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La situa - dibattiti universitari

A proposito di quello che sta accadendo in Venezuela

Abbiamo chiesto agli studenti universitari di risponderci sul tema Venezuela: l'intervento di Trump è da benedire o da condannare?

Abbiamo chiesto agli studenti universitari di risponderci sul tema Venezuela: l'intervento di Trump è da benedire o da condannare? Qui le migliori risposte.

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L’intervento in Venezuela di Trump è da elogiare o da condannare?
Rispondere a questa domanda richiedere di vedere la questione da due punti di vista differenti, ma entrambi importanti.
Dal punto di vista del popolo venezuelano l’intervento di Trump ha portato alla cattura di Maduro e quindi alla fine del suo governo considerato oppressivo e ottenuto con i brogli.
Questo per loro rappresenta speranza e rivalsa soprattutto per tutti i Venezuelani che sono stati costretti ad andare via dal paese.
Dall’altro lato l’attacco di Trump suscita preoccupazione.
Per prima cosa Trump non ha avvisato il congresso delle sue intenzioni perché a detta sua avrebbero potuto farselo scappare e rovinare i suoi piani, non trovo questa giustificazione adatta, avendo lui commesso una violazione senza pagarne conseguenze, troviamo così l’immagine di un uomo potente che può decidere da solo cosa fare senza consultare il suo stesso governo.
È importante anche citare la violazione del diritto internazionale commessa da Trump.
Per quante motivazioni giuste e nobili egli possa addurre per motivare la sua scelta di catturare Maduro, quali il traffico di droga e la liberazione del Venezuela, non competeva a lui e non erano questi i giusti modi di agire.
Nessun presidente e nessun governo può decidere di invaderne un altro per nessun motivo, se si rilevano dei seri problemi o delle minacce per il proprio paese è importane sempre agire nel rispetto del diritto internazionale per far si che il mondo non diventi governato dalla legge del più forte ma che lo sia dalla diplomazia e dal cercare di mantenere quanto più possibili stabili le relazioni internazionali.
In conclusione, può apparire positivo in un primo momento perché tale azione ha portato alla caduta di un regime oppressivo, ma siamo sicuri che ciò porterà davvero benessere al Venezuela e ai suoi cittadini? O ne porterà solo agli Stati Uniti?

Giusy De Vita
Finanza alla Federico II di Napoli
 
 
L’amministrazione Trump ha ripreso coscienza di quale debba essere la linea degli Stati Uniti in politica estera: quella di una potenza egemone, non solo a livello tecnologico ma anche nell’azione, capace di rispondere alle minacce a essa rivolte dagli attori internazionali, in questo caso Russia e Cina. Tuttavia, per noi europei rimane molto amaro in bocca, non perché sia stato violato il diritto internazionale, critica peraltro discutibile, bensì perché siamo ormai diventati irrilevanti, nonostante siano stati molteplici i segnali del nostro declino arrivati nel corso degli anni: una collezione di mancate risposte, dalla violazione della sovranità territoriale della Moldavia con il posizionamento di truppe russe nel 1992 in Transnistria, fino all’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022.
Nonostante le violazioni del diritto internazionale da parte di Mosca negli ultimi decenni, abbiamo comunque deciso di dipendere dal gas e dal greggio russi e di non potenziare i “nostri” settori della difesa. Non sorprendiamoci quindi se il nostro partner dall’altra parte dell’Atlantico non si fida di noi europei per quanto riguarda la sicurezza nell’Artico: sanno benissimo che, ad oggi, la nostra sicurezza dipende da loro.
Trump ha quindi fatto bene a intervenire in Venezuela? Sì, perché si sarebbe dovuto intervenire già ieri, quando i diritti umani in Venezuela venivano violati dal governo Chávez, quando vi sono stati molteplici brogli elettorali, ma soprattutto perché bisogna tutelarsi da chi per primo viola il diritto internazionale: Mosca. Questo gli est-europei lo hanno capito da tempo: da quando Jerzy Giedroyc, nel bel mezzo della Guerra fredda, elaborò una politica estera per una Polonia post-sovietica, in grado di assicurare la propria indipendenza e sicurezza affidandosi agli Stati Uniti, non essendo le altre potenze europee affidabili. Lo stesso hanno imparato gli ucraini nel corso degli anni, seppur con grande ritardo rispetto a Varsavia, sulla loro pelle.

