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La situa - dibattiti universitari
A proposito del referendum sulla giustizia
Abbiamo chiesto agli studenti universitari di ragionare con noi sul tema della riforma costituzionale. Perché sì e perché no.
Abbiamo chiesto agli studenti universitari di ragionare con noi sul tema della riforma costituzionale. Perché sì e perché no. Qui le migliori risposte.
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l referendum sulla giustizia si avvia a diventare un passaggio cruciale di questa legislatura, non solo per le proposte in oggetto, ma anche per il significato politico associato al risultato finale, qualunque esso sarà. Per questo più passa il tempo più crescono sia la tensione che, purtroppo, la confusione.
Uno spettatore meno attento all’attualità, dando un’occhiata ai social, farebbe fatica a capire su cosa si voterà a marzo, per quanto sono politicizzati i contenuti e il voto in sé. Non era difficile intuire che saremmo arrivati a questo punto: quando si vota su un tema molto tecnico e abbastanza "lontano" dai cittadini, un referendum diventa in breve tempo una lotta di comunicazione o, ancor meglio, di propaganda.
Viene da domandarsi se per il centrodestra questo possa essere un vantaggio, dal momento che è in testa ai sondaggi politici, o uno svantaggio, dovendosi confrontare con un centrosinistra che può contare su un vero e proprio arsenale comunicativo, composto da una buona parte dei media (è inutile nascondersi dietro un dito) e da personaggi famosi che esprimono legittimamente il loro parere negativo sulla riforma, come Nicola Gratteri e il professor Barbero.
La sensazione è che la comunicazione del centrodestra sia meno efficace di quella del centrosinistra, ma allo stesso tempo è difficile parlare di veri e propri errori, sembra, piuttosto, un confronto non ad armi pari: si fa fatica a immaginare un endorsement di una celebrità a favore del sì, o un modo per semplificare il tema e far percepire l’urgenza di un cambiamento del sistema giuridico agli elettori.
Al centrodestra manca una motivo che spinga i più scettici e titubanti a recarsi al seggio, qualcosa che faccia breccia nel suo elettorato tanto quanto la “minaccia alla Costituzione”, la “deriva autoritaria” e la “magistratura al guinzaglio della politica” lo fanno in quello di sinistra; qualcosa in cui credere, per citare Marracash.
Trovare questo qualcosa potrebbe essere la chiave del referendum.
Roberto Petrulli
Scienze economiche, Università Mediterranea di Reggio Calabria
La polarizzazione del referendum, checché ne dica la Presidente del Consiglio, è totale. Ed era inevitabile, perchè la riforma della giustizia rischia di essere l’unica – delle tre promesse dal governo Meloni – approvata entro la fine del mandato elettorale e l’eventuale sconfitta sarebbe uno smacco pesante.
Se diversi partiti dell’opposizione si dicono contrari alla riforma perché, a detta loro, minerebbe l’indipendenza della magistratura, la propaganda governativa non è da meno. Salvini, ad esempio, crede che si tratti di un passo “essenziale per la sopravvivenza della nostra democrazia”.
La denuncia di una magistratura “politicizzata” cozza con i continui interventi di Meloni e del vicepremier leghista in merito alle sentenze dei giudici: il governo se la prende con le toghe rosse, ma sembra avere un concetto tutto proprio della separazione dei poteri.
Ecco così che vengono opinate le sentenze sul caso Garlasco, sulla vicenda della famiglia nel bosco e sulla scarcerazione dei picchiatori di Torino e, in nome di quelle che vengono considerate delle ingiustizie, viene richiesto il “sì” al referendum. Peccato che la riforma non tocchi minimamente queste tematiche. Anche la riduzione dei tempi dei processi, recentemente sostenuta da Nordio, è una menzogna.
Chi sta cercando di sottrarsi alla logica delle parti è Forza Italia. Due quesiti restano però senza risposta. Perché, se il deputato Giorgio Mulé sottolinea come il governo non sia contro la magistratura, la premier pone continuamente l’accento sul fatto che, con la riforma, i giudici pagheranno finalmente per i loro errori? E come mai, se i forzisti sottolineano come la riforma interessi tutti i cittadini e pongono l’attenzione sulla parte d’opposizione che voterà sì, Meloni parla di toghe rosse e di sinistra disperata?
