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Cosa fa l'America in Afghanistan

Lo scetticismo di Trump e un modello spesso fallimentare, scrive Foreign Policy

24 Dicembre 2017 alle 06:17

Cosa fa l'America in Afghanistan

Un elicottero militare sorvola la provincia di Kandahar (foto LaPresse)

Quando il consigliere per la Sicurezza nazionale H. R. McMaster voleva convincere il presidente americano Donald Trump che l’Afghanistan non era senza speranza, materializzò nello Studio ovale una foto in bianco e nero del 1972, raffigurante alcune giovani donne in minigonna per le strade di Kabul”. Esordisce così, su Foreign Policy, la giornalista della Bbc Kim Ghattas. “Lo scopo del gesto, presumibilmente, era quello di mostrare che un tempo il paese abbracciava gli ideali occidentali, e che potrebbe pertanto farlo ancora, con l’aiuto degli Stati Uniti. Il trucco di McMaster ha funzionato: alla fine Trump ha messo da parte il proprio iniziale scetticismo sull’intervento militare nell’area e ha accresciuto il numero delle truppe. Il trucco, tuttavia, dimostra anche i perpetui limiti dell’America nella comprensione di questi paesi che ha cercato di rifare a sua immagine e somiglianza. La foto in questione è un ritratto della borghesia urbana di Kabul, una borghesia che non è rappresentativa, e non lo era neppure allora, della più ampia popolazione afghana. Non tutte le ragazze giravano per Kabul in minigonna prima che i talebani imponessero il burqa. La foto in questione ritrae però qualcosa che negli ultimi decenni è stato eroso, a partire dall’ascesa dei talebani, e non solo in Afghanistan bensì in tutto il mondo musulmano: la libertà di scegliere. Al di là delle minigonne (…) gli anni Sessanta e Settanta sono stati anni di vigoroso dibattito intellettuale sul ruolo delle religione nella società. In tutta la regione, dall’Egitto al Pakistan, imperversavano dibattiti tra sinistrorsi, laicisti, capitalisti, marxisti e islamisti. I militanti islamisti probabilmente sminuiranno quei decenni di pensiero progressista e variegato come una temporanea importazione occidentale, il procrastinato riverbero delle influenze coloniali. E tuttavia nel corso degli ultimi decenni, lo spazio per il dibattito e per la libertà di scelta si è assottigliato sempre di più.

 

La foto che McMaster ha mostrato a Trump è un buon promemoria del tempo che fu, ma non costituisce una strategia per riportare in Afghanistan e in altri paesi come il Pakistan, l’Iraq o l’Egitto quello che un tempo era comunemente accettato come parte della vita quotidiana: il pluralismo. (…) Le politiche antiterrorismo di Washington, che contribuiscono a indebolire gruppi come i talebani, sono un buon inizio ma spesso falliscono nello spingersi più in là verso la ricostituzione di normi basilari come il rispetto per la diversità. Questo, alla fine, dipenderà dagli sforzi della popolazione locale stessa, sforzi che potrebbero ergersi sul potere della nostalgia. Quando la gente in Pakistan, in Egitto o in Afghanistan rovista tra i vecchi album fotografici dei propri genitori o dei propri nonni e si chiede cosa sia successo al proprio paese, possono vedere semplicemente minigonne oppure possono vedere una frattura. E possono desiderare la diversità, e la libertà di scegliere”. 

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