Andrea Shlapak Distaso
Università della Svizzera italiana di Lugano


L'intervento in Venezuela con cui Trump ha catturato il presidente Maduro ci ha lasciati tutti sbigottiti. Un po' perché ci eravamo abituati a prendere poco sul serio le sue sparate, un po' perché ancora impelagati ad accusare gli USA degli interventi militari passati, il presidente degli Stati Uniti è riuscito a cogliere alla sprovvista anche noi. Una cosa è certa: con Donald Trump è finito il tempo in cui per giustificare un intervento militare in uno Stato estero si doveva pensare per bene a delle scuse, dalla democrazia alle armi di distruzioni di massa. Si, perché il Tycoon non ha avuto problemi a rivendicare subito il motivo principale dell'attacco, dopo un timido riferimento al narcotraffico: il petrolio. Si, perchè neanche una settimana dopo ha annunciato che il Caracas darà agli USA tra i 30 e i 50 barili di petrolio di alta qualità, rimarcando il fatto che le nazionalizzazioni del regime di Chavez hanno creato non pochi danni economici agli investimenti statunitensi in Venezuela. 
Qui in Italia, se decidiamo con saggezza di ignorare le sterili polemiche tra chi sventola dichiarazioni di indigeni e gli anti-imperialisti che fanno il giro e si ritrovano ad essere imperialisti cinesi o iraniani, la notizia è stata tutto sommato accolta in senso positivo. È chiaro a tutti che un'intervento militare tramite il quale si rapisce il presidente di uno Stato estero non sia il massimo della correttezza, ma non erano il massimo della correttezza neanche le elezioni truffaldine di Maduro, le ultime nel 2024, le sue dure repressioni e la diaspora di 8 milioni di venezuelani costretti a lasciare la propria patria.
È chiaro dunque che il petrolio rappresenta una fetta importante delle motivazioni alla base dell'operazione, ma a chi descrive gli Stati Uniti come il diavolo imperialista assetato di petrolio vorrei chiedere: fino al 3 gennaio, il petrolio venezuelano era dei cittadini venezuelani, oppure di Cina, Iran e dell'élite corrotta socialista di amici di Maduro?
 
Lorenzo Perlangeli
Scienze della Politica alla Sapienza
 
 
È possibile provare sollievo davanti alla fine di Maduro: un potere che ha svuotato le istituzioni, represso il dissenso, spinto milioni di venezuelani alla fuga. Non è un simbolo da romanticizzare, né un “equilibrio” da conservare per quieto vivere.
Ma un’operazione statunitense che entra in Venezuela, cattura un capo dello Stato e lo trasferisce negli Stati Uniti non è, di per sé, giustizia. È un atto di forza che si mette al posto della competenza: chi decide, con quale titolo, entro quali limiti. Nel diritto, il fine non assolve il mezzo: perché il mezzo crea precedenti, e i precedenti diventano regole.
Mi spiego meglio: oggi la vittima politica è un autocrate, domani potrebbe essere un leader scomodo, un avversario strategico, un “pericolo” definito a piacere. Se il diritto internazionale vale solo quando coincide con l’interesse del più forte, smette di essere diritto e diventa retorica. E quando la legalità è selettiva, l’ordine globale si trasforma in una somma di eccezioni.
C’è poi un punto concreto che spesso viene rimosso: dopo il blitz, cosa resta? Un Paese stabilizzato o un vuoto di potere? Elezioni credibili o una transizione amministrata dall’esterno? La democrazia non nasce dall’umiliazione pubblica di un nemico: nasce da istituzioni ricostruite, libertà garantite, corpi sociali che tornano a respirare, e soprattutto da procedure verificabili. La legittimità non è un comunicato stampa, è un processo.
Per questo non riesco ad applaudire. Non per indulgenza verso Maduro, ma per esigente fedeltà al principio che distingue l’autorità dal dominio: la forza deve essere incanalata, controllata, giustificata. Altrimenti diventa arbitro e parte insieme.
La strada corretta era (ed è) un’altra: pressione multilaterale, negoziato con garanzie, sanzioni mirate che non strangolino la popolazione, canali umanitari; e una cornice di legittimità condivisa — ONU, organismi regionali, giurisdizioni e osservatori indipendenti — capace di accompagnare una transizione senza trasformare il Venezuela in un protettorato.
Sconfiggere un autocrate non basta. Bisogna evitare di adottarne il linguaggio: quello per cui la legge è un dettaglio e la sovranità un ostacolo. Se la democrazia è un metodo, allora deve saper vincere senza smettere di somigliare a se stessa.

