Kim Jong-un (foto LaPresse)

Missili balistici contro i cinguettii di Trump. Ma che bravi!

Giulia Pompili

In Asia i tweet del presidente eletto hanno un effetto irritante. Pyongyang prepara il test, la Cina è nervosissima

Secondo l’intelligence di Seul, la Corea del nord sarebbe pronta a testare un missile balistico intercontinentale (sui media lo vedete spesso chiamato Icbm, che sta per Intercontinental ballistic missile, viaggia per almeno 13 mila chilometri). Un portavoce del ministero degli Esteri di Pyongyang, intervistato dalla tv di stato nordcoreana, ha detto domenica scorsa che tutto è pronto, e manca solo l’autorizzazione del leader Kim Jong-un. Inoltre, sarebbe completa anche la miniaturizzazione delle testate nucleare, ovvero quella tecnologia che permette di istallare un ordigno atomico su un missile. Ma lo aveva già spiegato il giovane leader durante il tradizionale discorso di Capodanno. A quel discorso aveva risposto il presidente eletto americano, Donald Trump, dopo un meeting con l’intelligence alla Trump Tower. Lo aveva fatto, manco a dirlo, con un tweet: “Non succederà mai!” che un missile nordcoreano tocchi suolo americano. In realtà, le capacità missilistiche di Pyongyang sono lo spauracchio dei servizi segreti internazionali. Nessuno sa esattamente cosa succeda su suolo nordcoreano, quali siano gli sviluppi e le capacità tecnologiche. Quel che è certo è che la macchina della propaganda (deterrenza?) è a pieno ritmo: il segretario alla Difesa Ashton Carter ha detto alla Nbc che l’America è pronta ad abbattere qualunque missile nordcoreano che minacci il territorio statunitense – cosa succederebbe dopo un atto di guerra simile è difficile prevederlo. Nel frattempo, è stata data molta pubblicità alle esercitazioni tra Corea del sud e forze speciali americane che si svolgeranno quest’anno – mille, duemila unità che saranno in grado di “eliminare la catena di comando di Pyongyang, compreso il leader Kim Jong-un, paralizzando le sue funzioni”. L’altro ieri la Yonhap ha intervistato Thae Yong-ho, ex viceambasciatore nordcoreano a Londra che ha disertato pochi mesi fa, che ha posto l’attenzione sulle transizioni politiche in atto in America e in Corea del sud e ha detto: “Se Pyongyang testerà o no un Icbm quest’anno dipenderà dalla risposta che Seul e Washington daranno al problema”. Che cosa vuol dire? Niente. Ma intervistare un ex diplomatico disertore serve a dire alla Corea del nord: sappiamo un sacco di cose, anche quando non si sa nulla.

 

Il peso di un tweet

Come s’è detto, per commentare il discorso di Capodanno di Kim Jong-un, il presidente eletto Donald Trump ha usato Twitter. Ha scritto: “La Corea del nord ha appena dichiarato che è nella fase finale di sviluppo di un'arma nucleare in grado di raggiungere alcune zone degli Stati Uniti. Non succederà!”. E poi, mezz’ora dopo: “La Cina si è presa enormi quantità di denaro & ricchezza dagli Stati Uniti in un mercato totalmente unilaterale, ma non ci aiuta con la Corea del nord. Brava!”. Centoquaranta caratteri per gestire la crisi nordcoreana sono forse troppo pochi, così come anche la minimizzazione di certi complicati equilibri che tengono in piedi la penisola (la Cina è universalmente riconosciuta come parte del problema, ma non l’unico problema, soprattutto dopo alcuni tiepidi cambi di strategia di Pechino nei confronti di Pyongyang). Secondo James Acton il test missilistico verso gli Stati Uniti è la “red line” della prossima Amministrazione Trump, ma il problema è che la dinastia dei Kim ha più volte superato le red lines dei presidenti, senza avere conseguenze che non fossero altre sanzioni economiche. E poi, un tweet può essere una red line? Il governo di Seul la scorsa settimana ha destinato un funzionario del ministero degli Esteri soltanto al monitoraggio dell’account Twitter di Trump, dopo aver scoperto la posizione della prossima Amministrazione sulla Corea da un  social network. Ma il duplice cinguettio sulla situazione asiatica ha avuto conseguenze pure a Pechino – già oggetto di svariati commenti da parte di Trump. Il 4 gennaio scorso Xinhua, l’agenzia di stato cinese, ha pubblicato un editoriale dal titolo “L’ossessione per la ‘politica estera via Twitter’ è sgradita”. In pratica, Xi Jinping sembrerebbe pronto a domandare a Trump, in procinto di insediarsi alla Casa Bianca, di tornare alla diplomazia tradizionale: “Chiunque abbia buon senso riconoscerebbe che la politica estera non è un gioco per bambini, e ancor meno un accordo commerciale”. Secondo Chris Buckley del New York Times è anche un problema di sarcasmo: in Cina – ma in Asia in generale – espressioni colloquiali e sarcastiche come “Bravo!” per commentare una frase sfavorevole sono difficilmente comprensibili.

