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La situa - dibattiti universitari
A proposito della situazione in Iran
Abbiamo chiesto agli studenti universitari cosa sperano accada in Iran. Qui le migliori risposte.
Scrivete anche voi, in duemila battute, a situa@ilfoglio.it. I migliori testi degli studenti universitari saranno pubblicati (qui trovate tutti gli articoli degli studenti pubblicati in questi mesi). Se non sei ancora iscritto a La Situa puoi farlo qui, ci vuole un minuto, è gratis.
Al mio quarto anno di economia alla Sapienza di Roma posso dire di aver incontrato, conosciuto e osservato ogni genere di colleghi della mia età. La mia facoltà tende a essere meno ideologica, ma nonostante questa mancata predisposizione, la percezione di una malattia aleggia nelle conversazioni in merito alle questioni di politica internazionale. Attenzione: vorrei prima chiarire che gli studenti appassionati di scienze sociali e politiche in Italia sono forse un centinaio nelle rispettive facoltà, figuriamoci nelle altre. Studenti ai primi anni che leggono Aron, Schmitt o Clausewitz sono rari, rarissimi. Questo attenua, almeno in parte, l’ipotesi della malizia, ma non assolve dalla superficialità del giudizio.
Non uno spettro si aggira per l’Europa, ma un’epidemia, e di certo non cinese. Un’epidemia che infetta i giovani cuori al punto da annullare se stessi e tutto quel che li ha plasmati; una malattia che arde con il combustibile nichilista ogni riflessione su quel che Chesterton chiamerebbe "ciò che c'è di bello nel brutto del mondo". L’Iran non è nulla per loro, se non un avamposto partigiano avverso alla loro stessa cultura. È più del cane che si morde la coda: è il cane che neanche riesce a mordere se stesso, perché la coda non la trova nemmeno. Ho 23 anni e spesso la prima cosa che si ascolta, come risposta, quando si chiede un parere a un mio coetaneo riguardo a questioni politiche o economiche è: "Io sono contro questa cosa", oppure "sarò sempre contrario a", o ancora "sai che sono da sempre un convinto anti…" (da riempire a piacere). La dialettica del “contro” è la più reazionaria, la meno innovatrice. In questo caso, però, il problema è un altro. Perché, ad esempio, la teoria della non violenza non regge: quando sentivo amici esultare per la saturazione dei cieli di Tel Aviv qualche mese fa, avevano già abbandonato la teoria tolstojana della resistenza pacifica al male. Non regge neanche una sommaria idea di una pace kantiana e di un solido diritto internazionale, viste le indulgenze riguardo ai massacri onnipresenti o all’imperialismo russo e cinese. La lotta di classe, la guerra civile contrapposta a quella fra nazioni non è proprio da tenere in conto. Se cercate ideologie solide, per rivalutare un termine così caro a Pasolini, non le troverete mai.
Allora si torna sempre lì: su quel letto d’ospedale dove giace una generazione orfana di un’eredità, di un autentico rapporto con il passato. Senza un proprio sistema di valori, come si può riconoscere quello del grande impero persiano? Come possiamo anche solo immaginare di capire cosa avevano in testa quei giovani che ora giacciono in un sacco nero, il cui unico spiraglio è il viso, sul quale una madre può mescere le sue lacrime con il sangue del figlio? Questo è lo stesso grande problema del multiculturalismo: crediamo di poter accogliere milioni di persone con una propria cultura salda, con valori costituiti, pur essendo ormai diventati degli automi secolarizzati, senza tempo e senza storia. Siamo stati privati di Dio, dell'arte, di una terra; nulla potrà mai più venir difeso. La democrazia non è un valore: è un sistema di governo in cui far sviluppare determinati valori, ma è l’involucro, non il contenuto. Noi abbiamo perfezionato questo sistema e lo abbiamo spremuto fino a svuotarlo completamente, neanche un lume è rimasto. Ora gli iraniani chiedono democrazia, probabilmente non per il gusto di mettere una scheda in una scatola, ma per non morire di vergogna e di fame, e soprattutto per salvare una cultura millenaria che li accompagna a ogni passo per le strade di Teheran. Mentre noi abbiamo rinnegato il leone di San Gerolamo; loro cavalcano il leone con il sole alle spalle tra i cadaveri di compagni mutilati. Non potremo mai capirli.
Luca Zoruddu
Sapienza
La risposta, per quanto scomoda, è semplice: perché significherebbe un controsenso rispetto a ciò per cui ci si è battuti fino ad ora.
Parliamo dei PropPal, che si sono sempre dichiarati i “paladini del popolo oppresso” e delle morti ingiustificate, dove sono? Dove sono tutte quelle piazze gremite di manifestanti?
È qui che emerge un’ipocrisia di fondo, un’ipocrisia mascherata da “preoccupazione umanitaria”, che invece rivela la sua vera intenzione: opporsi perennemente alle scelte di Washington e, di riflesso, a quelle dell’attuale governo italiano. Molti di quegli scioperi e cortei compiuti per Gaza appaiono quindi per ciò che realmente sono stati: non un “grido per il povero popolo oppresso”, bensì un contenitore politico utile a canalizzare un odio profondo verso l'Occidente e a mobilitare consenso sfruttando una guerra.
