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Un Foglio internazionale

Lo spettro di un'altra crisi umanitaria alla frontiera tra Polonia e Bielorussia

Nonostante il muro innalzato da Varsavia, Mosca continua a strumentalizzare l’immigrazione per destabilizzare l’Europa

Minkowce – scrive Jakub Iwaniuk sul Monde – è un borgo polacco di un centinaio di anime, addossato alla frontiera bielorussa, dove le strade non asfaltate, le antiche case in legno e i vecchi fienili danno l’impressione che il tempo si sia fermato. “Sembra di essere in America, alla frontiera con il Messico!”, dice, tuttavia, divertito Tadeusz Sloma, agricoltore in pensione. Perché se è vero che in questa regione forestiera l’autunno è umido e risplende di colori vivi alla fine di ottobre, un imponente muro d’acciaio alto 5,5 metri che ricorda quello del Texas svetta da poco tempo nelle immediate vicinanze della frazione. “Alla fine ci siamo abituati e non ci facciamo nemmeno più caso”, relativizza il signor Sloma, il cui giardino si affaccia sul muro. Qui, il ricordo del flusso migratorio dell’autunno 2021 e delle sue decine di migliaia di rifugiati resta vivo. “Gettavamo del cibo ai migranti oltre il filo spinato, dei sacchi a pelo, dei vestiti”, si ricorda il pensionato. “Ci rispondevano: ‘Thank you! We love you!’ Donne incinte, bambini… faceva male al cuore vederli in quella situazione”. Ma ora, dice, tutti gli autoctoni approvano il muro e le misure di sicurezza. “E’ una situazione che non poteva più durare. Ci sentiamo maggiormente in sicurezza. Ciò non si ripeterà”. 

     

Lungo ciò che fino a poco tempo fa era una delle frontiere più pacifiche e selvagge dell’Unione europea si snoda ora un serpente d’acciaio, di cemento e di filo spinato di 186 chilometri. Molto più imponente delle barriere dello stesso tipo nei paesi baltici, il muro attraversa la foresta di Bialowieza, l’ultima foresta vergine d’Europa con i suoi allevamenti di bisonti, iscritta sulla lista del patrimonio Unesco. Le ong e gli scienziati denunciano la catastrofe ecologica provocata dalla costruzione dell’infrastruttura, che attraversa delle zone dove la biodiversità era preservata da quasi dodicimila anni. Da quando il regime bielorusso ha usato le filiere migratorie dal medio oriente come un’arma contro il Vecchio continente, il governo nazional-conservatore polacco ha risposto con la massima fermezza, in barba ai difensori dei diritti umani. Per lottare contro quella che è stata qualificata dalle istituzioni europee come una “guerra ibrida”, la ragion di stato ha preso il sopravvento su molte attenzioni legate alle libertà civiche, al rispetto del diritto d’asilo o alla protezione del patrimonio naturale. La guerra in Ucraina non ha risolto le cose, anche se il numero di soldati nella regione è passato da 15 mila durante l’apice della crisi migratoria alle 1.600 unità di oggi. Grazie alla lotta contro le filiere, l’arrivo dei migranti è calato in maniera considerevole, ma non si è mai bloccato: dall’inizio dell’anno, sono stati registrati 11 mila tentativi di passaggio, 1.600 dei quali nel mese di ottobre. Erano 17 mila nell’ottobre del 2021. Il muro, operativo da giugno, sta per essere equipaggiato di sistemi di sorveglianza elettronica di ultima generazione, con cui le autorità sperano di renderlo “ermetico al 100 per cento”. Resteranno tuttavia 230 chilometri di frontiere lungo il Bug occidentale, corso d’acqua difficile da sorvegliare.

 

“Ciò che colpisce, è che il profilo dei migranti è radicalmente cambiato”, sottolinea Katarzyna Zdanowicz, portavoce delle guardie di frontiera della regione di Podlachia, nel nord-est della Polonia. “La stragrande maggioranza proviene ormai dall’Africa subsahariana e da paesi mai recensiti prima: Nigeria, Sudan, Congo, Tongo, Benin, Madagascar, Costa d’Avorio, Kenya, Eritrea”. Altra differenza: i migranti, ormai, non transitano più direttamente da Minsk, passano prima da Mosca. “E’ evidente che la Russia faciliti il compito a questi migranti. I visti russi sono tutti recenti”, aggiunge Katarzyna Zdanowicz. Su scala minore, la spaventosa industria migratoria pilotata da Minsk e Mosca continua e le grandi foreste paludose, soprannominate “la giungla”, vedono errare centinaia di persone ogni settimana. I soldati bielorussi svolgono il ruolo di passeurs e si occupano della logistica. Aiutano i migranti a scavalcare il muro, forniscono le scale e gli strumenti per scavare dei tunnel. “Grazie al muro, ci sono meno incidenti”, insiste Katarzyna Zdanowicz. “Prima, gli scontri violenti erano frequenti. I bielorussi diffondevano dagli altoparlanti i pianti dei bambini per farci cedere”. I tempi in cui le guardie polacche e bielorusse organizzavano ogni anno, con spirito amichevole, delle competizioni di kayak lungo la frontiera, sembrano oggi molto lontani. Altri segnali lasciano presagire un possibile aumento della tensione: a inizio ottobre, la Russia ha aperto l’aeroporto di Kaliningrad, enclave russa situata tra la Polonia e la Lituania, ai voli internazionali. I media russi riportano che le autorità aeroportuali hanno annunciato la loro intenzione di aprire delle connessioni con gli Emirati arabi uniti, l’Egitto, l’Etiopia e la Turchia. Un ulteriore strumento di pressione sull’Unione europea.

 

(Traduzione di Mauro Zanon)

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