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La situa - dibattiti universitari

A proposito della posizione del Pd sulla guerra in Ucraina

Abbiamo chiesto agli studenti universitari per quale motivo Elly Schlein non è mai stata a Kyiv, a celebrare la resistenza del popolo ucraino

Abbiamo chiesto agli studenti universitari per quale motivo Elly Schlein non è mai stata a Kyiv, a celebrare la resistenza del popolo ucraino. Qui le migliori risposte.

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Il 24 febbraio ha segnato il quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, nonché della coraggiosa resistenza di un popolo che, con straordinaria dignità, continua a difendere non solo la propria libertà, ma anche l’Europa e i suoi valori.
Diversi leader italiani ed europei, a partire dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si sono recati a Kiev per esprimere solidarietà ai caduti e all’intera nazione ucraina. Alla presenza del presidente Volodymyr Zelensky, la cerimonia commemorativa è stata particolarmente toccante, soprattutto alla luce di un conflitto ancora in corso e ben lontano da un cessate il fuoco o da negoziati definitivi.
In questo contesto, tuttavia, ha suscitato perplessità l’assenza di numerosi esponenti politici italiani, a partire dal Governo. Analogamente, sono emersi interrogativi in merito alla mancata partecipazione dei maggiori partiti di opposizione del Campo largo, che si sono posti in continuità con le scelte degli anni precedenti, evitando di recarsi a Kiev.
Si tratta di una scelta politica: discutibile, ma ponderata. Per la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, una presenza a Kiev avrebbe potuto accentuare le divisioni interne al proprio elettorato, già spaccato su temi cruciali quali la politica estera.
L’assenza di una presa di posizione netta in una giornata così simbolica consente alla leader democratica di barcamenarsi, seppur precariamente, tra l’ala più radicale del suo partito, quella del pacifismo ideologico, e quella più moderata ed europeista, favorevole invece all’invio di armi a Kiev per garantire un sostegno pieno, reale e concreto ad un popolo europeo sofferente. Non va inoltre trascurata l’esigenza di evitare frizioni con le posizioni degli alleati, il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, che sulla questione ucraina hanno sempre manifestato distanza, frizioni che causerebbero un disallineamento subito associabile a una mancanza di veduta comune in vista delle prossime elezioni politiche.
In contrasto con tale scelta, va però evidenziata la presenza in Ucraina di diversi esponenti del Partito Democratico, tra cui Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, da tempo schierata con decisione a favore del sostegno all’Ucraina.
Perché, prima ancora che sul piano politico, è su quello umano che emerge la differenza: il sostegno dichiarato sporadicamente a parole non equivale al sostegno concreto di chi ha scelto di essere personalmente a Kiev.

Giulia Giusti
Università di Pisa
 
 
Credo che la sinistra in Italia stia vivendo una grave e preoccupante crisi identitaria oltre che di valori, come ha detto recentemente l'europarlamentare Pina Picierno nel podcast di Atreju, che non a caso ha scatenato scalpore proprio in quella sinistra incapace di dialogare con l'opposizione, come se il confronto con la destra fosse un tradimento di non si sa bene quale "antifascismo". Così come il dibattito odierno sul referendum è stato spostato al livello becero della lotta partigiana contro la minaccia dell' autoritarismo, quando invece si tratta di una riforma garantista e naturale conseguenza del sistema accusatorio che l'Italia ha adottato nell' 89. 
Da un lato, mi pare che Schlein sia terrorizzata ad esporsi sull'Ucraina perché non sa quali siano i propri elettori, talmente è confusa la situazione nella Sinistra. Dall'altro, invece, credo che lo sappia fin troppo bene che il suo elettorato non è più quello riformista del Pd di Letta o di Renzi, bensì una succursale del M5s, un ircocervo in cui confluiscono elettori di una sinistra senza identità e senza i valori del progressismo europeo di cui avrebbe un disperato bisogno l'Italia. Quel che rimane della Sinistra progressista sta confluendo al Centro, in Italia Viva, Azione o al limite Forza Italia. 
Purtroppo, quello che noto tra i ragazzi universitari di sinistra è l'abbandono delle battaglie progressiste per una politica fatta di slogan e autoreferenzialità "partigiana", nel mentre in Ucraina la guerra partigiana viene ignorata per 4 anni dalla segretaria del primo Partito di sinistra in Italia. Forse le due cose sono collegate.