Giuseppe Lopergolo
UniBo 
 
 
24 ottobre 1945. Entra in vigore la Carta delle Nazioni Unite, il trattato istitutivo dell’ONU nato per promuovere la pace e la sicurezza internazionale e che afferma il divieto dell’uso della forza. 
L’articolo 2, paragrafo 4 recita che gli Stati membri devono astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di altri Stati, o in qualsiasi modo incompatibile con gli scopi dell’Organizzazione.
3 gennaio 2026. Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump annuncia la cattura di Nicolás Maduro, leader venezuelano, e di sua moglie, dopo un’operazione militare condotta in Venezuela. Trump afferma che entrambi sono stati catturati e portati fuori dal Paese per affrontare accuse penali negli Stati Uniti legate al narcotraffico e al terrorismo internazionale. 
Trump è forte del suo essere: le Nazioni allineate agli Stati Uniti d’America sono subordinate a Donald Trump, l’uomo: non al Paese.
Nel corso della conferenza stampa, Trump descrive l’azione come un successo, sottolineando che gli Stati Uniti “non sono in guerra con il Venezuela” e che il paese sarà gestito temporaneamente fino a una transizione sicura e adeguata. 
Tuttavia, l’invasione degli USA non inizia il 3 gennaio 2026: negli ultimi mesi Washington ha intensificato operazioni militari e navali, compresi attacchi contro imbarcazioni che riteneva coinvolte nel narcotraffico e sequestri di petroliere nel Mar dei Caraibi, in un contesto di crescente pressione su Caracas. 
Io sostengo che Maduro non sia la figura in grado di risollevare il Venezuela, ma che Trump sia la persona sbagliata per guidare la nazione verso una transizione, perché non è quello il suo obiettivo. L’azione è stata alimentata dal desiderio di riottenere il controllo del petrolio venezuelano (oltre 300 miliardi di barili di petrolio grezzo), nazionalizzato da Hugo Chávez nel 1999, più che da reali obiettivi umanitari o di sicurezza.
L’operazione è una mossa geopolitica degli Stati Uniti per contrastare l’influenza di potenze globali come Russia e Cina, entrambe presenti nel panorama energetico venezuelano, e per ridefinire gli equilibri geopolitici in America del Sud. Infatti Trump, nella sua strategia di sicurezza nazionale, aveva dichiarato che gli USA avrebbero impedito ai rivali di posizionare forze o controllare asset strategici nell’emisfero occidentale.
 