Sostenere apertamente la causa iraniana sarebbe compatibile con la linea dei governi di destra occidentali, perciò, manifestare per qualcosa che il “nemico politico” già sostiene diventa sostanzialmente inutile: non produce scontro, non produce identità, non produce ritorno simbolico.
D’altro canto è vero anche che le manifestazioni servono, almeno in teoria, a far pressione su chi decide dall’alto e qui si potrebbe obiettare che, essendo il governo già schierato a favore del popolo iraniano, non ci sia bisogno di scendere in piazza per fargli cambiare idea. Questa giustificazione regge solo fino a un certo punto, perché il silenzio non è neutro, e soprattutto non è coerente con ciò per cui questi soggetti hanno sempre affermato di “lottare”.
La realtà è che manifestare per questa causa farebbe crollare un’intera narrazione e costringerebbe ad ammettere che, almeno per una volta, si stia seguendo la stessa linea della “destra”, quella destra considerata dai militanti ProPal “cattiva” e “da sconfiggere”.
Ed è qua che spunta una verità scomoda: non tutte le battaglie vengono scelte per amore della giustizia, ma per convenienza politica.
Serena Pinzano
Scienze Internazionali e Diplomatiche, università di Trieste
I cortei sull’Iran esistono, sia a destra che a sinistra, ma effettivamente restano poco partecipati rispetto ad esempio a quelli per Gaza. Forza Italia si è già mossa, il PD terrà un presidio a breve, Calenda ha più volte sollecitato una manifestazione con l’adesione di Marattin, mentre Italia Viva dichiara che parteciperà a ogni iniziativa proposta. Schlein è arrivata alla mobilitazione ufficiale solo dopo l’esortazione di Mieli da Lilli Gruber.
Il punto, però, è un altro. Premesso che sono convinta servirebbero piazze ampie e partecipate in solidarietà al popolo iraniano — anche solo per far sentire vicinanza e mostrare sostegno — difficilmente vedremo mobilitazioni come quelle di Londra. La ragione qui è politica. Le piazze per Gaza univano alla solidarietà per il popolo palestinese una forte condanna, oltre che al governo Netanyahu, al governo Meloni e all’Unione Europea. Le manifestazioni per il Venezuela ugualmente erano “contro” l’azione trumpiana e “contro” la non condanna del nostro governo. Erano manifestazioni contro qualcuno. Erano manifestazioni che volevano far cambiare idea al nostro di governo non al loro. Nel caso dell’Iran contro chi si manifesta? Non c’è bisogno di spingere il governo italiano o l'Unione Europea alla condanna, perché quella condanna è già unanime, come dimostra la risoluzione bipartisan votata da tutti i partiti (tranne uno).
Questa dinamica di scontro interno si vede anche nei cortei poco partecipati: FI non mette al centro le donne, i giovani e tutti i manifestanti iraniani, ma sposta l’attenzione sulle femministe di sinistra, come se il femminismo fosse una bandiera di parte e non una battaglia comune. Così il bersaglio non è più il regime iraniano e la solidarietà ad un popolo, ma le femministe di sinistra che non prendono posizione. Dall’altra parte, la sinistra fatica a trovare argomenti per attaccare il governo, essendo sulla stessa linea. Resta ovviamente la solidarietà, che porterà comunque qualcuno in piazza, ma mancherà la spinta del conflitto politico. Mi chiedo però se la sinistra condannerà Conte e il M5S, unico partito astenuto sulla risoluzione bipartisan sull’Iran o adotterà due pesi e due misure.
Emilia Marcotulli
Master in Comunicazione e Marketing Politico ed Istituzionale, Luiss
Quando ripenso alle manifestazioni di massa di pochi mesi fa, con fiumi di persone scese in piazza contro il governo democratico di Israele, con l'unica colpa di difendersi da un’organizzazione terroristica, e le confronto con il silenzio quasi assoluto che circonda il massacro sistematico di una popolazione disarmata che chiede libertà da un regime teocratico e dittatoriale, l’unica emozione che provo è una rabbia lucida e profonda.
La questione palestinese è stata progressivamente ridotta a una semplificazione ideologica grossolana, in cui esistono unicamente un oppressore e una vittima, senza contesto storico, politico o strategico. I cortei pro-Palestina sono diventati eventi di tendenza: slogan immediati, immagini emotivamente potenti, una narrativa facilmente condivisibile sui social. Tutto questo ha favorito una partecipazione di massa apparentemente consapevole, ma spesso superficiale, sostenuta da partiti, sindacati e movimenti più interessati al consenso che alla complessità dei fatti.
Al contrario, le proteste contro il regime iraniano incontrano ostacoli ben più profondi e scomodi.
Qui il nemico non è uno Stato esterno facilmente demonizzabile, ma un governo che reprime il proprio popolo dall’interno con una violenza sistematica: arresti di massa, torture, esecuzioni, blackout di internet e un controllo capillare dell’informazione. Un sistema repressivo che rende estremamente difficile la diffusione delle notizie e impedisce a queste proteste di diventare virali, privandole della visibilità necessaria per mobilitare l’opinione pubblica occidentale.