Mattia Licata
Università di Torino
 
 
La mancata visita di Elly Schlein a Kyiv è una scelta eminentemente politica che riflette l’ambiguità strutturale della nuova leadership del Partito Democratico sulla guerra in Ucraina. In un passaggio storico in cui i leader europei hanno sentito il bisogno di esporsi personalmente per ribadire il sostegno a un paese in conflitto, l’assenza della segretaria del PD appare meno come prudenza e più come calcolo.
Schlein sa bene che il suo partito resta attraversato da una frattura profonda: da un lato l’anima riformista e atlantista, dall’altro quella movimentista e pacifista che guarda con sospetto all’invio di armi e al pieno allineamento con la Nato. Mettere piede a Kyiv avrebbe significato scegliere, cioè assumere fino in fondo il costo politico di una linea chiara. Non andarci, invece, consente di tenere insieme tutto e il contrario di tutto , una tecnica forse utile per la gestione interna, ma poco credibile sul piano della politica estera.
Il punto, però, è anche simbolico. In politica internazionale i gesti contano quanto le dichiarazioni. Kyiv non è una capitale qualunque: è il luogo in cui si misura la tenuta dell’Occidente di fronte a un’aggressione militare. 
L’assenza della Schlein rischia quindi di comunicare una cautela che tocca la più moderna e imbarazzante irrisolutezza, soprattutto se confrontata con la postura più netta assunta da altri leader europei, anche progressisti.
Per un partito che rivendica una vocazione europeista e di governo, questa esitazione appare significativa. Più che una scelta diplomatica ponderata, sembra il riflesso di una sinistra italiana ancora in difficoltà quando deve confrontarsi con i temi della sicurezza, della deterrenza e del conflitto tra democrazie e autocrazie anziché  dei diritti degli omosessuali.
Se l’obiettivo era non scontentare nessuno, la missione può dirsi riuscita. Se invece si trattava di affermare una leadership politica riconoscibile nello scenario internazionale, la mancata visita a Kyiv è  un’occasione mancata e, per certi versi, un segnale rivelatore.

Stefano Vittadini
ESCP
 
 
Fin dalla Guerra Fredda, in Italia, la politica estera è stata uno strumento identitario. Le posizioni in campo internazionale servivano a sottolineare le differenze interne prima ancora che a orientare strategie geopolitiche. In un Paese saldamente ancorato al blocco atlantico ma con il principale partito comunista dell’Occidente, la collocazione internazionale era una linea di confine politica e culturale.
Questa faglia non è mai scomparsa e riemerge oggi nella guerra tra Russia e Ucraina. L’invasione russa, nella percezione di una parte dell’elettorato di sinistra, non è altro che l’ultimo capitolo dello scontro tra Stati Uniti e Mosca per l’assetto dell’ordine europeo. Dentro questa chiave di lettura il conflitto assume i contorni di una competizione tra potenze più che di uno scontro tra aggressore e aggredito. È in questo contesto che va inserita la scelta di Elly Schlein di non recarsi a Kyiv. Visitare la capitale ucraina significa dichiarare di appartenere al campo atlantico.
Tuttavia una parte dell’elettorato di sinistra mantiene una diffidenza strutturale verso Washington. Questo scetticismo non è dettato necessariamente da un sentimento filorusso ma sicuramente antiamericano. Quello di Schlein appare come un calcolo politico. Nonostante il Pd abbia sempre sostenuto gli aiuti a Kyiv, la sua segretaria si candida a guidare una coalizione che tiene insieme culture politiche con sensibilità diverse sulla questione ucraina. Un viaggio a Kyiv avrebbe rischiato di incrinare quell’equilibrio interno già fragile.
La politica estera torna a essere politica interna con altri mezzi. Non è Kyiv il vero terreno dello scontro, ma l’identità della sinistra italiana: riconoscersi pienamente nel campo occidentale o mantenere una postura critica verso l’egemonia americana. La risposta, più che in un viaggio mancato, si misura in questa tensione irrisolta.

Paolo Romoli
Università di Bologna
 

 
La guerra russo-ucraina è da poco entrata nel suo quinto anno. È incredibile pensare a quanto tempo sia passato, soprattutto in virtù del fatto che molti si aspettavano una guerra rapida, una campagna trionfale per la Russia, mentre altri ancora addirittura sostenevano che l'invasione non avrebbe mai avuto luogo.
E invece, quattro anni dopo quel 24 febbraio 2022, questa guerra tiene ancora banco nel dibattito pubblico italiano, in quanto, tralasciando per un attimo le tragedie umanitarie, le ragioni (più o meno valide) dell'una e dell'altra parte e le implicazioni morali, è innegabile che la guerra in Ucraina rappresenti un enorme tema politico.
La divisione tra i vari partiti per quanto riguarda l'invio di armi e la postura da assumere a livello negoziale è molto forte, ma sia a destra che a sinistra la linea che prevale è quella del sostegno all'Ucraina.
Un sostegno manifestato anche dal fatto che alcuni personaggi politici nel corso degli anni si sono recati a Kiev, ultimo in ordine di tempo Carlo Calenda non più tardi di qualche giorno fa.
Tra questi, tuttavia, non c'è Elly Schlein. I motivi per cui il segretario del Pd non è mai andata a Kiev sono molteplici: in primo luogo l'impressione è che il sostegno all'Ucraina sia un tema con meno presa sugli elettori rispetto, ad esempio, al sostegno ai palestinesi. Inoltre, tra le varie correnti del Pd (o per meglio dire dell'elettorato di sinistra in generale) c'è quella più "antiamericana", che quindi non vedrebbe di buon occhio una visita a Kiev del segretario del Pd. C'è poi da considerare la reazione degli alleati del campo largo: il Movimento 5 stelle e Avs sono sempre stati più tiepidi del Pd nel sostegno all'ucraina e Elly Schlein sa bene che ha bisogno del loro sostegno per avere anche solo una chance di vincere le prossime elezioni.

