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A proposito di Vannacci

Abbiamo chiesto agli studenti universitari di ragionare sulla destra senza Vannacci e sul futuro dell'Europa senza più paura

Abbiamo chiesto agli studenti universitari di ragionare sulla destra senza Vannacci e sul futuro dell'Europa senza più paura. Qui le migliori risposte.

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La risposta sembra scontata, e in realtà lo è: sì. Ma l’immediatezza della risposta non preclude una valutazione più lucida delle motivazioni per cui da un’ eventuale dipartita del Generale Vannacci beneficerebbe sia il Governo di Giorgia Meloni, che gli italiani, finanche quelli più critici verso il primo. La Lega, almeno da ciò che traspare sui media, appare divisa tra due personalismi: quello dell’istrionico populista Salvini e quello del virile generale nostalgico.
Anche glissando, in un impeto di cinismo, sulle sparate scioviniste e razziste del generale, ciò che emerge dal vannaccismo è un profilo ben definito di personalità politica ed elettorato; un’identità (parola cardine del vannacci-pensiero) che traspare, attraverso sbarazzine ambiguità e ipocrisie varie, di una destra vecchio stampo, le cui priorità sono la difesa della patria (qualunque cosa voglia dire) e il rispetto delle regole (quelle che dicono loro).
Il versante dei leghisti “istituzionalizzati” è invece trainato dal più becero populismo nel peggiore dei casi e da idee economiche più dirigiste nel “migliore”. Un discidium leghista lascerebbe i salviniani da soli con la loro parassitaria vuotezza nel loro “culto della cravatta rossa" e spingerebbe gli elettori a rivalutare l’utilità del loro voto. Mentre il generale potrebbe diventare il "Censore" della destra, colui che non scende a compromessi e coopta a sé la sacca più reazionaria degli italiani. Il Governo verrebbe inizialmente messo in imbarazzo da questa separazione in quanto prima vera crepa tangibile in seno alla maggioranza, ma poi ne uscirebbe rafforzato nell’immagine in quanto epurato della sua frangia più estremista. Infine gli italiani, e in particolare i giovani e gli studenti, vedrebbero indebolita una forza politica strenua oppositrice dei sentimenti europeisti che, per chi come me è nato e cresciuto in un mondo iperconnesso, costituiscono non tanto il viatico per un giovanile rigetto di vetusti ideali nazionalisti, bensì una pragmatica ricetta per modellare il mondo in cui difendere i valori di libertà e democrazia.

Federico Barletta
Filosofia e Intelligenza Artificiale alla Sapienza
 
 
Il “rischio Vannacci” potrebbe mettere alla prova le elezioni del 2027. La profezia di Renzi rischia di avverarsi e la nostra Presidente del Consiglio potrebbe trovarsi in difficoltà, attaccata dalla sua stessa destra.  L’uscita di Vannacci dalla Lega e la nascita di Futuro Nazionale—con un simbolo che riecheggia la fiamma di Fdi —aprirebbe a due imprevisti concomitanti. Il primo è politico-elettorale, il secondo sistemico. Per ora il dibattito resta confinato alla dimensione mediatica e virtuale ma ipotizzando una candidatura del nuovo partito alle prossime elezioni la Lega potrebbe perdere fino a 3 punti percentuali. Una percentuale apparentemente marginale, ma che nel sistema elettorale potrebbe risultare decisiva: non tanto per il consenso complessivo, quanto per la dispersione dei voti e la conseguente perdita di seggi, con il rischio di far saltare gli equilibri della coalizione. A questo si aggiungerebbe un secondo effetto: la possibile migrazione di una parte dell’elettorato insoddisfatto dalla Meloni diventata “moderata” . Elettori che potrebbero scegliere Vannacci come approdo politico, passando da “Fratelli d’Italia” ad una sorta di leadership personalizzata “Vannacci d’Italia”.  Il vero problema per Meloni, non sarebbe solo la perdita di voti—già di per sé ovviamente rilevante—ma la frammentazione dell’area di governo, che offrirebbe al centrosinistra anche l’opportunità di sfruttare le divisioni interne al blocco conservatore. In ciò, Vannacci non si collocherebbe come alleato potenziale, bensì come un concorrente esterno, capace di spostare l’asse politico ulteriormente a destra. Una figura simile a un Salvini più radicale e più ingombrante, in grado di generare imbarazzi mediatici e tensioni qualora si corresse insieme. Vedremo allora come gestirà la questione la Presidente ma la domanda che viene naturale è se i temi dell'ex generale, decantati in campagna elettorale anche dalla stessa Meloni saranno lasciati definitivamente a chi li brandisce contro di lei. É  in una morsa e quel nativismo oggi rischia di ritorcersi contro di lei. 

