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A proposito di ciò che sta accadendo in Iran

Abbiamo chiesto agli studenti universitari di scriverci qualcosa su questo tema: il regime change in Iran è un sogno giusto o sbagliato?

Abbiamo chiesto agli studenti universitari di scriverci qualcosa su questo tema: il regime change in Iran è un sogno giusto o sbagliato? Qui le migliori risposte.

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Negli ultimi giorni, in concomitanza con l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e la risposta militare di Teheran, la locuzione regime change è tornata al centro del dibattito internazionale. Si tratta di una formula ricorrente nella retorica geopolitica contemporanea, già evocata in altri contesti di crisi, dal Venezuela all’Ucraina. Con questa espressione si intende la sostituzione della leadership politica di un paese. Tuttavia, un cambio al vertice non coincide necessariamente con una trasformazione del sistema politico nel quale tale leadership è inserita. Nel caso iraniano, un mero avvicendamento alla guida della Repubblica islamica, determinato dall’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei, non comporterebbe di per sé una revisione dell’assetto istituzionale o dei principi ideologici che strutturano il regime: se i pilastri politico-religiosi rimanessero intatti, le condizioni di vita della popolazione iraniana difficilmente subirebbero mutamenti sostanziali.
Del resto, lo stesso presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha presentato l’operazione militare come un intervento mirato alla neutralizzazione della minaccia nucleare e balistica iraniana: il rovesciamento del regime non figura, almeno ufficialmente, tra gli obiettivi immediati e dichiarati dell’azione. Piuttosto, esso viene evocato come uno scenario auspicabile, ma che dovrebbe scaturire da una dinamica interna alla società iraniana. Lo stesso Trump ha parlato di una “occasione storica”, forse irripetibile nell’arco di intere generazioni, che spetterebbe agli iraniani cogliere. Il nodo della questione, tuttavia, resta profondamente complesso. Se è vero che ogni regime politico necessita di un certo grado di legittimazione per consolidarsi, è altrettanto vero che la Repubblica islamica iraniana ha dimostrato una notevole capacità di resilienza, riuscendo a mantenersi anche in presenza di fenomeni di dissenso e protesta. In questo contesto, immaginare una mobilitazione popolare capace di incidere realmente sugli equilibri di potere non è affatto scontato: scendere in piazza per rivendicare la propria autodeterminazione comporta rischi elevatissimi, spesso vitali.
Solo un processo che maturi all’interno della società iraniana potrà aspirare a produrre una trasformazione autentica e duratura, restituendo ai cittadini la possibilità di vivere in una realtà in cui la disobbedienza civile non rappresenti più una dimensione strutturale dell’esistenza quotidiana. Sarebbe ingenuo aspettarsi che potenze straniere come gli Stati Uniti assumano un ruolo decisivo nel favorire tale evoluzione, soprattutto terminata la fase di transizione: il rischio di fallimento rappresenta un fattore che l’amministrazione americana e le altre potenze straniere difficilmente sarebbero disposte a tollerare. Nel frattempo, il mondo osserva con il fiato sospeso gli sviluppi in Medio Oriente, nel timore di un’escalation incontrollata.

Giulia Giusti
Università di Pisa
 
 

Il dibattito sulla questione iraniana, non certo recente, può essere riassunto in una domanda: sostenere la caduta della Repubblica islamica significa violare la sovranità di uno Stato o riconoscere il diritto di una società a liberarsi di un potere che non sente più come proprio?
Nessuna società di quasi novanta milioni di persone può essere ridotta alle aspettative occidentali. L’Iran è composto da una maggioranza di matrice persiana e da minoranze significative, come azeri e curdi. È l’erede di una civiltà millenaria, orgogliosa della propria storia e delle proprie conquiste culturali. Anche la rivoluzione del 1979, che travolse lo Scià, non fu solo un moto religioso: molti la vissero come reazione a un regime percepito come troppo dipendente dall’Occidente.
In Occidente, però, il racconto dell’Iran è spesso parziale. Si enfatizzano le manifestazioni per i diritti delle donne nelle principali città, immagini importanti ma insufficienti a restituire la complessità di un Paese dove culture, storie ed esperienze diverse convivono da millenni. Siamo portati a pensare che la maggior parte della popolazione viva sotto il giogo di un regime repressivo. In realtà anche i governi più sanguinari — come quello dell’Ayatollah — hanno bisogno di sostegno popolare per restare in piedi. La frustrazione e la ribellione esistono, come mostrano le proteste recenti, ma non si traducono automaticamente in un’alternativa condivisa o in un progetto comune di futuro.
Il tema del regime change non riguarda solo Teheran, ma anche il futuro equilibrio in Medio Oriente. Siamo davvero sicuri che un cambio di regime ancora indefinito sarebbe migliore per Israele rispetto a un governo antagonista ma provato dai recenti attacchi e dalle proteste interne? Qualsiasi tentativo di sostituire dall’esterno un potere consolidato rischierebbe di destabilizzare un’intera regione già fragile, con conseguenze imprevedibili oltre i confini iraniani.