 

Società segretissime a Tokyo

Il giorno dopo la storica visita del premier giapponese Shinzo Abe a Pearl Harbor, il 27 dicembre scorso, Tomomi Inada, la lady di ferro ministro della Difesa di Tokyo visitava il santuario Yasukuni – il controverso santuario scintoista dove sono ricordate le anime dei caduti durante le guerre giapponesi, compresi dieci criminali di guerra. Ogni visita da parte di un ufficiale di governo provoca le proteste di Cina e Corea, ma ultimamente, con Shinzo Abe al governo, lo Yasukuni sta lentamente diventando un problema minore. E’ facile notare, infatti, un cambiamento nell’attenzione mediatica alle visite delle autorità allo Yasukuni, come se non facesse più notizia. Ed è possibile, dopo settant’anni di polemiche, che l’enorme – e bellissimo – santuario di Tokyo non venga più associato al Giappone imperiale in un pregiudizio tenuto in vita dai gruppi d’interesse cinesi e coreani. Ma secondo molta stampa, la verità sarebbe da ricercare nella strategia del Nippon Kaigi. Secondo Jake Adelstein, giornalista del Daily Beast, il Nippon Kaigi (vuol dire Conferenza giapponese) è “il culto segreto che governa il Giappone” , ritratto in un lunghissimo articolo pubblicato nel luglio scorso.  Si tratta di un movimento non politico conservatore, che auspica il ritorno dei fasti del Giappone imperiale, la riforma della Costituzione e sostiene lo scintoismo come religione tradizionale nipponica. Alcuni dei membri più estremisti arrivano a negare il massacro di Nanchino, ma in genere si limitano a sostenere una rinnovata forma di patriottismo (basa dare un’occhiata al sito web www.nipponkaigi.org). Gran parte del governo di Shinzo Abe fa parte del movimento, compresa Tomomi Inada. Ma secondo i detrattori, il Nippon Kaigi sarebbe una lobby talmente influente da dirigere, da dietro le quinte, il governo giapponese. Lo scorso anno lo scrittore Tamotsu Sugano ha pubblicato il libro “Nippon Kaigi no Kenkyu” (“Uno studio sul Nippon Kaigi”), che è stato, guardacaso, un best seller in Giappone (almeno 153 mila copie vendute). Venerdì scorso il tribunale di Tokyo ha deciso di sospendere la pubblicazione del libro – non è chiaro se il ritiro pure delle copie non ancora vendute – dopo che una persona, citata nel volume, aveva fatto causa per diffamazione. Tamotsu Sugano ha detto al Japan Times che si appellerà alla libertà d’espressione, e però un dubbio viene: se il Nippon Kaigi fosse quest’ombra nera potentissima calata sul governo di Tokyo, possibile che nessuno di loro fosse mai entrato in una libreria?

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.