Emilia Marcotulli
Master di II livello in Comunicazione e Marketing Politico ed Istituzionale 
 
 
Negli ultimi giorni non si fa che parlare del logo “Futuro Nazionale” che Roberto Vannacci ha depositato all’Ufficio brevetti europei. Questa azione non è che, con ogni probabilità, il primo passo verso la creazione di un nuovo partito, alternativo alla Lega e alla “storica” coalizione di centro-destra, ma ovviamente sempre di stampo social-conservatore, come suggeriscono gli elementi del logo stesso (fiamma tricolore, il concetto di nazione, il font che richiama lo stile futurista…).
Per Giorgia Meloni la nascita di Futuro Nazionale non sarebbe una buona notizia: minerebbe la stabilità della coalizione di governo e rappresenterebbe una vera e propria minaccia per le prossime elezioni. Vannacci andrebbe a posizionarsi più a destra di Fratelli d’Italia e della Lega, andando a intercettare i malumori di quell’elettorato che accusa il governo di essere troppo moderato, di non fare abbastanza per gestire il problema sicurezza, di non aver applicato il blocco navale contro l’immigrazione. Si tratta di un “elettore-tipo” più comune di quanto si possa pensare (grazie anche al sostegno di una parte dei media tradizionali e non), motivo per cui quel 5% di preferenze di cui si parla potrebbe essere un numero tutt’altro che irrealistico.
Certo, i precedenti per chi ha deciso di abbandonare la Lega non sono favorevoli (l’ha ribadito Salvini nella manifestazione organizzata dal partito in Abruzzo non più tardi di qualche giorno fa), ma la sensazione è che Vannacci, con il suo modo di comunicare e la figura affidabile e controcorrente che incarna agli occhi di molti elettori di centrodestra e non solo, potrebbe essere l’eccezione alla regola e questo, nel caso dovesse accadere, sarebbe un problema non da poco per Giorgia Meloni.

Roberto Petrulli 
Scienze economiche, Università Mediterranea di Reggio Calabria


I capricci di Vannacci vanno letti per quello che sono: la rivendicazione interna alla Lega della sua fetta di consenso, ma per creare un vero problema alla Presidente del Consiglio, il generale dovrebbe abbandonare la sua nicchia per aprirsi ad un elettorato più ampio. Quello che sembra mancare è una reputazione, che è molto influenzata dal suo passato.
Il consenso di Meloni attualmente è solidissimo. Riesce a dare l’impressione, a differenza di Salvini, di lavorare seriamente per il paese. Difficile scalfire l’immagine pubblica di chi è vista da gran parte degli italiani come l’unica in grado di garantire stabilità politica e finanziaria dopo anni di incertezza. Vannacci ha dalla sua solo una grande collezione di frasi considerate vergognose dalla maggioranza del paese, specie dai moderati che sostengono (anche) Meloni.
Sarebbe ingenuo per un leader politico non considerare il bacino elettorale che ha fatto stravincere prima Renzi nel 2014 e poi il M5S nel 2018. Un elettorato per cui il Generale non ha offerte allettanti perché il suo passato e l’immagine che è andato costruendosi parlano chiaramente. Fin dal suo rumoroso ingresso nel dibattito pubblico è sempre stato un elemento di divisione, “assunto” da Salvini con il compito di raccattare i voti della destra più estrema. Per redimere questo passato ci vorrebbe la vecchia ricetta populista: un nemico chiaro e definito contro cui scagliarsi, come Draghi per Meloni e gli immigrati per Salvini, ma oggi questo nemico sembra non esserci.
Nell’immediato, una Lega indebolita lascerebbe più libero il governo nelle scelte di politica internazionale, ma creerebbe un problema di voti in vista delle elezioni. Se invece Vannacci scegliesse la maggioranza, la Premier dovrebbe domare due anime ribelli che, seppur dimezzate, potrebbero causare guai enormi (Renzi docet); specie se il Generale agirà con l’imprevedibilità e il desiderio di potere di un Salvini qualunque.