Per risultare chiari serverebbe quantomeno mettersi d’accordo. Così non è stato fatto e i cittadini, chiamati a votare sulla una materia complessa, non andranno a votare nel merito, intenzione primaria di Meloni.
Giovanni Solera
Università di Parma
Lo sbaglio del centrodestra sulla questione del referendum è a monte. Un progetto di riforma costituzionale, a prescindere dal tema trattato, dovrebbe coinvolgere tutti gli schieramenti politici che siedono in Parlamento.
L’Italia oggi, come gran parte dell’Occidente, vive una stagione di forte polarizzazione politica: fascisti o comunisti (marxisti, stalinisti o maoisti?), non ci sono vie di mezzo. Per un’opposizione in difficoltà quella del referendum è un’occasione preziosa per trasformarlo in un giudizio politico sul Governo Meloni. Per Schlein e il centrosinistra non poteva esserci circostanza migliore di una mobilitazione generale in difesa della Costituzione, minacciata dagli eredi della fiamma tricolore.
Non è semplice spiegare in modo efficace come il sorteggio per la composizione del CSM o la separazione delle carriere dei magistrati possa incidere concretamente sulla vita quotidiana dei cittadini. È molto più immediato evocare il rischio di un controllo del governo sulla magistratura e chiedere di votare “no” per fermarlo.
Il tema della giustizia, più volte al centro del dibattito pubblico, meriterebbe un approccio il più possibile condiviso e non una campagna a colpi di slogan. La premier ha cercato di non trasformare il referendum in uno scontro frontale, probabilmente sottovalutando la capacità dell’opposizione di politicizzarlo. Stabilire a priori cosa sia tecnico e cosa sia politico non spetta al governo ma agli elettori. Anche senza il “se non vinco mi dimetto” di renziana memoria, un referendum costituzionale è inevitabilmente un giudizio politico.
Pensare di poterlo neutralizzare, riducendolo a una questione per addetti ai lavori, è stato forse l’errore più grande. Parafrasando James Carville, non è (solo) una questione tecnica: è politica. E nei referendum costituzionali, alla fine, vince sempre la politica.
Paolo Romoli, Università di Bologna, Storia
Sì, stanno sbagliando. Non tanto perchè non ne parlano abbastanza (i manifesti sono ben visibili), ma perchè la riforma presuppone delle idee che non appartengono a chi oggi la promuove.
E questo gli elettori lo percepiscono.
Prendiamo proprio quei manifesti come esempio: "per una giustizia giusta", "la riforma che fa giustizia" e via dicendo.
È senz'altro vero che si possono convogliare poche idee su un manifesto, ma un tantino meno generiche si potrebbe provare.
Da qui viene il dubbio: ma avranno capito cosa stanno promuovendo?
L'idea di separare le carriere, i motivi per cui si vogliono separare, non sono espressi in quei manifesti o nelle varie interviste perchè non sono nella cultura del partito né di Giorgia Meloni, né di Matteo Salvini. Non lo sono perchè il partito di Giorgia Meloni si è poco frequentemente occupato di giustizia, ed il partito di Matteo Salvini si è espresso sui temi della giustizia con frasi come "chiudere in cella e buttare la chiave" o "castrazione chimica subito".
Si può dire che forse in termini di garantismo, si può sperare di meglio.
L'idea di un giudice più indipendente e che non si appiattisca sulle richieste del pubblico ministero, infatti, mira a tutelare la stessa persona contro cui spesso e volentieri Salvini e Meloni si sono scagliati: l'imputato.
Il collegamento non sarà forse direttissimo, ma è tale da gettare i loro partiti nell'incertezza di cosa dire per supportare la riforma, e gli elettori in confusione.
Elettori che, oltretutto, sono stati abituati ad avere dal partito della Meloni risposte immediate a problemi anche complessi.
