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UN FOGLIO INTERNAZIONALE

L'occidente spaesato: Marcel Gauchet e una civiltà che non si riconosce più

Il paradosso del crollo intellettuale europeo, la difficoltà di identificarsi in un collettivo e una rivoluzione dei diritti umani. Il filoso francese analizza il progresso e lo sviluppo del nostro mondo: "Siamo degli ex ricchi, nobili senza soldi"

Le Journal du dimanche – Con questo libro, “Comment pensent les démocraties”, lei inaugura la collana “L’Atelier du présent” della casa editrice Albin Michel. Qual è la sua ambizione? 

Marcel Gauchet – L’interdisciplinarità è purtroppo un vecchio tema ricorrente, perché il funzionamento disciplinare a compartimenti stagni continua a prevalere nelle università. L’ambizione di questa collana è quindi quella di abbattere le barriere della conoscenza, facendo dialogare pensatori che non comunicano tra loro nel mondo accademico.

 

Cosa che lei già faceva con Pierre Nora e Krzysztof Pomian nella rivista Le Débat…

"Che dire, non si può cambiare la propria natura!"

 

Lei ha interrotto la pubblicazione della rivista nel 2020, perché riteneva che non sussistessero più le condizioni per un dibattito democratico pacifico. Secondo lei, in quale èra ideologica siamo entrati?

"Siamo in un’èra di onirismo politico sotto diversi aspetti, cosa piuttosto comune nelle fasi di grandi cambiamenti sociali, economici e intellettuali. E’ l’avvento di un “nuovo mondo”, come scrivevo già nel 2017. L’occidente non si riconosce più in un mondo che esso stesso ha creato. E’ un grande paradosso: il crollo intellettuale europeo avviene proprio nel momento in cui il mondo si europeizza. Lo sconvolgimento del mondo, per la prima volta dal Sedicesimo secolo, ci costringe in ogni caso a porci la questione del nostro posto nel mondo. Un tempo l’Europa era l’epicentro della civiltà. Cosa siamo oggi nella globalizzazione? In realtà non molto. Demograficamente, l’occidente rappresenta solo un miliardo di individui sugli otto miliardi di abitanti del pianeta. L’Europa è solo una vaga periferia del mondo. Siamo degli ex ricchi, nobili senza soldi".

 

In che modo il mondo si sta europeizzando?

"Il fatto scatenante della globalizzazione è la decolonizzazione. O, per dirla in altro modo, l’esportazione europea della forma dello stato-nazione in paesi fino ad allora totalmente estranei a questo concetto. L’ideale occidentale di libertà è oggi condiviso dalla maggior parte dei paesi del mondo, anche se non tutti lo hanno messo in pratica".

 

Veniamo alla tesi del suo libro. Lei contraddice l’idea secondo cui l’ideologia sia “creata” ex nihilo. Come si forma allora?

"L’ideologia ci viene suggerita dalla nostra esperienza politica e sociale. Ci sono cose in cui possiamo credere e altre in cui non possiamo credere, cose “pensabili” e cose “credibili”. Per fare un esempio concreto, per un secolo abbiamo creduto che una rivoluzione sociale fosse possibile. Era l’utopia comunista, ovvero la concentrazione dei mezzi di produzione in una grande impresa statale. L’esperienza ci ha dimostrato che non funzionava. I grandi messianismi sono scomparsi e, nell’èra neoliberista, è la regola del mercato che “collega” (per così dire) gli individui tra loro. Ma resta una costante: l’esperienza comune influenza l’ideologia. Gli studi sull’opinione pubblica postulano che ogni individuo abbia una propria opinione; nulla di più falso. L’ideologia è un discorso che si impone perché è riuscito ad articolare un’interpretazione del passato, una visione di un futuro possibile e una gestione delle priorità del tempo presente. In fondo è qualcosa di molto composito".