Mauro Mancini
Economia & Management alla LUISS
 
 
Che non mi vengano a dire che la deposizione di Nicolás Maduro sia un atto legittimo, sorretto da solide fondamenta giuridiche. Non scherziamo. Non ho alcuna intenzione di accodarmi ai compagni della CGIL e al loro stantio lamentificio nazionale, sempre pronti a scambiare un satrapo per un paladino delle libertà. Quando cade un dittatore che ha ridotto il proprio paese alla fame — e i dati su inflazione e approvvigionamenti alimentari in Venezuela sono lì a testimoniarlo — non si può che tirare un sospiro di sollievo. È giusto che i venezuelani lacerino gli stendardi del regime e si aggrappino al volto di chiunque prometta loro un domani meno cupo.
Il punto, però, è un altro. Ragionare secondo la causalità del male necessario è quanto di più sconveniente e sconclusionato ci sia, soprattutto quando a giustificarla è Washington, che ha appena rispolverato la polverosa Dottrina Monroe del 1823 per legittimare l’intervento del 3 gennaio. 
Non siamo davanti a una semplice scelta politica, ma a un cortocircuito giuridico capace di mandare in crisi qualsiasi impianto serio di diritto internazionale.
Il diritto internazionale, nato per ordinare i rapporti tra potenze, non dovrebbe trasformarsi in una macchina mal oliata che si aziona solo a comando della Casa Bianca. Come hanno sottolineato diversi osservatori — dalle analisi di Valigia Blu a quelle del giurista Fabio Marcelli — il prelevamento forzato di un capo di Stato, per quanto impresentabile, configura un sequestro di persona che scavalca i protocolli delle Nazioni Unite e viola apertamente la sovranità statale. Se la forza diventa l’unica fonte del diritto, l’ordine globale si riduce a un Far West regolato dai calibri delle armi.
A preoccuparci dovrebbe essere il dopo. Nel tentativo di riaffermare l’egemonia emisferica americana, Donald Trump ha riattivato dinamiche che credevamo sopite: il rafforzamento dei blocchi alternativi, la saldatura dei BRICS, l’uso del “precedente Maduro” per blindare interessi strategici ben oltre Caracas. È la hybris geopolitica al potere. Forse il Venezuela è stato finalmente liberato; ma se il prezzo è l’erosione definitiva di un ordine già fragile, allora il bilancio è tutt’altro che rassicurante. 
Davide Castelli, Università degli studi di Milano.
L’intervento degli Stati Uniti guidati da Trump contro il governo di Nicolás Maduro in Venezuela è stato presentato, apparentemente, come un’azione necessaria per liberare il popolo venezuelano da un regime autoritario. È certamente vero che il Paese viveva una crisi profonda, segnata da povertà, repressione politica e collasso economico. È vero anche però che l’indebolimento del potere chavista ha sembrato aprire uno spiraglio di cambiamento, tanto che una parte della popolazione ha percepito l’azione americana come una possibile liberazione. La realtà è un'altra. La successiva presa di potere della vicepresidente Rodríguez dimostra quanto quel cambiamento sia stato fragile e temporaneo. Non è chiaro per cui, se da questo punto di vista l’azione trumpiana avrà un risvolto positivo che tende ad una condizione democratica o se il Venezuela si ergerà a stato fantoccio, vassallo degli Stati Uniti.
Al di là degli effetti immediati, però, ciò che rende l’intervento di Trump profondamente discutibile è la sua palese violazione del diritto internazionale e i suoi effetti nella scacchiera internazionale. Nessuno Stato può arrogarsi il diritto di intervenire negli affari interni di un altro Paese sovrano. Un simile atteggiamento richiamante la Dottrina Monroe, secondo cui l’America Latina rientrerebbe nella sfera di influenza esclusiva degli Stati Uniti, apre infatti un altro scenario. Accettare un’azione di questo tipo significherebbe legittimare la legge del più forte, aprendo la strada a un sistema internazionale fondato su due pesi e due misure, in cui le grandi potenze decidono chi può governare e chi no.Un precedente che non gioverebbe all'Ucraina e che potrebbe essere strumentalizzato da Putin per giustificare la sua guerra di aggressione accusando l’Occidente di ipocrisia.
La legittimità di un intervento simile non può quindi essere riconosciuta. Anche quando produce risultati apparentemente positivi, resta un precedente pericoloso, una sorta di effetto farfalla che mina le basi del diritto internazionale e dell’equilibrio globale. Condannare legittimamente Maduro non significa giustificare l’ingerenza statunitense. Al contrario, un’azione che viola le regole comuni deve essere condannata senza ambiguità, perché altrimenti la forza prevarrà sempre sul diritto.

Emilia Marcotulli
Master in Comunicazione e Marketing Politico ed Istituzionale alla Luiss
 
 
Trump o non Trump, l’America rimane sempre la stessa. Trump è diretto nella comunicazione, a volte rude, spesso grottesco, ma quasi sempre onesto. Quest’ultima caratteristica è ciò che lo etichetta come il “cattivone”, quando la realtà dei fatti è sempre la stessa: gli Americani fanno gli Americani. Lo fanno almeno da un secolo, e c’è chi ancora si stupisce di fronte alle violazioni del diritto internazionale, come se non fosse esso stesso un costrutto essenzialmente Americano, puntualmente utilizzato e ignorato a seconda delle necessità geopolitiche dell’Impero.
Cos’è meglio per il Venezuela? Nel mondo ideale (quello del diritto internazionale) lo dovrebbero decidere i Venezuelani, e magari noi occidentali la smetteremmo con il nostro fastidioso paternalismo (sia da destra che da sinistra) intriso di senso di superiorità, con il nostro “so io cosa è meglio per te”, tipico di una visione del mondo miope e limitata. Nel mondo reale non è così. Nel mondo reale Maduro è stato un dittatore feroce e sanguinario, e il Venezuela è un paese con un opinione pubblica spaccata, con l’opposizione democratica che si trova, leader compresa, in larga parte fuori dal paese, non in grado perciò di prendere il potere e rovesciare i relitti di una dittatura che affama il paese e reprime il dissenso.
È chiaro che nessuno sano di mente rimpiangerebbe mai un Maduro, come un qualsiasi altro totalitarismo; ma è anche chiaro che chiunque sano di mente si dovrebbe auspicare quantomeno l’autodeterminazione dei popoli, il rispetto del diritto internazionale, l’universalismo disincantato, e via dicendo. Un esercizio che raccomanderei a noi Europei, immersi nel caos geopolitico che fatichiamo a comprendere, è il seguente: tenere un occhio fisso sul reale e uno sull’ideale, per non cadere nei rispettivi rischi di giustificazionismo e di ingenuità, per non perdere fiducia nell’umanità, ma nemmeno covarne troppa.