Ma allora, se non è una battaglia del loro partito, una delle fondamentali assi su cui si basa il loro consenso, come sarà mai possibile che riescano a condurre una campagna convincente per il Sì?
Costanza Sofia Vannini
Giurisprudenza, Università La Sapienza
Apro TikTok e casualmente mi compare un video del profilo del Partito Democratico in cui la squadra mista italiana del curling è impegnata a gareggiare. Stefania Costantini lancia quella che nel gergo della disciplina è la “pietra” (stone) con sopra un cartello in cui compaiono le seguenti parole: “IL TUO NO AL REFERENDUM”. Il compagno di squadra Amos Mosaner, con lo scopettino (brush/broom), conduce il “NO AL REFERENDUM” verso la house (il bersaglio a cerchi concentrici), scalzando dal centro la “pietra” degli avversari, anche questa ha un cartello sopra: “LA GIUSTIZIA CONTROLLATA DAL GOVERNO”. Il primo pensiero è andato agli atleti e alla loro reazione, che infatti non si è fatta attendere, già ieri in tarda serata, dopo un riso di derisione e imbarazzo, ricordo di aver pensato che, senza volerlo, il Pd con questo video ci ha fornito indirettamente l’immagine perfetta per inquadrare la questione della riforma della giustizia e il relativo referendum. Uno stadio: il Pd ha usato le riprese di un palazzetto sportivo durante una competizione a squadre, presumibilmente con tanto di pubblico tifoso. Direi che è tutto, tutto quello che ci serve, ammesso che ne avessimo bisogno, per scorgere le solite opposte tifoserie, le solite curve da stadio, la solita irrefrenabile tentazione, già dolce e inconfessabile voglia, di pronunciare quella parola lasciata scivolare nel confronto, il fulmine a ciel sereno con la forza distruttrice di una tempesta: “FASCISTI!” E viceversa! Sia chiaro, è capitato con il Pd, ma non fatico a pensare che di cose simili siano capaci anche dall’altra parte. E qui veniamo alla domanda: “Cosa sta sbagliando il fronte del SÌ?” Tutto e niente. Non so nemmeno se abbia senso farsi questa domanda. Non so se impostare la comunicazione su un terreno non troppo dissimile a quello del NO, cioè quello della più brutale e becera semplificazione e riduzione a opposti schieramenti, dove manca un vero dibattito o un confronto, sia utile o meno alla causa referendaria ma anche democratica. (Non mi avventuro nemmeno sul sentiero del “E se…?”, “E se una delle due parti si fosse spesa per un’informazione che potesse permettere al cittadino di destreggiarsi meglio nella complessità della realtà?”, troppo sforzo e pure inutile). Poi, la scelta di non “personalizzare” il referendum da parte del PdC e dunque legarlo al prosieguo della sua permanenza al governo, le vale quanto meno critiche di poca fede/fiducia nelle sue stesse riforme. Se al contrario lo avesse fatto o lo facesse, il referendum si sarebbe tramutato da “SÌ o NO alla riforma del Governo Meloni” a “SÌ o NO al Governo Meloni”, più di quanto non sia già, esattamente come quello di o su Renzi oramai 10 anni or sono e quello di o su Berlusconi, neanche a farlo apposta, 10 anni prima. Si potrebbe discutere della scelta di parti del governo di disertare dibattiti televisivi, anche se, vista la comunicazione, forse è meglio così. Dovrei far presente delle “impressionanti” mobilitazioni universitarie e studentesche contro la riforma, con tanto di toni apocalittici scanditi all’unisono, come aspettarsi qualcosa di diverso da chi si è verosimilmente fatto le ossa tra “sardinismo” e “venerdì per il futuro”. Magari da segnalare ai “censori” di Azione Studentesca, armati di questionario, perché ovviamente di soli “COMUNISTI!” possono essere piene le scuole superiori e le università. Nel mezzo sempre lui, sempre e solo lui, il cittadino, il contribuente, “l’uomo qualunque”, colui che, quasi sicuramente, in un tribunale la scritta “LA LEGGE È UGUALE PER TUTTI” se la ritrova davanti.
