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A proposito del referendum sulla giustizia

Abbiamo chiesto agli studenti universitari di spiegare su cosa si sono scontrati in questi giorni sui temi della riforma costituzionale

Abbiamo chiesto agli studenti universitari di spiegare su cosa si sono scontrati in questi giorni sui temi della riforma costituzionale. Qui sotto le migliori risposte.

Scrivete anche voi, in duemila battute, a situa@ilfoglio.it. I migliori testi degli studenti universitari saranno pubblicati (qui trovate tutti gli articoli degli studenti pubblicati in questi mesi). Se non sei ancora iscritto a La Situa puoi farlo qui, ci vuole un minuto, è gratis.

    


    

l referendum sulla giustizia si avvicina e mi ritrovo in una situazione paradossale: ogni volta che ascolto la propaganda per il Sì mi viene voglia di votare No, e ogni volta che sento le ragioni del No mi convinco del contrario. È come se il dibattito pubblico, invece di chiarire le idee, finisse per confonderle ulteriormente.
Negli ambienti universitari, per quanto ho potuto osservare, prevalgono una certa pigrizia e uno sdegno diffuso. Più che discutere nel merito delle questioni, si tende a votare “contro” qualcuno: contro chi ci sta antipatico, contro una parte politica percepita come distante o poco credibile. In generale, tutto ciò che proviene dalla politica viene accolto con sospetto, come se fosse inevitabilmente una fregatura. Ogni dichiarazione appare come un tentativo di manipolazione — e forse, in parte, lo è davvero.
A questo si aggiunge una diffusa reticenza a esporsi. Molti evitano di esprimere la propria opinione per paura di essere etichettati come “comunistelli” se percepiti di sinistra, o come “fascistelli” se associati alla destra. Il risultato è un clima in cui il confronto si impoverisce e il silenzio diventa la scelta più comoda.
Qualche segnale positivo, però, c’è. In particolare, alcuni podcast hanno affrontato il tema con maggiore profondità e capacità di coinvolgimento. È un formato sempre più diffuso: permette di informarsi mentre si svolgono altre attività e non richiede l’attenzione visiva necessaria per leggere un giornale o seguire un programma televisivo. In questo spazio, il dibattito sembra ritrovare, almeno in parte, quella vivacità e quell’attenzione che spesso mancano altrove.
Tra le accuse dei sostenitori del No, che dipingono chi vuole votare Sì come un mezzo delinquente o un aspirante tale, e le promesse del fronte del Sì, che sembrano capaci di risolvere qualsiasi problema con la riforma — manca solo qualcuno che dica: “con il Sì casi come quello di Bastoni contro la Juve non ci saranno più” — viene quasi voglia di riempire la scheda per il referendum con disegni indicibili, per pura protesta. Ma, nel tentativo di essere migliori dei nostri rappresentanti, anche questa volta mi limiterò ad apporre una semplice crocetta.

Raffaele Varriale
Università di Bologna


Domenica e lunedì più di 52 Milioni di Italiani saranno chiamati a esprimersi sulla Riforma della Giustizia promossa da Nordio e dal Governo Meloni.
Al netto di tutte le speculazioni politiche fatte nelle ultime settimane dall’ala conservatrice e progressista, Martedì prossimo ci ritroveremo un corpo elettorale spaccato e diviso.
Occorre prendere atto che quella appena terminata si è rivelata una durissima campagna referendaria, senza sconti, e che l’Italia ha ancora una volta perso un’occasione per sollevare e approfondire un dibattito pubblico serio, nelle Università, nelle piazze nei circoli di discussione, nel merito sul rapporto Politica – Magistratura.
Rimane una forte questione di carattere culturale: l’italiano medio, nella migliore delle ipotesi, non si informa, non legge, non guarda i dibattiti televisivi, dimostrando superficialità e disimpegno, una forma di estraneazione disillusa, inesorabile, la medesima apatia morale ed esistenziale descritta da Moravia; nella peggiore delle ipotesi, invece, non prende apparentemente posizione alcuna, non si schiera apertamente e quando entra in cabina elettorale con la matita in mano nessuno sa cosa voterà, per “non scontentare nessuno, d’altronde non si sa mai”, sinonimo del solito sistema clientelare di cui l’Italia è perfetta incarnazione degli ignavi dell’Inferno dantesco.
Ma senza scomodare il Sommo Poeta e l’Età dei Comuni Medievali, nel passato più recente ne è un esempio il trasformismo di Giolitti; ma se Gaetano Salvemini definì lo statista liberale “ministro della malavita”, mi chiedo cosa direbbe oggi dell’attuale classe politica, che esorta deliberatamente e pubblicamente il ritorno al voto di scambio?
Nella speranza che il Dantedì del prossimo 25 Marzo riporti coscienza dell’ignavia e della pigrizia culturale che da sempre attanaglia gli italiani e la politica e che si ritorni a pensare, a credere e ad avere ideali, Buon Voto Libero.
P.S. Odio gli indifferenti.