Giovanni De Carli
Storia all’università di Padova


Ci troviamo di fronte a dei fatti che difficilmente possono ridursi al giudizio di condanna o di elogio. Cadere senza argomentazioni in uno dei due significherebbe inevitabilmente alimentare quel dibattito sterile e ideologicamente polarizzato a cui purtroppo non siamo nuovi nel nostro paese. Ma come si può esprimere un giudizio senza imbracciare le armi di uno dei due schieramenti? Un buon punto di partenza è sicuramente l’essere dotati di un po’ di pensiero critico; poi bisognerebbe conoscere i fatti, possibilmente a partire da una certa varietà di fonti. Solo l’unione di questi due elementi può creare qualcosa che si avvicini al concetto di informazione. Certamente, per coloro che hanno a cuore la democrazia e credono ancora in un mondo che possa autodeterminarsi è più logico prendere le distanze da un atto simile. Questo perché è indiscutibile che compiere un assalto notturno ad un altro stato con tanto di intelligence, forze speciali, elicotteri e bombe col fine di sequestrarne il presidente, il tutto all’oscuro del resto del mondo, sia di per sé un gesto poco legittimo. Poi però entrano in gioco altri fattori, come il fatto che quel presidente è in realtà un dittatore che in quasi 13 anni di governo ha causato ogni tipo di crisi possibile, da quella economica a quella umanitaria; oppure il fatto che gli stessi venezuelani sembrano per lo più aver accolto con gioia la sua caduta, piuttosto che preoccuparsi dall’arbitrarietà dell’intervento. Infine ci si ricorda anche che il responsabile dell’assalto è Donald Trump, e non occorre essere un esperto di geopolitica per sapere che gli Stai Uniti tendono ad agire con una buona dose di secondi fini. Lo dimostra lo stesso Trump, che giustifica l’attacco con la volontà di porre fine ai traffici di droga che coinvolgono il Venezuela, ma che il giorno dopo non resiste e comincia subito a sproloquiare sul destino del suo petrolio. Quindi, nel difficile districarsi tra chi è più “cattivo” dell’altro, chi è dotato di onestà intellettuale percepirà una certa indisposizione allo schieramento categorico. L’unica alternativa resta a questo punto il dialogo, di quello civile e ponderato, fatto di ascolto e confronto, cioè di quegli elementi fondanti su cui una democrazia può dirsi tale e una civiltà continuare a riconoscersi come progredita.

Giovanni Spagnoli
 
 
L’intervento in Venezuela di Trump contro Maduro è da condannare, ma con le dovute considerazioni.
Il prelevamento dell’ex presidente del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America e il suo arresto liberano lo stato sudamericano dall’ingombrante presenza di un dittatore che per anni ha utilizzato l’esercito come strumento di dominio sulla popolazione e di repressione delle opposizioni: è stata l’industria petrolifera gestita in modo inefficiente ed estrattivo il motore che ha permesso a Maduro e all’élite alle sue spalle di arricchirsi, di ingraziarsi i militari e di rendere i cittadini sufficientemente poveri da non avere potere, ma sufficientemente ricchi da non rivoltarsi in massa per la disperazione (fallendo parzialmente).
L’intervento militare degli Stati Uniti d’America ha perciò trovato legittimazione sia perché l’obiettivo è stato un dittatore (similmente alla legittimazione del mondo occidentale ottenuta con l’invasione dell’Iraq del 2003) sia per la presenza di una forte opposizione locale, che può vantare un Premio Nobel, disposta comprensibilmente a tutto pur di liberarsi dall’oppressione, anche a cedere una parte della propria libertà per vederne preservata la restante.
Trump, perfettamente consapevole di questo, ha perciò trovato il paese perfetto in cui “esportare la democrazia”, così da arricchire le tasche degli oligarchi che lo supportano e che investono nel greggio, fingere di arricchire il cittadino statunitense, rafforzare la posizione degli USA in Sudamerica per un possibile accordo con la Colombia e rinsaldare il consenso interno: il governo venezuelano sembra aver compreso che l’unico modo per evitare di essere rovesciato sia quello di accontentare “il nemico” e si sta dimostrato disposto ad accettare le condizioni di sfruttamento delle risorse petrolifere.
Il controllo del petrolio venezuelano si configura quindi come una delle tante politiche intraprese dal presidente degli Stati Uniti per controllare in pieno stile “Dottrina Monroe” il Sudamerica, ma anche per sottrarre un mercato appetibile a Russia e Cina, e rendere l’Europa sempre più dipendente dai combustibili fossili americani.