Riccardo Mandruzzato
Matematica, Università di Padova
 
 
Le sorti del nostro premier e della sua maggioranza sembrano dipendere dalla scelleratezza indipendente di Roberto Vannacci. Un personaggio scaltro che ha saputo sfruttare il polverone sollevato dal suo "Mondo al contrario", in Italia e non solo. "Farneticazioni personali che screditano l'Esercito", ha commentato il ministro della Difesa Guido Crosetto. Di polvere infatti parliamo: residui che non sarebbe stato difficile sentire in un qualsiasi bar di provincia.
Vannacci ha preferito il narcisismo dei quindici minuti di celebrità teorizzati da Warhol, interpretando la logica pop di chi "la spara più grossa" in uno scenario internazionale dominato da chi parla per primo. La narrativa nostrana s’inverte quando a narrare è un generale (a fine carriera), giovane e con la saccente arroganza di poter trattare giornalisti e colleghi politici come cadetti.
Il suo movimento sembra essere la nuova casa dei nostalgici, di chi è affetto da un "generico quanto autentico fascismo", per dirla alla Contessa. Salvini ai leghisti pare troppo molle e i sondaggi fanno da monito: l’esser defilato e inefficace a "chi ce l’ha duro" non piace affatto. Il quadro appare confuso, ma l’uscita di scena di Vannacci dalla Lega potrebbe rivelarsi un’occasione allettante per Meloni, rendendo il dibattito più interessante.
Un eventuale partito vannacciano diventerebbe la brutta copia di quella che fu la Fiamma Tricolore di Rauti, ma il paragone non regge. La statura di Rauti è imparagonabile a un generale megafono di slogan estremisti. Meloni, studiosa qual è, saprà intercettare gli errori pregressi e difendere la coalizione di cui è leader indiscussa. L’alternativa possibile sarà un’alleanza con Carlo Calenda: è da tanto che se ne vocifera nei corridoi. Calenda è un manager che non sa stare con le mani in mano e, da uomo d’Azione, dovrà scendere a compromessi. Quella del Generale si appresta a diventare una delle tante e noiose stelle
nascenti: vedremo presto la sua ritirata.
 
Stefano M. Vizzini
Medicina, Università di Enna
 

Vannacci è a un bivio: diventare il nuovo Pino Rauti, rompendo con tutti e fondando un partito estremista che alle prossime elezioni non supererà la soglia di sbarramento, oppure diventare il nuovo Renzi, fondando un partitino che riuscirà a sopravvivere nell'emiciclo solamente raccattonando parlamentari a destra e a manca, ma che manterrà comunque dei legami ben saldi con l'attuale maggioranza di governo.
Sia Salvini che Meloni temono molto la fuoriuscita di Vannacci, non per i voti che quest'ultimo porterà con sè, bensì per i parlamentari che quest'ultimo potrebbe sottrarre alle due formazioni.
Infatti, lo schieramento di centro-destra, dopo l'esperienza traumatica dei governi Conte e Draghi, è notoriamente monolitico, indissolubile, unito saldamente dal potere e dall'amichettismo.
Vannacci vorrebbe imitare la stessa Meloni, che fuoriuscì dal PDL per fondare Fratelli d'Italia, ma non capisce che il suo consenso, contrariamente a quello di cui gode la premier, è friabile, come sabbia al vento.
Pur essendo il primo parlamentare europeo eletto per preferenze, il generale non gode dell'infrastruttura tale per creare un partito di lunga gittata, e mi sembra che non ne sia ancora pienamente consapevole.
Meloni è preoccupata, ma al contempo se la ride e sghignazza, speranzosa che Vannacci riesca a fare quello in cui ha fallito Giorgetti: silurare Salvini, che è diventato il più grande problema di questo governo, sia per l'opposizione che per i suoi stessi alleati.


