era poco sopra i parametri di Maastricht, mentre oggi viaggia stabilmente oltre il 110 per cento e secondo le previsioni della Commissione europea potrebbe arrivare intorno al 120 per cento entro il 2027. A preoccupare è anche il deficit pubblico che continua a muoversi su livelli incompatibili con le regole europee: nel 2025 si è attestato intorno al 5,5 per cento, quasi il doppio del limite del 3 per cento previsto dai trattati, con un rientro sottosoglia non previsto prima del 2029.  Ma la crisi francese non è soltanto una questione economica, è anche e soprattutto politica. Macron, che nel 2017 si era presentato come l’uomo della stabilizzazione e del rilancio europeo, governa oggi un paese frammentato. Il Parlamento è diviso in tre blocchi antagonisti e nel solo 2025 si sono succeduti tre governi, trasformando la Quinta Repubblica, pensata per garantire solidità, in un sistema paralizzato. 

 

La crisi economico-politica che attanaglia la Francia non è più un problema esclusivamente interno, ma un ostacolo concreto alla capacità del paese di pianificare e assumere impegni a lungo termine. In un’Unione europea che si basa sull’asse tra Francia e Germania, l’instabilità politica francese si ripercuote inevitabilmente sull’intera Comunità, con conseguenze significative sia sul piano economico sia su quello militare. Sul fronte economico, la stagnazione dell’industria francese e la difficoltà di attuare riforme strutturali indeboliscono il peso negoziale di Parigi nei confronti della Germania. Questo rende più arduo definire politiche industriali comuni, proprio mentre l’Europa si trova ad affrontare la necessità di raggiungere l’autonomia tecnologica ed energetica. Anche sul piano militare, le difficoltà francesi si fanno sentire. Il progetto FCAS, il futuro sistema di combattimento aereo sviluppato congiuntamente da Francia, Germania e Spagna, nato per rafforzare l’autonomia strategica europea, è diventato il simbolo delle difficoltà di coordinamento tra Parigi e Berlino. Divergenze sulla leadership industriale, sulla gestione della proprietà tecnologica e sulla ripartizione dei lavori hanno rallentato un programma che avrebbe dovuto rafforzare la cooperazione militare tra i paesi Ue. L’incapacità di Parigi di pianificare oltre l’orizzonte immediato alza i costi per l’Unione e ostacola progetti pluriennali cruciali nei settori dell’energia, dei semiconduttori e della difesa. Il risultato è che l’asse franco-tedesco, fondamentale per la stabilità e la crescita dell’Europa, rischia di perdere coesione proprio nel momento in cui l’Unione ne avrebbe più bisogno.

 

Gli interrogativi sono tanti e rischiano di non trovare una sintesi nel breve periodo. L’orizzonte da tenere sott’occhio è quello delle presidenziali del 2027, appuntamento che segnerà la fine dell’èra Macron. Se da una parte un cambio della guardia all’Eliseo potrebbe portare giovamento alla Francia, dall’altra rischia di consegnare all’Europa un presidente dalle posizioni euroscettiche. Il sondaggio pubblicato dall’istituto Ifop Group, sull’orientamento di voto al primo turno delle presidenziali, trova in Jordan Bardella, leader del Rassemblement National, il candidato favorito per succedere a Macron, con il 36 per cento delle preferenze. Il trentenne parigino non ha mai fatto mistero di essere favorevole a una limitazione dei poteri sovranazionali di Bruxelles e di puntare al rafforzamento dell'autonomia decisionale degli stati membri. Alla luce di ciò, una presidenza Bardella potrebbe complicare la presa delle decisioni nel Consiglio dell’Ue, un’istituzione che già oggi fatica a trovare un compromesso a ventisette sulle questioni chiave.

 

Che cosa aspettarsi da qui al voto? Sul fronte interno è difficile ipotizzare manovre economiche strutturali, spesso costrette a passare attraverso compromessi instabili. Con ogni probabilità sarà l’esecutivo che nascerà dopo le presidenziali a dover prendere una decisione finale su questioni chiave, a partire dalla riforma delle pensioni, sospesa dopo le forti proteste partite nel 2023. La Quinta Repubblica mostra segni di fragilità che, in parte, richiamano quelli  che portarono alla caduta della Quarta. Governi che si susseguono a ripetizione, parlamento frammentato, difficoltà economiche e relazioni conflittuali con i partner esteri, grattacapi che ritornano, in forme diverse, nella storia francese. Certo, il parallelismo si ferma qui: settant’anni fa si trattò di una crisi di regime, aggravata dalla guerra in Algeria. Eppure, anche la Francia contemporanea appare chiamata ad un cambio di rotta. Nel ’58 fu De Gaulle a rilanciare il paese, oggi Parigi aspetta il suo nuovo salvatore.

 

Aurora Carpenedo, Davide Bellon, Jacopo Guolo


 

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