Giancanio Lucia
Università degli Studi della Basilicata

  
I miei compagni di corso faticano a comprendere la differenza tra separazione delle funzioni e delle carriere. La loro tesi è che questo referendum sia inutile perché, a loro dire, dopo la riforma Cartabia le carriere sarebbero già di fatto separate e i veri problemi della giustizia sono altri. A questo benaltrismo rispondo con un’obiezione molto semplice: se davvero la riforma non cambiasse nulla, allora non si capisce perché dovrebbero opporvisi. È vero: oggi il passaggio da pm a giudice, o viceversa, è raro. Ma l’effetto del referendum sarebbe ben più profondo: pm e giudice non apparterrebbero più allo stesso ordine. Accusa e giudicante non farebbero più parte della stessa squadra. Credo che se un domani, Dio non voglia, i miei compagni di corso dovessero trovarsi in un’aula di giustizia da imputati, preferirebbero avere la garanzia che pm e giudice, per utilizzare un’altra metafora calcistica (forse così la capiscono), non giochino la stessa partita. Soprattutto vorrebbero che il giudice chiamato a stabilire la loro colpevolezza, o la loro innocenza, non lavori in coppia con il pm, il cui compito è invece quello di cercare elementi a carico dell’imputato. C’è poi la frase che trovo più irritante: “La Costituzione non si tocca”. Una frase ripetuta spesso proprio da chi ama definirsi progressista. Eppure penso non ci sia nulla di più conservatore. Non credo affatto che i padri costituenti avessero la presunzione di aver redatto un testo dogmatico, destinato a disciplinare la Repubblica italiana in modo definitivo e intoccabile fino alla fine dei suoi giorni. Anche in questa occasione i miei compagni di corso, ma credo che il discorso si possa estendere in generale a tutto l’elettorato, sembrano preferire il voto come strumento per colpire qualcuno, per vedere affondare il proprio nemico. È un sentimento legittimo. Anche se magari un po’ primitivo. Ma allora chiedo a loro: quando penseremo a cosa è meglio per noi piuttosto che pensare a cosa è peggio per gli altri?