Baldassare Caradonna
Università degli Studi di Palermo
  
 
Se Roberto Vannacci dovesse, come pare, uscire dalla Lega per Giorgia Meloni sarebbe una notizia più che positiva. Nonostante l'exploit personale alle europee, il generalissimo resta comunque una figura politicamente fragile, più rumorosa che strutturata, difficilmente capace di trasformare il proprio consenso personale in un progetto competitivo nel medio periodo.
Vannacci, fuori da un grande contenitore come la Lega, rischierebbe di percorrere una traiettoria già vista: quella di personaggi capaci di intercettare un malessere diffuso, ma senza riuscire a consolidarlo. Un nuovo Gianluigi Paragone, per intenderci. Senza una macchina organizzativa, senza classe dirigente e senza alleanze, l’orizzonte realistico è quello delle “percentuali da prefisso telefonico”: abbastanza per occupare spazio mediatico, non abbastanza per spostare equilibri di governo. In questo scenario, Fratelli d’Italia resterebbe il solo polo solido del centrodestra italiano.
La Lega, invece, è in una fase di transizione irrisolta: identitaria, territoriale, strategica. Vannacci, con la sua radicalità comunicativa, non aiuta a chiarire la linea, anzi accentua ambiguità e tensioni interne. Una sua uscita alleggerirebbe il confronto interno alla Lega, ma soprattutto toglierebbe a Meloni un potenziale problema di concorrenza “interna” al campo di governo, capace di spostare il dibattito su terreni scomodi senza però offrire sbocchi politici concreti.
Paradossalmente, quindi, Vannacci fuori dalla Lega rafforzerebbe Meloni: meno competizione a destra, meno radicalità ingestibile nella maggioranza, più centralità per chi oggi rappresenta l’unico partito con una leadership stabile e una prospettiva di governo. In politica contano i numeri. E, soprattutto, contano le strutture. Su entrambi i fronti, Vannacci resta un’incognita più che una minaccia.

Alberto D'Agate
Economia Aziendale
 
 
La sortita del generale dalle file della Lega può avere effetti indesiderati, soprattutto per Meloni & Company, in quanto un ipotetico (e molto probabile) nuovo partito/movimento di estrema destra, sul modello Afd, potrebbe sottrarre buone percentuali di elettori alla coalizione di cdx, attingendo dal bacino contenente coloro che si auspicavano un governo meno moderato già nel lontano 2022. 
Ciononostante, non necessariamente la creazione di un partito a trazione esclusivamente Vannacciana potrebbe essere un cruccio per Meloni; un alleggerimento della dimensione più estremista della coalizione spianerebbe infatti la strada a un sempre più evidente flirt con un altro estremo: l’estremo Centro. Si fa riferimento principalmente ad Azione, con un Calenda che ultimamente non si fa mancare le partecipazioni ai maggiori simposi del centrodestra nostrano, e che anche se con un apparentemente insospettabile 3% (che poi in città come Milano è quasi un 7%) potrebbe spostare più di un equilibrio.
Se l’ala più a destra della coalizione di stacca, diventa perciò inevitabile correre ai ripari al centro, sperando nel mentre che un eventuali partito di ultradestra non conquisti, oltre ai già citati voti dei delusi, i consensi di quella fetta (ahinoi!) quasi maggioritaria dei disillusi, i non votanti. 
Il calcolo politico è incerto, e sicuramente il tema Vannacci-indipendente assilla in qualche misura la premier, che teme una forza politica populista e estremista che faccia leva sulla remigrazione e sulla rottura con la Ue, conquistando voti anche di chi da anni non si reca più alle urne. Il dilemma è perciò il seguente: cercare di inglobare le frange più estremiste della coalizione, che fanno capo al generale, per anestetizzarle e istituzionalizzarle; oppure compensare lo sbilanciamento a destra con l’appoggio del centro, il quale, anche se apparentemente innocuo, è forse il vero ago della bilancia degli assetti politici del momento.

Giovanni De Carli
Storia, Università di Padova