Pietro Grisotto
Università di Bologna
Il centrodestra sta sbagliando qualcosa nella campagna per il Sì, anche se non tutto è da buttare. Ed è proprio questa ambiguità a rendere la situazione rischiosa.
L’errore principale è la sottovalutazione politica del referendum. Il centrodestra sembra considerarlo una battaglia già vinta o delegabile ai comitati, rinunciando a un ruolo attivo e coordinato. I partiti di governo appaiono frammentati: Forza Italia lo carica di valore simbolico e identitario, Fratelli d’Italia lo dà quasi per acquisito perché Nordio ne è promotore, la Lega è assorbita da altre priorità. Il risultato è l’assenza di una regia comune, di una narrazione semplice e ripetuta, di una presenza costante nei media generalisti e sui social.
In un referendum, però, il silenzio non è neutralità: è spazio lasciato all’avversario. Il fronte del No utilizza ogni leva possibile, anche il povero Amos, mentre il Sì risponde con dichiarazioni sporadiche, dati tecnici e richiami autorevoli ma distanti. Questo alimenta l’idea che il Sì sia freddo poco combattivo. E quando i sondaggi mostrano un avvicinamento tra le due posizioni, l’inerzia diventa un rischio concreto.
C’è però un elemento positivo: la centralità dei comitati per il si. In teoria, è questo lo spirito corretto di un referendum: dovrebbero essere protagonisti i comitati del Sì e del No. La presenza di giuristi e intellettuali può rafforzare la credibilità del Sì e sottrarlo alla logica dello scontro politico puro. Il problema è che questa scelta funziona solo se la politica accompagna, non se scompare.
Il centrodestra non sta perdendo perché il Sì sia debole nei contenuti, ma perché è debole nella comunicazione e nella mobilitazione. Se non cambia passo, rischia di ripetere l’errore del 2016: non per destino, ma per mancanza di strategia.
Potrebbe accadere un altro suicidio politico: la personalizzazione del referendum sul governo, come se fosse una prova di forza. Ma sembrerebbe, che almeno su questo, Meloni non stia seguendo le orme di Renzi…
Filippo
Comunicazione Pubblica e Politica
Giacomo
Storia, Università degli studi di Torino
Nelle ultime settimane il Governo sta speculando sui fatti di Torino e Milano per fomentare odio e sfiducia nei confronti della Magistratura, allo stesso tempo l'opposizione utilizza le immagini di Acca Larentia in favore del No. Sul merito riguardo al sorteggio dei membri laici e all'Alta Corte che dovrebbe valutare, non si sa bene con quale criterio, "gli errori dei giudici" si lascia discrezionalità al legislatore. Il Governo comunica in questo modo che votare Si equivale a firmare un assegno in bianco alla Riforma Nordio.
Maggioranza e opposizione hanno inaugurato la campagna elettorale; ma non basta che la maggioranza degli italiani si informi, bisogna mobilitarsi per convincerli ad andare a votare.
Giancanio Lucia
Economia aziendale, Università degli Studi della Basilicata
La campagna per il Sì alla separazione delle carriere, a parer mio, è sicuramente caduta in un errore fatale: il governo ha trasformato una riforma strutturale dell’Articolo 111 della Costituzione, legittima e perfettamente in linea con la struttura democratica del Paese, in uno scontro tra tifoserie politiche. Se la destra ha intenzione di vincere questa sfida e continuare a governare il paese in futuro, deve riuscire a non cadere nell’errore peggiore della comunicazione politica: la polarizzazione. Presentare la riforma come un distintivo di valore del centrodestra produce inevitabilmente l’effetto di allontanare ulteriormente quell’elettorato, moderato e laico, che riconosce nel “Giusto Processo” un pilastro del nostro sistema democratico. La destra sbaglia nell’inquadrare la riforma sul piano di una battaglia “contro la sinistra” anziché declinarla come una questione di pura civiltà costituzionale. Se la campagna farà percepire il Sì al referendum solo come un voto “pro-governo” è sicuramente destinata a fallire; se invece il governo riuscirà a porla come una questione di integrazione al modello europeo, dove all’indagato è garantita la terzietà del giudice, allora potrebbe riuscire ad ottenere il consenso anche di quell’elettorato di sinistra che ha a cuore le libertà individuali. Finché il pubblico ministero e il giudice condividono la stessa carriera, non si potrà dire che l’Articolo 111 della Costituzione sia completamente realtà in Italia, e la parità tra accusa e difesa rimarrà per noi cittadini quasi un’aspirazione filosofica piuttosto che una realtà processuale.
