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La situa - dibattiti universitari

A proposito dei tre anni di Schlein alla guida del Pd

Abbiamo chiesto agli studenti universitari di parlarci di cosa pensano dei primi tre anni di Schlein come segretaria del Pd

Abbiamo chiesto agli studenti universitari di parlarci di cosa pensano dei primi tre anni di Elly Schlein alla guida del Pd. Qui potete leggere quello che pensiamo noi. Qui sotto le migliori risposte.

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Elly Schlein, a parer mio, ha reso il centrosinistra pressoché privo di rilevanza. Non che i segretari precedenti, come Letta, abbiano fatto tanto di più: è come se dall’era Renzi il Pd non si fosse mai più rialzato: Renzi ha spaccato in due il partito, con una parte di suoi fedeli, ed una parte di suoi nemici dall’altra (frazione certamente non irrilevante, e che ha massicciamente votato no al referendum del 2016 per far sì che si avverassero le sue dimissioni). Da questa frattura, una grande parte dei voti sono confluiti verso il M5s (specie nel 2018) e Italia viva (seppur in misura decisamente inferiore rispetto al M5s) e la leadership è diventata via via più debole, sia con Letta (che non ha saputo minimamente “tenere testa” a Meloni nella campagna elettorale del 2022), sia con Schlein (che avrebbe dovuto rappresentare un cambiamento radicale all’interno del partito, una sensibile modernizzazione delle idee e della struttura del partito stesso). Schlein appare composta, molto formata, formale e forbita nel lessico, ma è poco pragmatica nella comunicazione, tendendo a tergiversare e a non andare dritta al punto. Messaggi poco diretti, poca schiettezza, e quando si è resa conto delle sue skills comunicative non efficaci presso l’elettorato, ha imparato “a memoria” qualche slogan, che ripete quasi singhiozzando, insicura, stizzita perché non è ciò che vorrebbe dire, o meglio: non è quello il modo in cui vorrebbe esprimere quei concetti.
D’altra parte, l’estrazione sociale di Schlein non ha di certo fatto di lei una personalità politica capace interlocutrice con gli elettori, cosa che invece ha fatto Meloni: urlando, strillando (spesso in modo inopportuno), ma mantenendo sempre un tono schietto e un lessico comprensibile per l’elettorato, si è sempre fatta percepire dagli italiani una donna normale, come tante altre, una donna di popolo.
Schlein è sempre rimasta nella nicchia da cui proviene, specialmente a livello comunicativo, utilizzando un lessico e una sintassi da alta borghesia inarrivabile.
Se in questo momento dovessi immaginare un campo largo, composto da Pd e M5s, la prima persona a cui penserei come leader della coalizione sarebbe Conte: molto preparato, deciso nelle sue idee (sebbene abbastanza spesso non siano condivisibili) ma vicino al popolo, da tutti i punti di vista. 

Francesco Assandri
laurea magistrale LM-56
  
  
Il mio personale bilancio del triennio della Onorevole Schlein alla guida del Pd è contrassegnato da varie luci, ma anche da varie ombre. Per ciò che riguarda gli aspetti positivi di questo suo periodo alla guida del PD, bisogna dare atto alla Schlein di aver profuso il massimo sforzo nel cercare di creare un fronte comune di opposizione a questo governo insieme ad AVS ed al M5S, fronte che è stato anche portato sui territori nelle varie consultazioni elettorali e che ha anche conseguito discreti risultati. Sostanzialmente, Elly Schlein è riuscita dove avevano fallito i suoi predecessori ed inoltre, anche se a fatica, è riuscita a trovare dei temi comuni con le altre forze del Campo Progressista attorno a cui costituire una potenziale alternativa di governo. Se poi dovesse arrivare anche la vittoria del No al Referendum del 22 e 23 di marzo, il lavoro della Schlein di costruzione di un’alternativa credibile potrebbe riuscire per davvero, poiché nel 2027 con un lavoro accurato e preciso si potrebbero riuscire a ribaltare dei collegi decisivi per la vittoria delle elezioni politiche. Alla Schlein va anche dato l’onore delle armi per avere provato a non farsi imbrigliare dalle correnti del suo stesso partito. Tuttavia, questo triennio della Schlein alla guida del Pd si compone anche di importanti ombre. Una su tutte è quella che riguarda la sua mancata imposizione come front-woman e candidata in pectore alla carica di PdC del suo schieramento; un altro aspetto non totalmente positivo riguarda lo spostamento del Pd verso sirene populiste all’inseguimento delle politiche del M5S o di AVS, cosa che potrebbe costare al PD i voti di un’area di centro che è più moderata e liberale e che non si riconosce nelle politiche della Destra. Questo aspetto inficia anche sul suo imporsi come candidata premier del Campo Largo poiché la leader del PD è poco forte dal punto di vista comunicativo e potrebbe soffrire seriamente il confronto diretto con la Meloni, a differenza per esempio di Giuseppe Conte, il quale sembra più forte nel reggere un dibattito pubblico diretto. A questa problematica si aggiunge anche il fatto che con questo spostamento del PD su linee più populiste, la Schlein potrebbe non farcela a vestire il ruolo di federatrice trasversale e potrebbe essere scalzata da figure più idonee e moderate come la sindaca di Genova Salis, il sindaco di Roma Gualtieri o quello di Napoli Manfredi, finanche al Governatore della Puglia Decaro.  

Marco Giovanni Bonaventura
Università degli studi di Bari Aldo Moro