Edoardo Colomba
Università degli studi di Trento
 

 
Da studente di giurisprudenza che molto sta discutendo a proposito del tema referendario ho avuto modo di imbattermi in asserzioni e timori relativi ai possibili sviluppi di un eventuale risultato confermativo della riforma che a me sembrano campati in aria, prodotti di una ignoranza tecnica o, forse, di un tifo politico che ha la colpa di allontanare il focus dal merito del referendum e di sconsacrare la chiamata alle urne, trasformando il giudizio sulla legge costituzionale in un processo all’operato del governo.
Così, sento dire che la riforma in esame attaccherebbe i fondamenti della Costituzione e la volontà dei suoi redattori, nascondendo propositi autoritari e derive “piduiste” che avranno modo di svelarsi nella successiva normazione più specifica rimessa alle leggi attuative. Sembra ignorarsi, forse coscientemente forse no, che la proposta di riforma costituzionale presuppone, per il solo fatto di essere stata presentata in Parlamento, un primo controllo di costituzionalità svolto dal Presidente della Repubblica - in qualità di custode e garante della Costituzione - nell’ambito del potere di autorizzazione (art. 87 co.4) che lo stesso testo gli affida rispetto ai disegni di legge di iniziativa governativa.
Ancora, a dire di taluni, foriera di pericoli totalitari sarebbe l’incertezza circa le effettive modalità di composizione della lista dei membri laici, rimesse alla legge ordinaria, come se lo stesso schema non fosse già oggi riprodotto dall’attuale sistema e come se il governo sarà lasciato libero di prevedere maggioranze semplici per la composizione della lista: su quest’ultimo punto, merita di essere ricordato l’ovvio intervento della Corte costituzionale, chiamata a verificare la legittimità della legge rispetto ai valori espressi e implicitamente affermati dalla Carta e che certamente non riterrà legittimo che determinazioni inerenti a delicatissimi meccanismi di equilibrio istituzionale siano rimesse a maggioranze non qualificate. 

Filippo
Università degli Studi di Trento
  
  
A poco dal referendum, ritengo che il tema più frequente nelle discussioni con i miei compagni di corso sia il sorteggio del CSM. Infatti, siamo quasi tutti concordi che questo sia il fulcro della riforma. Infatti, su ciò si sono accentrate le perplessità di molti, per i sostenitori del no sarebbe ineguale tra togati e laici. Stando alla loro opinione, i togati vengono scelti a caso, non a sorte, tra tutti i magistrati, mentre i laici verrebbero scelti in un listino governativo. A tali considerazioni mi sento di obbiettare, poiché sappiamo che la maggioranza qualificata non è definita in alcun articolo costituzionale, ma solo che venga eletto dal Parlamento in seduta comune (articolo 104). Tuttavia, è consuetudine che si eleggano i membri laici con i 3/5 del parlamento, perché anche le opposizioni abbiano i propri rappresentanti. Se la magistratura è composta da 1/3 di membri eletti dal Parlamento e 2/3 dalle correnti, si può tranquillamente affermare che questa riforma del sorteggio vada ad eliminare i due fuochi del potere politico, come in un’ellisse. Il primo è quello dei togati, che verrebbero estratti a sorte tra un numero di giudici e Pm, aventi requisiti minimi disciplinari e di carriera. Dunque, il primo ellisse perderebbe della sua regolarità correntizia, aggiungendo, come direbbe un noto giornalista, “un elemento di casualità”. L’altro, meno impattante, ma pur sempre incisivo, riguarda il terzo di laici del CSM che, spoiler, rimarrebbe comunque minoranza numerica. I laici verranno sorteggiati da una lista votata, secondo la consuetudine giudiziaria, da una maggioranza qualificata e ampia, per dare la possibilità a tutto il parlamento di sorteggiare il maggior numero di nominativi. Infine, togliendo i fuochi dall’ellisse del correntismo, viene plasmato un sistema meritocratico, casuale e corretto. Soprattutto, nei confronti dei novemila seicento magistrati, dei quali prima ne venivano considerati solo duemila settecento, gli iscritti all’ANM.

Giorgio Quarti
Università degli Studi di Trento


In università, in questi giorni, tra colleghi si discute di referendum. O almeno, si dovrebbe. Perché più che di merito, si parla d’altro: di governo, di schieramenti, di simpatie e antipatie.
Il dato interessante è che, nella maggior parte dei casi, non si discute sul testo. Non si entra nel merito del quesito, non si misurano le norme, non si argomenta. Si ripetono slogan, formule e suggestioni prese in prestito dai reel visti la sera prima.
La riforma viene bocciata non per ciò che propone, ma per chi la propone. Il referendum diventa un plebiscito contro l’esecutivo, trasformandolo in un contenitore di insoddisfazione generale piuttosto che in uno strumento di decisione consapevole su una specifica riforma. È una scorciatoia, oltre che un errore. Il giudizio politico ha una sede precisa: le prossime elezioni politiche. Il 22 e il 23 marzo saremo chiamati a decidere altro.
Così, però, si svuota tutto. Il dibattito sulla separazione delle carriere tocca nodi tecnici e costituzionali cruciali. È un tema serio, radicato in una tradizione culturale e politica che travalica gli attuali schieramenti, che trova spazio nella tradizione riformista e liberale, e nei modelli di democrazia europei che amiamo citare come bussola. Paradossalmente, l’Europa si invoca ma solo finché resta un’idea astratta. Quando diventa parametro concreto, improvvisamente non convince più.
Il punto non è stare da una parte o dall’altra. È capire di cosa si sta parlando. Separare il voto politico dal quesito costituzionale. Restituire al referendum la sua funzione, valutando il testo e non il contesto.
Altrimenti, più che decidere, ci si sfoga. E non è la stessa cosa.
Il mio appello ai colleghi universitari è un invito alla consapevolezza. Non lasciamo che emozioni, schieramenti o narrazioni superficiali dettino la nostra scelta. Se vogliamo essere la futura classe dirigente, dobbiamo dimostrare di saper valutare una riforma costituzionale per ciò che è, e non per chi la propone.
Domenica e lunedì, rechiamoci alle urne con la mente lucida, il testo sotto gli occhi e la responsabilità che il nostro ruolo di studenti e cittadini ci impone. Solo così il nostro voto sarà un atto concreto di cittadinanza, e non un semplice sfogo.
Cordiali Saluti, 
 
Giulio Furitano
Università Cattolica del Sacro Cuore


Ormai, o finalmente, siamo alle porte del referendum confermativo sulla riforma della giustizia. Dopo lunghi mesi di campagna da parte dei fronti del Sì e del No, la decisione finale passa ora nelle mani degli elettori italiani.
Nel contesto universitario, soprattutto nell’ultimo mese, sono state organizzate numerose iniziative volte a promuovere un confronto sul tema, con la partecipazione di avvocati, onorevoli e docenti dell’ateneo.
Ciò che abbiamo osservato, nella maggior parte dei casi, al di là di un rammarico generalizzato per il mancato voto fuori sede che già di per sé può aver influito sulla scelta di voto di molti giovani, è duplice. Da un lato, è certamente apprezzabile la volontà di creare momenti di informazione e dibattito nel merito, spesso garantendo anche il contraddittorio tra posizioni opposte. Dall’altro lato, non si può non evidenziare un limite riscontrato nella ricezione del messaggio: tali eventi, infatti, non sembrano aver prodotto l’impatto sperato. Piuttosto, hanno finito per rafforzare opinioni già consolidate tra gli studenti, spesso legate al proprio orientamento politico e influenzate da slogan e strumentalizzazioni provenienti da entrambi i fronti.
Quello che sarebbe stato necessario, invece, non era convincere ulteriormente chi aveva già una posizione definita, ma intercettare gli assenti: i meno interessati, i meno informati, e portarli al voto non per mero calcolo elettorale, ma perché si tratta di una riforma che riguarda tutti e perché la democrazia vive di partecipazione.
È proprio con questo obiettivo, e con l’intento di spiegare nel merito i contenuti della riforma, che abbiamo lanciato il progetto “Giriamoci Intorno”, realizzando una puntata podcast disponibile sul nostro canale YouTube, in cui due avvocati si confrontano sulle ragioni del Sì e del No.
Con questo episodio speriamo di aver contribuito, almeno in parte, ad aiutare qualcuno a formarsi un’opinione consapevole, basata sugli elementi concreti della riforma e non sul sentito dire, facendo leva sul proprio spirito critico.
Perché ogni voto è legittimo, nella misura in cui è frutto di una scelta ragionata. E, al di là dell’esito del referendum, ci auguriamo che questa sia stata un’occasione, per molti cittadini, per informarsi meglio sul funzionamento dell’ordinamento giurisdizionale italiano e per scoprire aspetti poco conosciuti.

Giulia Giusti e Emma Uberti
Università di Pisa