Carmelo Pisana
Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, Università La Sapienza
Il governo sta sbagliando totalmente la comunicazione per questo referendum, semplicemente per un motivo, stanno mentendo.
con questo non voglio dire che vogliono impossessarsi del ruolo del pm perché qui entriamo in un discorso molto vasto in cui entrambi i poli stanno estremizzando.
stanno mentendo perché quando la Meloni o Nordio parlano di come questa riforma migliorerà l’efficienza, di come i processi della giustizia diventeranno più efficaci, beh é una bufala, la stessa Buongiorno é la prima a smentirli.
quando menti così spudoratamente in una riforma che passa direttamente dal pensiero dei cittadini, quando ti arrampichi sugli specchi escludendo i fuori sede dal voto, cercando di anticipare il più possibile le votazioni per diminuire la trasparenza e la sensibilizzazione sul referendum, il risultato che ottieni é che perdi credibilità, e di conseguenza perferai pure il referendum.
Mattia Corrias
Scienze politiche, Statale di Milano
Dal punto di vista comunicativo, una delle debolezze più evidenti nella campagna per il Sì è la difficoltà nel far emergere messaggi chiari e convincenti sul merito della riforma. Pensiamo alle dichiarazioni del ministro Nordio o della deputata Bongiorno, in netta contrapposizione con le dichiarazioni della Meloni. Molti cittadini percepiscono il referendum come uno scontro politico e non come scelta tecnica sulla separazione delle carriere, non come un giudizio costruttivo sul funzionamento della giustizia ma una bandiera ideologica. Questo fenomeno è tipico delle società italian in cui la polarizzazione riduce la complessità normativa a slogan — con il rischio di allontanare gli elettori indecisi o poco informati. Un elemento importante sulla comunicazione del centrodestra sul referendum è il tentativo di costituire un comitato unico del Sì con testimonial (si è pensato a figure del mondo giuridico come Zanon o a profili mediatici come Sallusti), per dare maggiore “autorità” al messaggio e contrastare la narrazione dell’opposizione. Inoltre, possiamo notare, come ogni occasione sia ricollegabile alla poca efficenza della magistratura, da Askatasuna alle manifestazioni contro le Olimpiadi che però non rilevano delle affinità causa-effetto con il referendum. Questa strategia mostra due criticità: può apparire come una mossa più tattica che sostanziale, e in alcuni casi rischia di allontanare gli elettori. Sul piano politico e mediatico, la campagna del centrodestra, seppur non molto personalizzata dalla Presidente --imparando dalla lezione renziana-- adotta anche toni forti nei confronti dell’opposizione, ad esempio criticando le campagne social del Pd con etichette stereotipizzanti. Alcune reazioni online suggeriscono però che questi attacchi non sempre producono l’effetto desiderato: alcuni utenti hanno interpretato la risposta come un autogol comunicativo, rinforzando chi dice “la Costituzione non si tocca”. In parallelo, la presenza di forze estreme come CasaPound che entrano nella campagna per il Sì con messaggi aggressivi (“Falli piangere, vota Sì”), amplifica una percezione di polarizzazione estrema e rischia di associare la proposta di riforma a posizioni identitarie radicali. Tutto ciò evidenzia che la campagna per il Sì non sta ancora riuscendo.
Emilia Marcotulli
Comunicazione e marketing politico e istituzionale
La situa - dibattiti universitari