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Invito al viaggio

Attendere chi non arriva è come partire per arrivare ovunque ci si possa perdere

19 Settembre 2018 alle 06:24

Invito al viaggio

Foto Pixabay

Ella, la Lei, ritarda all’appuntamento. Attendo, nella gioia ch’ella non venga e difatti, nel migliore dei fatti, ella non viene, ossia sì, viene nel non venire che la porta da me. Dopo mezz’ora Paola, la mia segretaria tuttofare, chiede se deve telefonare alla ragazza; le proibisco di farlo. Mi chiede se gradisco un tè, la fulmino. Chiude la porta e mi stendo sulla chaise. Dopo un paio di minuti che ho guardato la finestra in silenzio, quel silenzio sempre colmo di un’attesa senza nulla, sento la voce della giovane donna stendersi sul mio divano, dietro di me. Non mi volto, sto fermo sulla chaise. “Come sta professore? Vede che sono venuta da lei, per lei? Doveva essere più amorevole con me, che sciocco sdraiarsi sul mio lettino, sul suo. Doveva attendere, sarei arrivata, più amabile che mai sarei qui, le avrei sorriso e come sempre mi sarei girata un po’ di qui e un po’ di là, e se non mi giravo verso di lei era perché pensavo che lei mi avrebbe stesa sulla chaise, e ridevo, e lei serio. Cos’è accaduto? Perché io sono arrivata senza dirglielo, quando tutto pareva perduto? Posso prendere ora il mio posto e lei il mio, posso sdraiarmi come sempre? Posso sedermi come è naturale? O pensa che ora, io alle sue spalle, sia necessaria?”.“Non ora, signorina. Non è il momento. Stia dove è seduta, al mio posto. Parli tranquillamente”. “Uffa professore, mi sto tirando su la gonna, non è la prima volta che lo faccio. Mi muovo spesso, a volte rido, a volte m’innervosisco, a volte piango, il resto non glielo dico. Perché la visita di questa sera, proprio quando non sono venuta? Eccomi”. “Lei sta venendo mia cara, lei sta piangendo”. “Be’, non è male. Guardi come ballo”. Balla per la sala, mi guarda e sorride, lentamente dapprima, vertiginosa poi sparisce nel buio. Mi risveglio dal mio sonno notturno, sono le quattro della notte, mi ero addormentato. Povera ragazza, come altre volte starà meditando alla sua finestra di casa, o alla mia, o accanto all’albero o al fiume. Piove. “Qui e là s’innalzano i grattacieli. Sono proprio lì. Reali e tangibili, o sto semplicemente guardando un film?”. Sto leggendo “Da qui a lì”, profonde riflessioni di Silvio Perrella che ora, da dove parla, parla anche a me, e alla bella signora che è svanita nel nulla, ma che so quanto soffre ed è ferma davanti al cancello, e si aggira tra gli alberi. Anche lei immagino stia leggendo Silvio, dove si scrive: “La città sa aspettare; sei tu che devi pian piano eliminare tutte le immagini già viste e attivare uno sguardo che tocchi ciò che sta lì fuori. Mi preparo a una giornata di passi e di sguardi”. Anch’io aspetto la pioggia, quella leggera e quella pesante, quella fine del mondo che resta e accade “Comincia una strada di legno… una foresta d’acciaio la sorregge… Sento che tutto vibra intorno a me”. La splendida donna che piange ancora attorno a me, o a Silvio, è lui che lei ama? Certo, dice: “E’ come se fossi arrivata solo adesso”. Dov’è la giovane signora che lo scrittore ha testé portato lontano, sul ponte di Brooklyn? “C’è acqua, baluginii, un altro ponte alla mia sinistra”. Beato tu Silvio, “da qui a lì quanto è bello tremare”. “Se non tremassi più indietro? Se sparissi del tutto”. “Ogni volta che affronto un nuovo viaggio è proprio un sentimento della perdita la mia guida. Mi chiedo se il luogo che ho raggiunto sia quello adatto per perdersi. Questo lo è, senza dubbio”. Questo sì, amico, questo sempre. E la ragazza decide di suonare il campanello, chiedere di me, se posso, se possiamo riceverla, per tre soli minuti. Tre soli minuti, figurarsi, lei naturalmente non verrà, quindi sarà lì nel migliore dei modi, ovverosia di quelle mancanze che sono superbe: attenderla è quanto di meglio, disapprovarla agli occhi della saggia Paola che dorme nelle proprie, sue, stanze, è sublime.

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