 

L’ideologia sarebbe quindi consustanziale all’idea di bene comune? Non è forse un concetto che è stato perso di vista nelle società contemporanee?

"La grande novità della vita sociale e politica contemporanea risiede nella difficoltà di identificare un collettivo. Si vedono solo individui, quindi gruppi di interessi diversi. In passato il discorso politico era subordinato a un’unità collettiva, ad esempio la nazione. Oggi non è più così. Il neoliberismo è un’ideologia cieca rispetto alle proprie condizioni di esistenza, il che la rende fragile e soggetta a contestazioni".

 

E’ questa fragilità all’origine di ciò che lei definisce “depoliticizzazione”? La democrazia liberale è in crisi, o la crisi è all’interno della democrazia liberale stessa?

"Le democrazie liberali sono ormai governate dal diritto. Abbiamo vissuto una rivoluzione dei diritti umani, che è all’origine di ciò che oggi chiamiamo “individualismo”. Lo stato di diritto è diventato un feticcio delle società occidentali, al punto da competere con la democrazia stessa. Tuttavia, la depoliticizzazione non esprime un disinteresse per la politica. Il fenomeno associativo illustra molto bene questa novità: gli individui tendono a privilegiare le proprie priorità. Il riferimento al bene comune è svanito. La depoliticizzazione è il regno dell’individuo privato, che può essere paradossalmente molto impegnato a livello associativo o locale. Ma l’insieme di cause specifiche non produce una visione collettiva e coerente. La crisi delle democrazie, in fondo, è la crisi dei partiti politici, ovvero degli apparati che proponevano un progetto comune e unificante. La democrazia liberale non è tuttavia contestata, poiché le sue fondamenta sono molto solide. Stiamo vivendo una crisi della performatività democratica: la democrazia ha vinto, ma non sappiamo come farla funzionare. Da questo punto di vista, il populismo è l’espressione della rivendicazione di una sovranità popolare scollegata dai diritti individuali".

 

Cosa distingue l’ideologia dalla religione? Possono coesistere?

"Possono coesistere, ma sono ben distinte. Un tempo le religioni erano la matrice organizzativa della società. Che derivino da una rivelazione o da una tradizione, le religioni sono rivolte verso un passato di cui siamo gli eredi. A livello temporale, l’intera organizzazione del mondo derivava dalla religione. Il destino dell’umanità era sospeso a un fondamento divino, soprannaturale, ancestrale ed escatologico. Nel mondo europeo, da due secoli, si assiste al passaggio dal regno del passato al regno del futuro. L’economia e la politica assumono un ruolo preponderante nelle società occidentali, poiché entrambe sono orientate verso l’idea di un progresso universale. Le civiltà rimangono tuttavia intimamente permeate dalla religione. Il cristianesimo, in quanto matrice della civiltà europea, ha accompagnato questa metamorfosi, al punto da adattarsi ad essa rinunciando alla sua funzione sociale. La religione non organizza più la società, ma si limita a prendersi cura del destino metafisico dei suoi fedeli. In Europa, religione e ideologia coesistono pacificamente perché le loro rispettive prerogative sono ben definite. Le società musulmane non si trovano nella stessa situazione, poiché l’islam è una civiltà oltre che una religione. L’islam, in quanto ortoprassi, non ha mai distinto l’aspetto spirituale da quello temporale. Da ciò deriva lo scontro di civiltà di oggi dove la religione è la questione centrale".

 

“Il cesarismo è la forma di governo che emerge quando la politica delle idee è esaurita”, scriveva Oswald Spengler nel 1918 ne “Il tramonto dell’occidente”. Il declino dell’ideologia non rischia di provocare un ritorno dell’autoritarismo?

"Non credo, perché il fondamento sociale dell’autoritarismo non esiste nelle società occidentali – o comunque esiste solo come promessa demagogica o nostalgia di un orizzonte perduto”.

 

(Traduzione di Mauro Zanon)

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