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La libertà di parola è sotto attacco

I censori sono i legislatori in tutto il mondo (anche quello libero). Cosa scrive Politico

5 Febbraio 2018 alle 10:25

La libertà di parola è sotto attacco

"Uno a zero per i censori: nella battaglia sui limiti da imporre alla libertà d’espressione online, i legislatori di tutto il mondo sono all’attacco”. Esordisce così, su Politico Europe, il giornalista di high-tech Mark Scott. “La Francia ha proposto di bannare le così dette ‘fake news’ dalle prossime elezioni, mentre in Germania le nuove regole sull’‘hate speech’ impongono multe fino a 50 milioni di euro per le compagnie di social media che non eliminano il contenuto reo entro 24 ore da una segnalazione. La crescente spinta a controllare quel che si può pubblicare online sarà nuovamente al centro della scena, questa settimana, quando la Commissione europea pubblicherà il suo rapporto biennale su come Facebook, Google e Twitter stanno gestendo la deriva dell’‘hate speech’ negli angoli più remoti e bui dei social media. Il risultato più probable è che i policymaker dell’Unione europea si lamenteranno che queste aziende non stanno facendo abbastanza, e le minacceranno con nuove regolamentazioni. Anche i legislatori americani si sono messi all’opera: ci si aspetta che il Congresso questa settimana prenda a ceffoni i dirigenti dei colossi tech per essersi opposti al giro vite sui contenuti estremisti e terroristi. Non dimentichiamoci delle responsabilità di queste aziende per la situazione in cui ci troviamo. I paladini della libertà d’espressione ci stanno mettendo in guardia da una distopia digitale orwelliana, in cui gli apparatchiks di governo decidono cosa possiamo leggere e scrivere sul web. Per chi è preoccupato per la sicurezza online, le nuove regole obbligheranno le compagnie tech ad assumersi la responsabilità per quello che è stato postato sulle loro piattaforme, che collettivamente sono più popolate di qualsiasi altro paese al mondo. Per anni, le società di social media si sono nascoste dietro la scusa che fossero mere proprietarie di piattaforme ‘neutrali’, le cui tecnologie – e i crescenti profitti – non potessero essere considerate responsabili per quel che vi passava attraverso. Sono stati necessari eventi estremi (come l’intromissione della Russia nell’elezione presidenziale americana del 2016) perché che i tech-colossi ammettessero quel che era ovvio a tutti: che, alla fine, si tratta di società editoriali. Proprio come le società di media tradizionali sono responsabili per quello che pubblicano, anche quelle di social media devono esserlo per quello che viene postato sulle loro piattaforme. Esiste, tuttavia, un problema più grave, di cui i legislatori dovrebbero prendere nota mentre si apprestano a scrivere nuove leggi censorie. In questa nascente epoca di censura globale online, si dovranno fare scelte ardue tra la libertà d’espressione e le sicurezza digitale, e dovranno essere i politici eletti, e non delle opache società di tecnologie, a decidere quali contenuti oltrepassano quale limite. Se vogliamo censurare il web, sarà meglio che chi se ne occupa risponda direttamente agli elettori”.

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