Francesco Grossi
Medicina e Chirurgia
 
 
L'intervento delle forze speciali USA in Venezuela del 3 gennaio che ha portato alla cattura di Nicolas Maduro ha avuto echi in tutto il mondo e ha scatenato dibattiti sulla sua dubbia legittimità, ma i luoghi dove è risuonato più forte sono le stanze del Cremlino, della sede centrale del PCC a Pechino e quelle, già sotto assedio dei manifestanti, del governo iraniano. Mentre l'occidente si divide tra sostenitori di una nuova politica di potenza americana sotto la guida di Trump e coloro che condannano la chiara violazione del diritto internazionale che questo raid ha rappresentato, lo scacchiere internazionale cambia radicalmente. La Cina perde il suo appoggio principale in America Latina e il suo output di petrolio da quasi un milione di barili al giorno che veniva destinato per i ¾ circa verso i porti cinesi, oltre ad aver subito uno smacco importante dato dal fatto che poche ore prima della sua cattura, Maduro avesse incontrato proprio una delegazione ufficiale cinese. La Russia d’altro canto continua a vedere la sua sfera di influenza erodersi progressivamente: dopo la perdita l’anno scorso di Assad che garantiva in Siria la presenza di basi russe fondamentali non solo per il Medio Oriente ma come trampolino di lancio per sostenere le attività in Africa, ora Putin vede rompersi la triade del petrolio tra Russia, Iran e Venezuela riassunta perfettamente dalla vicenda della petroliera Bella1. Partita dall’Iran alla volta del Venezuela e fuggita poi attraverso l’atlantico come Bella1, la petroliera si rinomina Marinera ed issa la bandiera russa dipingendola addirittura sullo scafo in cerca di una qualche protezione, con tanto di annuncio da parte del Cremlino di una task-force della marina russa per scortarla. Una fragile illusione di potenza russa che si spezza quando le forze speciali USA si impadroniscono della nave il 7 gennaio. Mentre tutto questo avviene in alto mare, in Venezuela la vice di Maduro giura come presidente ad interim e, sotto la minaccia neanche tanto velata degli USA, rilascia dissidenti politici e giornalisti, riduce le violenze da parte delle forze dell’ordine verso i civili e ovviamente sigla un patto con gli USA per l’esclusività del commercio del petrolio accettando quindi il controllo pressoché totale della Casa Bianca sulle modalità, quantità e soprattutto sui destinatari. La cattura di Maduro, al di là di sostegni o condanne, certifica definitivamente l’inizio di una nuova fase della geopolitica mondiale in cui il diritto internazionale rimane solo come cornice facoltativa per giustificare le proprie azioni: ciò che gli USA hanno fatto per tutelare i propri interessi e svantaggiare gli avversari a Maduro in Venezuela è assolutamente speculare a ciò che la Russia ha tentato (fallendo) con Zelensky in Ucraina. La differenza fondamentale, a parità di obiettivi, la si trova nei benefici incidentali dati dai propri interessi: le dittature, come la Russia sta ampiamente dimostrando in Ucraina e come la Cina dichiara apertamente di voler fare a Taiwan, agiscono attraverso guerre brutali per prendere direttamente sotto il proprio controllo il territorio d’interesse e privare la popolazione della libertà che fino ad allora aveva conosciuto, alleandosi con coloro che fanno lo stesso in tutto il mondo. Gli USA invece nel rimuovere un dittatore a loro ostile hanno ridato una possibilità di libertà ad un popolo che viveva in condizioni insostenibili da anni nonostante l’enorme ricchezza del proprio territorio e del fatto che ci fossero secondi fini, ai venezuelani che da giorni festeggiano in giro per il mondo e a quelli in patria che per la prima volta in oltre 10 anni vedono una speranza di libertà, non interessa minimamente.

Pietro Balzano
Scienze Internazionali