La situa - dibattiti universitari
A proposito di cosa deve temere l'Italia
Abbiamo chiesto agli studenti universitari di esercitarsi sul tema delle minacce per l'Italia
Abbiamo chiesto agli studenti universitari di esercitarsi sul tema delle minacce per l'Italia. Scrivete anche voi, in duemila battute, a situa@ilfoglio.it. I migliori testi degli studenti universitari saranno pubblicati (qui trovate tutti gli articoli degli studenti pubblicati in questi mesi). Se non sei ancora iscritto a La Situa puoi farlo qui, ci vuole un minuto, è gratis.
Le principali minacce per l’Italia a prima vista sembrano molte: demografia, produttività, debito pubblico, instabilità geopolitica. Ma ce n’è una che le attraversa tutte, una sorta di linea d’ombra che decide quanto il Paese potrà crescere, competere, persino restare rilevante. È l’energia: non per la sua scarsità, ma per la vulnerabilità delle infrastrutture che la sostengono. L’Italia affronta la transizione verde in una posizione paradossale. Abbiamo il sole più generoso d’Europa ma non le reti per portarlo dove serve. Abbiamo investitori pronti a scommettere sulle rinnovabili, ma non i percorsi autorizzativi capaci di accompagnarli. Abbiamo un’industria che avrebbe bisogno di elettricità stabile e abbondante, e una rete elettrica che fatica già oggi a sostenere picchi estivi e inverni incerti. La transizione è un problema di modernizzazione, e quindi di potere economico. In un mondo che accelera (gli Stati Uniti trasformano l’energia in politica industriale e la Cina domina le filiere delle batterie) l’Italia procede con la velocità dei suoi cantieri: lenta, intermittente, a volte ferma. Nel dibattito pubblico ogni tecnologia è trattata come un referendum eterno: il nucleare rimane un’ipotesi, le batterie una dipendenza estera, l’acqua un’emergenza di cui ci ricordiamo solo quando manca. Nel frattempo, gli altri Paesi costruiscono, sperimentano, investono. Noi rimandiamo. Il risultato è una fragilità che non si vede finché non si manifesta: prezzi energetici più alti, imprese che delocalizzano, territori che diventano più vulnerabili ai cambiamenti climatici. L’energia è la lente attraverso cui si leggono le altre minacce: senza infrastrutture adeguate, anche la migliore politica industriale è inefficace; senza accumuli e reti moderne, la crescita non è possibile. A essere in crisi non è il sistema energetico in sé, ma la capacità del Paese di aggiornarsi alla stessa velocità del mondo.
Giovanni Palazzari
Economia e Gestione Aziendale presso l’Università Europea di Roma
“Quanti problemi irrisolti, ma un cuore grande così”.
In questo modo il genio ironico degli Elio e le Storie Tese prendeva in giro l’Italia (la famosa “Terra dei cachi”) e l’atteggiamento facilone degli italiani, campioni nel giustificare i problemi con la vuota retorica del “noi siamo fatti così ma abbiamo tanto cuore”. Scorciatoia molto comoda per fuggire da tutte le storture che rovinano il nostro Paese.
Quali storture? Potrei parlare di un’Italia con una spesa pubblica fuori controllo e mal gestita, e che perciò mantiene una delle pressioni fiscali più alte dei paesi dell’OCSE.
Oppure potrei affrontare il tema di un sistema pensionistico non più sostenibile che pesa sempre maggiormente sui giovani e su chi produce, un Paese dove il reddito medio di un pensionato è più alto di quello di un lavoratore.
Il nostro è uno Stato che vede una sanità pubblica al collasso, una burocrazia castrante e un sistema scolastico vetusto, scoraggiante e troppo scollegato alle esigenze dei tempi odierni. Non è un caso che, secondo l’ultimo rapporto OCSE, il 37% degli adulti italiani sia un analfabeta funzionale e non riesca a comprendere un testo come questo. Abbiamo una delle percentuali di laureati più basse tra i paesi più sviluppati, la crescita economica è ormai un lontano miraggio e assistiamo ad una sempre maggiore percentuale di astensionismo.
Ecco quindi qual è la più grande minaccia per l’Italia: la rassegnata accettazione del lento declino che colpisce il Paese. Abbiamo deciso di staccare la spina ad un corpo sì malato ma non ancora morto, interiorizzando come inevitabile qualcosa che inevitabile non è.
Si può e si deve fare qualcosa per cambiare rotta, ma ci vuole il coraggio e la consapevolezza che alcune misure non saranno popolari ma semplicemente necessarie.
L’unico modo per fermare il declino è svegliarsi dal torpore a cui siamo stati condannati, serve una reale presa di coscienza di parte della popolazione, in particolare quella più giovane, che possa guidare il paese verso un nuovo rinascimento. Una fetta di nazione che smetta di chiamare “cuore” ciò che non è altro che rassegnazione.
Alessandro Bignami
Università di Trento
L’inverno demografico, l’assenza di una difesa europea, il pressappochismo.
No. Un no grande, moltiplicato per tre. Forse qualcosa di più popolare e autentico? Le bollette che aumentano? Ancora no.
Parliamoci chiaro: per noi lettori del Foglio, anche solo immaginare che le nostre priorità possano coincidere con quelle del “sentir comune” provoca un’irritazione cutanea immediata. Noi, fini manipolatori di sfumature, prediligiamo l’anomalia.
Quante volte, in una conversazione, abbiamo pronunciato la formula rituale: “Capisco il punto, ma il tema è un altro…”? E naturalmente il tema è sempre qualcosa che soltanto noi abbiamo colto.
Per noi – che parliamo lentamente, come se avessimo tempo e ragione; che teniamo la voce un tono sotto la media (più dichiarazione di superiorità acustica che esigenza di quiete) – anche stavolta il tema è altrove. La principale minaccia per l’Italia, oggi, è la scomparsa della fantasia.
Tutto appare piatto, imitato, derivativo. I leader politici sembrano caricature di omologhi internazionali. E come se non bastasse, arriva pure Mamdani a fare da nuovo faro del progressismo nazionale.
Sinistra italiana, possiamo perdonarti molto: l’abbandono delle istanze sociali, la sottovalutazione del tema migratorio. Ma l’incapacità di usare la fantasia, quella no. Il vero dramma è che ci si veste tutti di nero, e non per nostalgia neo-fascista, ma per stanchezza creativa.
Il grande problema dell’Italia è che non si trova un format originale nemmeno rovistando tra i canali generalisti, né un cantante emergente che non sia la copia sbiadita del vincitore del talent dell’anno precedente. Le idee sovversive, rivoluzionarie, semplicemente non esistono più. È tutto così prevedibile. Anche le storie Instagram hanno lo stesso identico suono, colore, ritmo. Sembriamo condannati – come in un girone dantesco dell’omologazione – a ricopiare all’infinito intuizioni altrui. Sinner vince? Tutti a giocare a tennis. Eppure noi, lettori del Foglio, continuiamo imperterriti il nostro cammino; parlando gravemente delle sciocchezze e con leggerezza delle cose serie.
Bernardo Bocci
“Governo, amministrazione e politica” alla Luiss
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