Roberto Petrulli 
Università Mediterranea di Reggio Calabria 



C'è un viaggio che Elly Schlein non ha mai fatto. Non è un viaggio qualunque: quasi tutti i leader europei di centrosinistra ci sono andati almeno una volta, spesso in silenzio, senza troppa enfasi. Quel treno notturno dalla Polonia, quelle ore nell'oscurità prima di sbarcare in una capitale che ancora sente il rombo lontano dei missili. Un viaggio che è, prima di tutto, una presa di posizione. Che dice da che parte stai.Schlein non c'è andata. E la domanda è semplice: perché?
Una risposta sola non basta. La prima si chiama Conte: il leader M5s ha costruito la sua identità sulla "pace a ogni costo", trasformando una parola nobile in uno slogan il cui scopo reale è far sparire la guerra dall'agenda. Schlein lo sa. Sa che una stretta di mano a Zelensky davanti alle telecamere incrina qualcosa nel campo largo che ha faticato anni a tenere insieme. E quindi non va.
Poi c'è l'anima del partito, quella che non si è mai del tutto liberata da certi riflessi. I cattolici massimalisti per cui ogni arma è una sconfitta dello spirito. I reduci ideologici di una sinistra che guardava a Mosca con rispetto e oggi fatica a chiamare le cose con il loro nome. Schlein non viene da lì. Ma quella parte la governa, e governarla ha un prezzo.
Infine ci sono Fratoianni e Bonelli. Punti di riferimento ideologico per quell'elettorato giovane, universitario, convinto che l'America sia il problema e la Russia quasi una risposta. Per loro, Kyiv sarebbe un tradimento.
Tutto sommato è un calcolo, non una convinzione. Il problema è che Dostoevskij lo aveva già visto: "chi mente a sé stesso arriva al punto che più nulla di vero riesce a distinguere né in sé né intorno a sé". Vale per le persone. Vale anche per i partiti.

Francesco Federici
Università degli studi di Teramo
  
   
Elly Schlein è una socialista atipica. Per l’Ucraina esprime dei giudizi condivisibili: poiché è a favore dell’autodeterminazione dei popoli e convinta che il diritto internazionale non conti “fino a un certo punto”, è fermamente contraria all’aggressione di Putin e ai crimini da lui commessi. 
Ma le sue belle parole, come il sostegno a Kyiv “con ogni mezzo” - ribadito in occasione del quarto anniversario dall’inizio della guerra - se non accompagnate dai fatti, divengono blande. Il perenne rinvio di una visita in Ucraina è sicuramente una scelta politica: se Conte crede che non sia giusto “andare a Kyiv ogni mese”, la leader del Pd si accoda. Verrebbe da far presente che, tra una visita periodica e una comparsata, come le si chiederebbe, ce ne passa. 
Quella di Schlein è anche una questione pregiudiziale, di priorità e in seno alla compattezza dell’opposizione. Pregiudiziale perché, se il governo è unito nella difesa dell’Ucraina (stando ai soli voti in Parlamento), l’alternativa deve porsi in una posizione antitetica. Di priorità perché, se Conte e Fratoianni la pensano diversamente da Elly sulla guerra in Ucraina, la politica interna diviene prioritaria nell’agenda rispetto alla politica estera. Ed è una scelta fatta per cercare di compattare l’opposizione quando non è nemmeno unito il suo stesso partito (vedasi i fatiscenti “riformisti del Pd”). 
Ma su tutte, quella di Schlein, visto l’atteggiamento dei colleghi europei, è una decisione incomprensibile: Sánchez non è contrario all’invio di soldati in Ucraina che avverrebbe a seguito della cessazione delle ostilità, e non al fine di inasprirle, come si vuol far credere. Klingbeil e Pistorius, il vicecancelliere e il ministro della difesa tedesco, sono a favore dell’incremento delle sanzioni alla Russia e del riarmo nazionale. Støre, Frederiksen e Faure, rispettivamente parte del partito socialista norvegese, danese e francese, a Kiev, 4 giorni fa, ci sono andati. Starmer, infine, è “volenteroso” di nome e di fatto. Il problema, quindi, è tutto italiano e del Pd.

Giovanni Solera
Università di Parma