Proteste alla Science Po di Parigi - foto via Getty Images

Un Foglio internazionale

"Abbasso l'occidente", ma i suoi studenti ora sono le star dei media "arabi"

Nei paesi "musulmani" i morti musulmani non sono nemmeno una cifra. Ma quando sono gli israeliani  a ucciderli, diventano martiri, scrive il giornale francese Point

"L’America è il diavolo, il diavolo è l’America”, scrive Kamel Daoud. “È questo il grido altisonante degli ideologi dell’islamismo e dell’ultranazionalismo nei cosiddetti paesi arabi o musulmani. Era anche lo slogan di Khomeini dopo la caduta dello scià dell’Iran. L’occidente, dunque, è il Male della colonizzazione, delle “perversioni” sessuali, della democrazia “contraria ai nostri valori musulmani”, delle donne troppo libere, della laicità, del corpo senza camicia di forza religiosa. L’occidente va quindi combattuto, ucciso, screditato o infiltrato e convertito. Di recente, tuttavia, l’occidente è diventato anche l’‘esempio’ che permette di allargare la visuale sul suo destino nel cosiddetto mondo arabo: gli studenti americani moltiplicano i blocchi nelle università, inscenano sit-in e gridano ‘Free Gaza’. Vengono presentati come una prova contro l’occidente e come una dimostrazione della legittimità degli immaginari liberatori della Palestina.
 

All’improvviso, questo occidente studentesco, poiché sostiene una causa selettiva escludendone mille altre, diventa la star dei media ‘arabi’. L’occidente appare sempre ‘buono’ quando si solleva contro l’occidente. Allora perché non si cerca di fare la stessa cosa nel mondo ‘arabo’, che ha trovato a Gaza qualcosa che ci fa dimenticare la sua fatalità, i suoi fallimenti e le sue dittature? Perché in questo mondo ‘arabo’ non si bloccano le università? Perché non si manifesta nelle strade? Perché la gente non indossa una kefiah per credere che la propria coscienza sia stata liberata o per scattarsi un bel selfie? Perché vengono mostrati degli agenti di polizia americani che arrestano un’insegnante in un campus? Ci indigniamo per questo, mentre non osiamo dire nulla su queste dittature nel mondo cosiddetto arabo, perché è così: la dittatura, ‘a casa’, è ormai accettata e avallata come norma. Di conseguenza, ciechi verso noi stessi, vogliamo che l’occidente scompaia, svanisca, crolli. Lo sogniamo, ma gli chiediamo anche di liberare la Palestina. Pensiamo, ad esempio, al fatto che la democrazia è proprio ciò che permette agli studenti di manifestare nelle loro università, con gli eccessi giovanili del pensiero magico? Come possiamo pensare al destino della Palestina quando non siamo liberi nemmeno nel nostro paese arabo? Ci poniamo almeno questa domanda? No. La ‘Palestina’ dispensa da qualsiasi cosa, anche di parlare di sé stessi e del proprio destino. In questo mondo cosiddetto arabo, gli oppositori vengono imprigionati, banditi e fatti sparire, e questo passa come se nulla fosse. È impensabile manifestare o presentarsi come decolonizzatore internazionale, e questo passa come se nulla fosse. In questo mondo ‘arabo’ si bombarda, si uccide, si impicca e si massacra in nome di Dio o del nazionalismo, e questo spesso non disturba la coscienza.
 

Quando si dichiara guerra in Siria, Yemen, Sudan, Libia, Algeria e Iraq, i diritti umani, gli aiuti umanitari e i bambini vengono dimenticati. Non ci sono zone di soccorso, non c’è accesso agli aiuti e le Nazioni Unite non litigano quando vengono bombardate le aree civili. Nel mondo ‘musulmano’, i morti musulmani non sono nemmeno una cifra, perché le statistiche sono distorte dalle dittature, e questo passa come se nulla fosse. Ma quando sono gli israeliani o l’occidente a ucciderli, il musulmano diventa uno shahid, traduzione di ‘martire’, con formule all-inclusive in paradiso e un effetto dopante sulla rabbia. Diventa un vero e proprio morto, oggetto di un crimine, di uno scandalo morale. La conclusione? Anche quando c’entra il contagio woke, le università ‘arabe’ rimangono in fondo alla classifica. Questo perché non vedremo mai Lgbt+, omosessuali, queer, minoranze e attivisti, ecologisti e mistici, militanti sinceri o amanti dei selfie marciare fianco a fianco per protestare contro una guerra atroce. Nel mondo ‘musulmano’ rifiutiamo la democrazia in Israele, vogliamo la libertà in Palestina, accogliamo con favore le manifestazioni in Europa e in America, ma mai in patria (…).
 

In questo mondo chiuso, vogliamo credere che queste manifestazioni dicano molto sull’occidente che cambia. In realtà, nella loro infantile giocosità e nel loro entusiasmo idealistico, queste manifestazioni sublimate raccontano l’essenza del nostro mondo ‘arabo’: l’occidente resta ancora avanti, anche sulle nostre cause selettive. Anche per denunciare la mostruosa guerra, servono democrazia e buone università”.
 

Traduzione di Mauro Zanon

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