La minore esposizione mediatica ha contribuito a un disinteresse crescente, rivelando una verità scomoda: la solidarietà selettiva è spesso guidata dalla comodità narrativa più che da un autentico impegno per i diritti umani. Informarsi richiede tempo, spirito critico e la disponibilità a mettere in discussione certezze ideologiche. Eppure, proprio quando sarebbe necessario uno sforzo di comprensione e responsabilità morale, molti scelgono l’indifferenza.
Sofia
università di Trento
Chiedersi perché la brutale repressione del regime islamico di Khamenei non scaldi i cuori degli italiani significa supporre o, peggio, dedurre, che le manifestazioni in favore della libertà del popolo iraniano non ci siano affatto. Ma ciò è vero solo in parte.
In Italia, in effetti, non sta avendo luogo il movimento di massa che ha spinto in piazza centinaia di migliaia di persone in favore della Palestina, e ciò è dovuto a due motivi: a spingere i cittadini a schierarsi contro lo sterminio a Gaza è stato in primo luogo il fattore tempo. L’avanzamento dei mesi e l’arrivo incessante di strazianti notizie dalla Striscia ha talmente turbato una parte della nostra Nazione da spingerla a gridare il proprio dissenso. Ma qual era la richiesta dei dimostranti e verso chi era la protesta?
La contestazione avveniva contro la linea politica del governo Meloni e chiedeva la cessazione di qualsiasi rapporto con Israele, maggiori aiuti al popolo palestinese, il riconoscimento dello Stato di Palestina e la difesa della Global Sumud Flotilla.
La posizione dei partiti italiani nei confronti dei massacri in Iran è invece pressoché univoca, anche se va sottolineato un insolito silenzio del M5S: tutti si dicono a sostegno del popolo iraniano e della sua libertà. Ciò potrebbe far pensare che esserci, in questa occasione, sia superfluo: ma sostenere la libertà dei popoli oppressi non è mai inutile, e una parte di politica l’ha capito.
Lo testimoniano la manifestazione di ieri, venerdì 16, in Piazza del Campidoglio a Roma e quella di oggi, sabato 17, a Piazzale Ostiense: hanno annunciato la loro presenza (in almeno una delle due) PD, AVS, Azione, +Europa, Ora! e il partito liberaldemocratico.
In conclusione, la propaganda di chi si lamenta del supposto doppiopesismo della “sinistra” sta facendo breccia nelle opinioni pubbliche, ma non è veritiera: piuttosto stupisce la perenne ignavia del governo Meloni, che ironizza sulle opposizioni senza mai essersi battuto concretamente per la libertà di alcun popolo.
Giovanni Solera
università di Parma
Le anime belle del “Free Palestine”, reale compassione o interesse politico? Decine di migliaia di manifestanti hanno inondato le strade negli ultimi mesi, con striscioni dagli slogan sempre più ingegnosi. Non passava giorno in cui non si parlasse della causa palestinese, di come fosse assolutamente necessario bloccare le azioni dello Stato di Israele. Oggi viene spontaneo chiedersi, perché nelle città non si registra la stessa partecipazione per ciò che sta accadendo in Iran?
Non credo che le ragioni siano da ricercare nella moralità delle singole persone, perché la maggior parte di quei ragazzi era spinta da buone intenzioni di fondo, a nessuno piace vedere civili morire, in nessun caso. In questo senso probabilmente quei ragazzi condannerebbero tout court quello che sta avvenendo in Iran. Il punto, piuttosto, è capire perché l’indignazione per l’Iran resti confinata ad una misura individuale e non diventi un fenomeno “di massa”.
Affinché una causa diventi collettiva, serve che abbia un fascino narrativo e che risponda ad un interesse concreto. La causa palestinese si presta benissimo ad una narrazione polarizzata, alla riduttiva narrazione dell’oppresso e dell’oppressore, al tempo stesso fa anche comodo ad una certa parte politica, che individua nello Stato di Israele un importante esponente dell’Occidente, del suo sistema valoriale ed economico. La giusta compassione per le vittime civili viene trasformata in un mezzo politico, la sofferenza delle persone diventa un’arma per ribaltare un sistema. Parte quindi un effetto valanga, una serie di incastri portano leader politici e associazioni a “sponsorizzare” una certa causa rispetto ad un’altra.
Nasce un cortocircuito: se da un lato una certa sinistra rivendica il sostegno ai popoli oppressi, dall’altro fatica a dare importanza e copertura mediatica alle azioni criminali della Repubblica Islamica dell’Iran, che rappresenta uno dei principali alleati di chi quel sistema cerca di ribaltarlo, di paesi come la Russia, la Cina, la Corea del Nord.
L’oikofobia occidentale si manifesta anche in questo atteggiamento: nell’attenzione ossessiva ai nostri difetti e alle nostre colpe, e nella cecità rispetto a dei valori e delle libertà che, pur con tutti i limiti, l’Occidente continua a rappresentare.
Sebastiano Carello
Medicina e Chirurgia, università Cattolica del Sacro Cuore di Roma