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Il falso più reale

La più pura verità su noi stessi la scopriamo e diciamo solo parlando di un altro

10 Ottobre 2018 alle 06:01

Il falso più reale

Foto Pixabay

Le si scanna, nessuno le vede fin che marciscono. Ci sono deserti dove le ragazze vengono stuprate e gettate nella sabbia fino alla prossima. Oddio, le si vede spesso, non subito, ma, diciamo, le si vede morte e non le si sente, nemmeno come si chiamano, le altre stanno all’Isis, urlano ma poi zitte. Vivono loro, muoiono, io no, io non so. A lungo ho pensato che ci faccio qui, a lungo ho pensato perché vivo, a lungo ho pensato chi sono, a lungo ho pensato d’essere morto, a lungo sono morto e nemmeno l’ho pensato, a lungo ho pensato molto a lungo, a lungo piangevo senza riuscirci, a lungo sbadigliavo, a lungo ero quello che mi dava tanta forza, a lungo eroticamente privo di me e di lui, lui era privo di entrambi, lui era peggiore di me e di sé, io ero peggiore anche di lui quando mi fingevo migliore anche dell’altro, un altro senza me e te, immagine di una tristezza, le cose a lungo diventano lunghissime e neppure lo saprei, difficile saperlo, implica una cognizione che nessuno vivrebbe tanto, al punto di soccombere a un altro punto assai più feroce e determinato da una sensazione totalmente viva della propria. Niente può dirci quel che ci siamo detti in un momento che mai ci diremo, essendo quel momento il momento, lì niente possiamo dirci dal momento che tutto non si è detto, la qual cosa stimola un certo teatro che potremmo anche sviluppare al massimo, se non ci fosse la vista di un occhio alle tue spalle. E nient’altro è di una simile sicurezza tesa a calcolare la vita quando si spezza. Sono stordito ma anche rapito da sentimenti più osceni di quelli che potrebbero darci una feconda resurrezione, in un luogo in cui si potrebbe giurare su se stessi ambendo a una prova altera su cui azzardare un trasferimento biblico che tu hai potuto nascere e incontrare in una terra dichiaratamente, esplicitamente, inopportuna, al di fuori di chi potrà farle il verso. Oserei percepire che là dove si scende, si può sentire quel passo, di cui si dovrebbe sentire nella sola speranza di un gesto che non sia quello, non quello no, lui no! Quello dovrebbe sottostare a guardare, a guardarci nella legge che ci sprofonda, non abbiamo ancora rapito quel genio che dovrebbe dircelo? Ditecelo, fatecelo intendere in ogni modo, rompetemi la testa del nulla con quel sapiente aguzzino che chiama il vostro viso a riunione, e tirate; stringete quella gonna che ora mando in comunione, poi mandatemela voi a voi stessi e sarà quella giusta”.

 

Parla, parla tanto e bene il mio paziente, colui che non finisce mai di parlare, grazie al cielo, il cielo che tanto amo, quello che piove. E’ un uomo molto interessante e particolare, naturalmente non posso parlarne troppo, di lui. Senza dirne ne potenzio il vero, ovverosia il falso più reale, questo è il mio modo di parlare di lui e altri senza dirne davvero, ovvero dirne veramente, una verità che ha una sua verità, sempre tenendo presente che non c’è verità che non sia oltre. Ogni volta che si stende sul lettino mi stendo anch’io, da qualche parte di me. Non è come un altro, e tantomeno come lui, è di più, un invito a essere qualcosa che anch’io vorrei, un essere particolare, lui, quello che ora mi sta parlando; e sebbene stia dicendo cose che dovrei sapere, le so, e meglio di lui, nel senso che sono uno che per esistere in un luogo a dir poco celeste deve fare lo scemo, lo psicoanalista. Lui è un uomo di cinquant’anni, è dichiaratamente l’altro di cui parla e cerco spudoratamente di ucciderlo, nel senso migliore, naturalmente, il nonsenso. Naturalmente non dovrebbe prendere sul serio quel che dico ma anche sì, nel senso che non so, questo è il problema se sapessi… chiaro? E’ un gioco, naturalmente, ma essendo uno psic devo fare qualcosa, guarirlo da me, e, visto che non corre… Insomma, quest’uomo mi è caro e vorrei tanto che me lo fosse ancora di più ma anche no, lo vorrei fuori di sé, vorrei che le sue mani all’improvviso diventassero quelle belle creature che sta schiacciando in mano. Parla sempre senza mai smettere e questo è il suo merito ma anche la sua sconfitta, e allora con violenza gli chiedo: “Chi sei?”. E quello tace e si chiede: “Chi sono?”. E io di rimando: “Non so chi sei”. E lui contento: “Nemmeno io so chi sono, e nemmeno tu, siamo uguali, Maestro”. “Certo che siamo uguali”, gli dico, “solo che siamo maledettamente diversi”. “E allora?”. “Allora tutti eravamo un’altra cosa, ma anche ora, se è per questo, siamo altro”. L’uomo sorride, guarda quel che anch’io guardo quel che sempre guardo: la finestra sul cortile. Che sempre mi guarda, a occhi chiusi.

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