Sotto un poster con i leader cinesi, uomini uiguri impastano il pane, luglio 2017 nella città vecchia di Kashgar (foto di Kevin Frayer / Getty Images) 

il foglio unternazionale

Così il regime cinese sta cancellando la tradizione islamica degli uiguri

Ottomila moschee sono state distrutte. Si tratta di circa un terzo del totale registrato nello Xinjiang da un censimento del 2004 

Un Foglio Internazionale: ogni lunedì, segnalazioni dalla stampa estera con punti di vista che nessun altro vi farà leggere, a cura di Giulio Meotti


  

"Il mausoleo Afaq Khoja nella città di Kashgar è uno dei luoghi più sacri dello Xinjiang, una regione all’estremo ovest della Cina”. Così inizia l’articolo dell’Economist: “Il sito ha anche una chiara valenza politica. Nell’Ottocento molte rivolte contro il dominio cinese hanno avuto inizio con un pellegrinaggio al santuario, dove si trova la tomba di Afaq Khoja, una figura divisiva venerata da alcuni come un santo sufi musulmano e disprezzata da altri come un traditore. Il santuario è bellissimo e ha delle cupole maestose e dei minareti raffinati. Quando Chaguan (l’autore, ndt) vi si è recato in visita, le tombe in fango e mattoni erano ricoperte dalla neve. Remoto e incantevole, il santuario è più vicino a Baghdad che a Pechino. Non tutti i siti musulmani sono così protetti. Negli ultimi anni la Cina ha cercato di reprimere ogni accenno di fervore religioso nello Xinjiang. Può darsi che fino a un milione di uiguri siano stati accusati di attività islamiste radicali e deportati nei campi di rieducazione. Le cupole e i minareti, considerati un retaggio ‘arabo’, sono stati rimossi da molti palazzi. Un’analisi delle immagini satellitari pubblicata lo scorso settembre dall’Australian Strategic Policy Institute stima che oltre ottomila moschee sono state distrutte. Si tratta di circa un terzo del totale registrato nello Xinjiang da un censimento del 2004. Le autorità della regione sostengono di non avere mai ‘demolito forzatamente’ i siti religiosi, e di avere solamente ritoccato le vecchie moschee giudicate pericolanti in caso di terremoti e piogge forti. Non è difficile smentire questa tesi. Nella città-oasi di Hotan, Chaguan ha visto il terreno sgombro in cui sorgeva la piccola moschea di Gulluk Kowruk, e si è recato tra le vie Wenhua e Taibei, in cui una moschea più grande è semplicemente sparita. 

  

Il partito non ha demolito il santuario di Afaq Khoja, ma ha cercato di neutralizzare il suo significato che un tempo era così sacro che i pellegrini raccoglievano la polvere da terra. Il loro strumento: il turismo di massa della maggioranza etnica cinese Han. Le autorità hanno collegato il monumento alla figura di Xiang Fei, ovvero la ‘Concubina fragrante’. La donna era originaria di Kashgar e, secondo la leggenda cinese, ha irretito l’imperatore ottocentesco Qianlong con il suo profumo misterioso e naturale. La sua storia è stata pubblicata nel 1892 e ha ispirato poesie, opere e una serie televisiva nei primi anni Novanta. Le prime testimonianze sostengono che Xiang Fei fosse la moglie (o figlia) di un discendente di Afaq Khoja e raccontano la sua ostilità verso l’imperatore, che lei voleva uccidere con dei piccoli pugnali nascosti tra le maniche. Gli scrittori dell’epoca comunista, desiderosi di promuovere l’unità etnica, hanno insistito che lei amasse l’imperatore e che fosse morta per cause naturali. Per decenni un segno ha indicato la sua presunta tomba nel santuario di Afaq Khoja. Gli archivi imperiali raccontano una storia più semplice: una donna di Kashgar è diventata la moglie dell’imperatore ed è seppellita vicino Pechino. Incurante dei dettagli storici, il partito ha aperto un parco chiamato Xiang Fei Garden nel 2015. A un’estremità si trova il mausoleo, ribattezzato ‘Tomba della Concubina fragrante dell’Imperatore’. Il suo presunto amore nei confronti dell’imperatore cinese viene descritto come un simbolo della ‘riunificazione della madrepatria’. I pellegrini vengono scoraggiati dai cancelli e dalle guardie che circondano i palazzi pubblici nello Xinjiang. Appena fuori dal perimetro del santuario, Chaguan ha visto un vecchio che raccoglieva la polvere in una sacca, ma non ha chiesto spiegazioni. Per gli uiguri è rischioso parlare con i giornalisti stranieri. Inoltre la stessa macchina Volkswagen senza targa ha seguito il vostro opinionista tutto il giorno. 

 

Non è stato solamente il turismo di massa a cambiare Kashgar. Il centro storico della città è stato in gran parte ricostruito nel 2009 per renderlo più attraente per i forestieri. Un’ondata più recente ha visto un influsso di hipster Han e altre personalità artistiche che hanno cercato di trarre profitto dalle tradizioni uigure. Queste persone non vengono affatto scoraggiate dall’apparato di sicurezza opprimente, incluse le telecamere e i posti di blocco della polizia a ogni curva. Sul viale Baishiairike una coppia originaria della città di Chengdu, a sud-ovest, ha aperto nel 2019 il bar Zebra Commune. Un post su Dianping, un sito di recensioni, scrive: ‘Sono così contento che finalmente c’è un negozio che rende giustizia alla cultura del sud dello Xinjiang’. In un video blog la cofondatrice Wang Li (che preferisce usare il nome di signora Zebra) mette in bella vista il tè e le erbe in vendita, e la torre stretta che è il ‘suo luogo secreto’. Suo marito ammette che, al loro arrivo, sono state sgonfiate le ruote delle biciclette fuori dal bar e sono stati lasciati degli escrementi sulle scale. Per lui questi atti nascono da alcuni ‘malintesi riguardo alla storia del luogo’. Questo è un eufemismo. Zebra Commune è un’ex moschea, e la sua torre pittoresca è un ex minareto da cui è stata rimossa la mezza luna. Le foto del 2014 mostrano un affollato luogo di culto, con una dozzina di persone che pregano sui tappeti all’esterno. Un’altra ex moschea, ad Areya Road, è stata convertita in un bar prima di chiudere a ottobre, a causa di un calo dei turisti indotto dal Covid. Su internet i turisti cinesi rendono omaggio alle generose quantità di bevande alcoliche. Dopo avere chiesto dove si può trovare una funzione religiosa, un uomo mi ha indicato la moschea più grande della città, l’Idh Kah, è poi è corso via. 

  
Un sondaggio poco scientifico ha rilevato che sei moschee sono state chiuse nel centro storico, con le foglie morte e altri rifiuti abbandonati nei cortili. Molte moschee hanno perso cupole, minareti e mezze lune. A molti non importa nulla. Per annientare una cultura, pare che i bus turistici abbiano la stessa efficacia dei bulldozer”.

 

(Traduzione di Gregorio Sorgi)

Di più su questi argomenti: