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“I progressisti hanno vinto le guerre culturali”. Parla James Davison Hunter

E’ l’intellettuale americano che ha coniato l’espressione “culture wars” e ora riflette sulla loro evoluzione in un'intervista sul Wall Street Journal 

18 Giugno 2018 alle 12:06

“I progressisti hanno vinto le guerre culturali”. Parla James Davidson Hunter

Foto LaPresse

“Un pastore evangelico, un prete cattolico e un rabbino ortodosso vengono arrestati a Manhattan. ‘Sembra l’inizio di una barzelletta’, scherza James Davidson Hunter, e invece si tratta di un evento reale che ha ispirato una teoria politica: le ‘culture wars’ che oggi riecheggiano ben al di fuori delle università”. Così sul Wall Street Journal Jason Willick, che ha intervistato Hunter in occasione dell’uscita del suo nuovo libro, ‘Science and the Good’. “Quando lesse di questa storia in un giornale di New York, alla fine degli anni Ottanta, Hunter era un giovane professore di sociologia: la polizia aveva interrotto una grande protesta antiabortista che includeva membri del clero protestante, cattolico ed ebraico. ‘Vista l’antica eredità di anticattolicesimo e antisemitismo in America’, dice Hunter, ‘il fatto che i leader di queste tradizioni fossero abbracciati, in mezzo alla strada, in segno di protesta, nella mia mente era qualcosa di piuttosto significativo’. Per gran parte della storia americana le principali fratture culturali sono corse lungo linee religiose. L’ostilità tra protestanti e cattolici causò non pochi contrasti sui curricula scolastici nel corso dell’Ottocento, e la lotta sul proibizionismo essenzialmente vide i ‘falchi’ protestanti contro le ‘colombe’ cattoliche.

  

Sul fare degli anni Sessanta, però, i conflitti intrareligiosi si stavano acquietando. L’America stava diventando culturalmente eterogenea e il consenso protestante lasciò il posto a un consenso cristiano, e più tardi a uno ‘giudeo-cristiano’. La pace sociale, però, non arrivò. Se mai il contrario. La rivoluzione sessuale e la politica d’identità fecero emergere una nuova serie di questioni divisive: non solo l’aborto, dice Hunter, ma qualsiasi cosa compresa nello spettro che va da ‘i preservativi nelle scuole’ a ‘Cristoforo Colombo: eroe o furfante?’. Queste domande non corrispondevano al tradizionale dibattito economico tra destra e sinistra, continua, né tantomeno vedevano membri di diverse comunità religiose opporsi gli uni agli altri. Piuttosto, la nuova divisione era all’interno degli stessi gruppi religiosi, con i credenti ortodossi del protestantesimo, del cattolicesimo e dell’ebraismo da un lato, e le loro correnti più progressiste dall’altro, insieme ai laici. Questo ‘nuovo asse’ di conflitti ridefinì la destra e la sinistra’. Questa era la fondazione del libro di Hunter del 1991: ‘Culture Wars: The Struggle to Define America’, che portò il termine per la prima volta al centro del dibattito pubblico. Hunter intendeva ‘culture wars’ come termine descrittivo, non come randello politico, per questo si risentì del fatto che Pat Buchanan espanse l’idea trasformandola in una populistica chiamata alle armi, nel corso del Congresso nazionale dei Repubblicani nel 1992. Il titolo del suo libro Hunter lo prese dalla Kulturkampf di Otto von Bismarck, che nel Diciannovesimo secolo, in Germania, tentò di amalgamare il sud cattolico con il nord protestante. ‘Mentre facevo le mie interviste, negli anni Ottanta e Novanta, gli attivisti coinvolti dicevano, su ambo i lati, che si sentivano in guerra. Lo stato è l’istituzione con il monopolio della violenza legittima’, dice Hunter, ‘e questa è una delle ragioni per cui per le nostre dispute si tende a litigare più che a dibattere’.

 

Quando i propri avversari culturali sono al potere, può sembrare di star subendo un assedio ostile’. ‘Lo stato diviene patrono di una certa visione del mondo’, aggiunge. Da un lato c’è una visione tradizionalista che ritiene che la verità sia ‘radicata in un’autorità altra da sé. Che sia la Natura o la Bibbia, i Magisteria o la Torah’ questa visione enfatizza l’importanza di ‘mantenere continuità con le verità del passato’. Dall’altro lato c’è una visione ‘post-illuminista’ che rigetta ‘le tradizioni d’autorità trascendentali’. Dal punto di vista progressista ‘la libertà è predominante, sopratutto la libertà dei gruppi considerati oppressi dalla tradizione. L’aspirazione dell’illuminismo, della liberal-democrazia, è sempre stata quella di ‘un ordine politico in cui si possa avere un considerevole ammontare di eterogeneità’, spiega Hunter. A causa ‘dell’epico fallimento della religione nel dare un fondamento unificante per la società’, come dimostrano le guerre religiose nell’Europa del Seicento, i pensatori illuministi tentarono di ‘mantenere i valori giudeo cristiani, le loro visioni del mondo, ripudiandone però i credo fondamentali’. Questo è uno dei modi di ragionare sul progetto dei progressisti coinvolti nelle culture wars: espandere l’eguaglianza universale e la dignità, ma senza una fonte di autorità altra dalla ragione e dalla scienza. Hunter, tuttavia, dubita che la ragione e la scienza siano in alcun modo migliori della religione fondamentalista nel provvedere a una base morale stabile per le società d’oggi, anche se l’occidente continua imperterrito a secolarizzarsi. Uno dei problemi dell’Illuminismo, dice, è che ‘la ragione ci ha dato il potere di dubitare e di mettere tutto in questione, inclusa la ragione stessa. Il che ci lascia soli con la nostra soggettività: tu hai la tua verità, e io ho la mia’. Nel suo nuovo libro, ‘Science and the Good’, Hunter sostiene che il secolare ‘tentativo di trovare, nella scienza un fondamento di moralità’ è ‘una storia di fallimenti tragici’. In un passaggio del suo libro, scritto in collaborazione con Paul Nedelisky, si legge: ‘Un metal detector non può rilevare tutto quanto è seppellito in una spiaggia, ma può rilevare gli oggetti metallici. Allo stesso modo, la scienza potrebbe non essere in grado di dirvi come vivere, ma può rivelarci molto sulla realtà fisica e le sue leggi’. Le culture wars di Hunter rimarranno con noi a lungo, almeno finché gli americani non smetteranno di cercare altri modi per disseppellire il resto del tesoro nascosto nella spiaggia”.

    

Traduzione di Tommaso Alberini

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