Paolo Romoli
Università di Bologna
 
 
Sostenere la libertà del popolo persiano non è solo un atto di retorica accademica, ma un atto di restituzione democratica ad un Medio Oriente storicamente vacillante. Il regime di Teheran agisce come la mente di un’idra epica: milizie come Aizbollah e Hamas sono solo alcune delle teste rigenerabili dall’establishment dei mullah. Tuttavia, la storia insegna che un cambio di regime, se gestito esclusivamente per via esterna, rischia di precipitare nel caos, così come la narrazione del collasso endogeno di un regime è ormai un mito romantico. Per evitare il "modello Libia”, dove la caduta del dittatore ha generato un vuoto di potere colmato da fazioni violente, serve una strategia multidimensionale che agganci figure interne oltre l’aiuto militare di Stati terzi. Il primo pilastro è il sabotaggio del consenso nelle forze armate regolari.
I partigiani iraniani devono spingere l'esercito a rompere il patto con il regime, delegittimando i vertici. Parallelamente, la comunità internazionale deve cambiare interlocutori: i leader politici imprigionati e i dissidenti non fedeli agli Ayatollah devono essere riconosciuti come i soli rappresentanti legittimi della nazione.
Fondamentale è poi la "guerra tecnologica". Privare il regime della sua macchina propagandistica significa fornire ai cittadini infrastrutture digitali indipendenti e libere.
In fine la legittimazione storica, occorre tornare al 1979. Reza Pahlavi non come ritorno della monarchia ma come facilitatore della transizione; Pahlavi non chiede L’investitura divina ma si offre come moneta di scambio per la strada della scelta interna: un referendum, che porti ad ordine e renda l’Iran nuovamente uno Stato sovrano. 
Letizia Spizzo, studentessa di giurisprudenza presso Università degli Studi di Bari Aldo Moro
Il tema del regime change in Iran riemerge ciclicamente nel dibattito internazionale. Ma al di là della formula, la questione tocca nodi giuridici, strategici e morali di grande complessità. Prima di tutto bisogna parlare con franchezza dell’Iran. L’uomo più potente del Paese fu l’Ayatollah Ali Khamenei. Dal 1989, censura e paura divennero all’ordine del giorno. Le persistenti tensioni con gli Stati Uniti e l’Occidente hanno esposto l’Iran a sanzioni estese ed erosive, causate anche dal favoreggiamento di associazioni clandestine e dei rapporti con le principali associazioni terroristiche del Medio Oriente quali Hezbollah, Hamas, Assad e gli Houthi. Ali Khamenei non era un “supporter” distante. Era il comandante strategico dietro le proxy war. Morte, esecuzioni e voci silenziate: così Khamenei governava il suo Paese. Oltre 30mila iraniani uccisi nelle strade nelle ultime proteste. Arresti e repressioni politiche con l’obiettivo di creare un clima di terrore e scoraggiare le rivolte, distruzione delle reti comunicative con l’Occidente. Circa 44mila bambini torturati e uccisi. Ma l’incubo è finito e i civili iraniani sono scesi in piazza per festeggiare la fine di un regime sanguinario. L’azione coalizzata Usa-Israele può essere considerata legittima o meno ma non è sicuramente la prima volta che si vedono operazioni militari da parte di Stati sovrani. Tuttavia, interventi esterni finalizzati a rovesciare governi hanno spesso prodotto effetti destabilizzanti. I casi dell’Iraq e della Libia ne sono l’esempio: la caduta dei regimi non ha garantito stabilità né consolidamento democratico immediato, ma ha aperto fasi prolungate di frammentazione e conflitto. Il successo dell’operazione americana-israeliana ci fa trovare di fronte ad un game change. Caduto Khamenei, il Paese è senza guida. In poche ore sono sparite decine di figure chiave, è crollata la TV di Stato, liberati prigionieri politici, colpite caserme e sedi dei servizi. Arabia Saudita, Turchia, Marocco e altri Paesi musulmani hanno promesso supporto a Israele e Usa per chiudere la partita. E’ un fatto storico. Siamo davanti ad un mosaico fragile: se il regime cambia perdono Russia e Cina. E’ la fine anche per Hezbollah e il sistema di alleanze che finora ha retto in piedi Hamas. Se il minareto dei Mullah cadrà, sarà l’evento storico più importante dai tempi della caduta del muro di Berlino del 1989. E tutto questo si deve, paradossalmente, a Trump.

Sharon Bennici
Università degli Studi di Messina
 
 
La questione del regime change in Iran non può essere affrontata in termini puramente ideologici. Occorre distinguere tra l’intervento esterno come strumento di potenza e il diritto di un popolo all’autodeterminazione politica. È evidente che negli ultimi anni si sia manifestata una chiara volontà degli Stati Uniti di favorire un mutamento degli equilibri interni iraniani. Tuttavia, il punto centrale non è l’interesse strategico americano, bensì la condizione del popolo iraniano, martoriato da decenni di regime teocratico consolidatosi con la rivoluzione komeinista del 1975 e caratterizzato dalla sistematica compressione delle libertà fondamentali, dalla repressione del dissenso e dalla violenta soppressione delle manifestazioni. In questo quadro, ritenere legittima l’aspirazione a un nuovo governo libero e democratico non significa sostenere un’eterodirezione del cambiamento. Al contrario, un eventuale processo di transizione dovrebbe essere sottratto all’influenza diretta tanto degli Stati Uniti quanto di Israele, evitando che l’Iran diventi terreno di scontro geopolitico. Una soluzione coerente con il diritto internazionale potrebbe prevedere una forma di monitoraggio o accompagnamento istituzionale da parte delle Nazioni Unite, al fine di garantire elezioni effettivamente libere e il rispetto dei diritti civili e politici. Non ritengo, inoltre, che l’eventuale change of power debba essere rimesso nelle mani del discendente dello Scià, Reza Pahlavi. Le atrocità commesse dal padre e dagli apparati repressivi come la SAVAK impongono cautela rispetto a possibili restaurazioni dinastiche che rischierebbero di riaprire fratture storiche e alimentare nuove derive autoritarie. Il principio guida deve restare quello dell’autodeterminazione: un Iran democratico, sovrano e non eterodiretto. Ogni altra prospettiva trasformerebbe un’esigenza di libertà in un semplice strumento di equilibrio tra potenze.

Francesco Pio Ricci
Giurisprudenza
 
 
Il sogno del regime change in Iran più che giusto è doveroso. Ma per far sì che si realizzi, è necessario liberarsi dall’utopia di una Terra in cui i potenti hanno come unico movente la pace. Il sogno del regime change, se inscritto nel contesto di questa nuova guerra del golfo, è onesto solo se c’è spazio affinché diventi reale, pur coesistendo con gli interessi delle parti. Certo, sarebbe moralmente più giusto desiderare la liberazione degli iraniani (e di qualsiasi popolo) al di là delle ambizioni economiche. Ma la Storia insegna che solo se l’etica intercetta l’interesse è concretamente possibile parlare di libertà. Del resto, finora la causa di Teheran, al di fuori dei confini dell’Iran, non è mai stata oggetto di prese di posizioni politiche nette, anche perché servirebbe un organismo in grado di farlo. Un’Onu forte e indipendente, non ridotta a un martelletto tra le mani di quegli stessi regimi che dovrebbe contrastare. 
Servirebbe un diritto internazionale che non si presti alle storpiature di chi cerca giustificazioni per le proprie guerre personali, e che al contempo non sia un’arma impotente dinanzi a regimi sanguinari. Ma se a vestire i panni dei giustizieri liberatori sono singoli Paesi, in questo caso nella persona di Trump e del suo vice, Netanyahu, quanta onestà c’è nel sogno del regime change? Nel diagramma del potere nella terra del Petrolio e del Gas, in cui a tracciare la linea degli eventi sono loro due, e i vicini più a est nascosti nell’ombra, c’è spazio per quel punto d’intersezione? Probabilmente, la risposta è che quel punto non esiste perché non c’è la volontà di cercarlo, nemmeno a corredo di un’azione economico-militare da camuffare per raccattare consensi. 
La domanda corretta è chiedersi se una volta raggiunti i propri scopi, per cui basterebbe una folta leadership change, senza ricorrere al regime change, Trump e Netanyahu non si prenderanno la dote abbandonando la sposa a sé stessa, per dirla rivisitando le parole di Levi Eshkol. 

Maria Luisa Zecca
Università La Sapienza    

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