Il Foglio internazionale

L'intervento di Houellebecq: “Dal diritto al dovere di morire”

“Una società che inizia a organizzare la morte dei suoi membri più vulnerabili cessa  di credere nel valore intrinseco della vita umana”, scrive lo scrittore francese sul Journal du dimanche assieme a Laurent Frémont ed Emmanuel Hirsch

Il divieto di uccidere non è un principio astratto. Non è un retaggio religioso né un riflesso arcaico volto a rassicurare le coscienze turbate. E’ un fatto di civiltà. Viene posto un limite all’onnipotenza sia degli individui che dello stato. Una linea minima, senza la quale tutto diventa gradualmente negoziabile: il valore di una vita, il momento della sua fine, l’opportunità della sua conclusione. Una società che inizia a organizzare la morte dei suoi membri più vulnerabili cessa gradualmente di credere nel valore intrinseco della vita umana”. Così scrive Michel Houellebecq nel Journal du dimanche assieme a Laurent Frémont, docente presso Sciences Po Paris, ed Emmanuel Hirsch,professore emerito di etica medica all’Università Paris-Saclay. “C’è qualcosa di profondamente preoccupante per una democrazia moderna in questa evoluzione. Quando una comunità politica dedica così tante energie a preoccuparsi più di organizzare la fine che di garantire le condizioni per una vita dignitosa fino alla fine, significa che la sua capacità di concepire il benessere si è indebolita, persino collassata. Ciò che inizialmente viene presentato come una possibilità diventa un’aspettativa implicita, poi una pressione pervasiva. Un simile approccio isola gli individui proprio nel momento in cui hanno più bisogno di essere circondati da altri. Crea una minaccia silenziosa, difficile da misurare, ma molto reale. Questa minaccia grava innanzitutto su vite già indebolite dalla solitudine, dal disagio psicologico, dalla disabilità, dall’età avanzata, dall’usura del corpo e talvolta dalla perdita della voglia di vivere. In una società ossessionata dall’autonomia, dalle prestazioni e dall’autocontrollo, queste vite finiscono per apparire problematiche. La loro mera persistenza diventa difficile da giustificare. La morte cessa quindi di essere un evento sopportato e diventa un’opzione socialmente accettabile, persino socialmente incoraggiata (…).


 Ciò che colpisce di più in questo momento storico è il silenzio. Il silenzio etico. Un silenzio che circonda un cambiamento radicale, come se la questione fosse già stata risolta prima ancora di essere veramente presa in considerazione. Il dibattito pubblico sembra essersi svuotato di tutte le questioni fondamentali, proprio mentre si sta prendendo una decisione che avrà un impatto duraturo sulla comprensione della vita umana da parte della società e sui limiti che essa è ancora disposta a imporsi. Questo silenzio non è neutrale. Riflette una forma di abdicazione intellettuale e morale. Come se la paura di apparire arcaici avesse sostituito il coraggio di porre dei limiti. Eppure, quando una democrazia si rifiuta di impegnarsi in un dibattito lucido su ciò che si permette di fare, indebolisce il suo stesso fondamento etico. Mentre il Senato si prepara al dibattito, vale la pena ricordare che alcuni confini, una volta oltrepassati, non vengono mai ridisegnati. Il divieto di uccidere è uno di questi. Indebolirlo significa accettare che la morte diventi un’opzione sociale. Questo potrebbe già essere un’ammissione di resa”.