Il viaggio di Ako Atikossie lungo la "soglia misteriosa tra il nulla e l'esistenza"
“Dipingo il vuoto, tra quanti di luce e pieghe nello spazio e nel tempo”. Dalle botteghe in Togo alle gallerie europee, l'indagine sul dualismo onda-particella e sul pensiero planckiano: “La scienza è il riflesso del reale”. L'equazione invisibile tra scienza e metafisica. In mostra a Piacenza
Nome e cognome: Ako Atikossie
Luogo e anno di nascita: Zalivé (Togo), 1980
Gallerie di riferimento: Nashira Gallery, Milano, Italia / Gowen Contemporary, Ginevra, Svizzera
Contatti social: Instagram
L'intervista
Intervista realizzata in collaborazione con Anna Setola
Che cos’è per te lo studio d’artista?
Lo studio d’artista, per me, può avere molte sfumature e significati, ma io lo declino come un tempio di rivelazioni, un laboratorio in cui i pensieri si concretizzano, uno spazio di confronto di idee e di sperimentazione.
È un luogo in cui lo spirito del vuoto sussurra il modo di cogliere qualche scintilla della sua essenza, trasformando l’invisibile in visibile. Diventa il centro dell’universo quando mi trovo al suo interno per pormi domande.
Quanto conta la scienza come struttura reale e quanto come immaginario poetico?
L’essere umano ha da sempre la reputazione di essere una creatura curiosa: manipola le materie che lo circondano, ne indaga l’utilità e le trasforma in strumenti necessari alla propria sopravvivenza. La scoperta della natura e dei suoi elementi costituisce uno dei passaggi fondamentali nella comprensione dell’ignoto.
Le avventure nello spazio e nelle profondità della Terra, così come discipline quali la cosmogonia, l’astronomia, la cosmologia, la geodesia, la geologia e la biologia, hanno segnato il nostro percorso evolutivo.
Ogni oggetto che tocco, ogni suono che ascolto, ogni immagine che vedo sono oggi mediati dalla lente della scienza. L’osservazione di ciò che è invisibile agli occhi — di ciò che fluttua nell’aria o si nasconde nella materia — ci spinge a dare una forma razionale alla realtà. In fondo, la scienza è il riflesso del reale: un tentativo sistematico di dare senso e ordine all’esperienza del mondo. È lo strumento più affidabile e coerente che abbiamo per descrivere l’universo e i fenomeni materiali.
Nei miei lavori, la scienza diventa la risoluzione di un’equazione invisibile in forma visiva, sulla tela e negli altri medium che utilizzo. Mi affascina in particolare il pensiero planckiano, secondo cui l’universo non è un flusso continuo, ma è composto da quanti, da pacchetti discreti di energia.
Sulla tela cerco di catturare questa frammentazione invisibile: ogni mia pennellata, ogni forma, è come un quanto di luce che vibra a una frequenza specifica nella sua presenza cromatica. È la soglia misteriosa tra il nulla e l’esistenza.
La poetica delle mie opere è, in ultima analisi, un laboratorio in cui la metafisica della scienza si trasforma in esperienza ottica.
A che cosa stai lavorando?
In questo momento ho appena concluso una serie di lavori che saranno esposti a fine febbraio nella mostra collettiva “Sguardi sull’Africa”, a cura di Paolo Giglio e Samuele Menin, in programma al Palazzo Gotico di Piacenza.
Nei miei lavori più recenti mi sto interessando a concetti legati allo spazio e all’universo, esplorando il tema del ribaltamento del vuoto in chiave scientifica. Non posso però dire di concentrarmi su un’unica tematica: preferisco lasciare che le mie letture e le mie ricerche mi guidino verso territori inaspettati, o forse già percepiti a livello inconscio.
Come è organizzata la tua giornata?
Non esiste un’organizzazione rigida delle mie giornate: ogni giorno prende forma in modo diverso. A volte inizio presto, con un po’ di esercizio fisico; poi bevo un tè alla moringa o un caffè, preparo mio figlio per l’asilo e mi dirigo in studio.
Una volta lì, dedico un momento di preghiera alla giornata che sta per iniziare, indosso le cuffie e ascolto i giornali internazionali, con particolare attenzione alle notizie sull’Africa. Poi mi immergo nel lavoro, spesso fino a sera.
Mi sento particolarmente produttivo nelle ore serali: ho sempre preferito la notte al giorno per portare a termine i miei lavori, quando il silenzio rende tutto più concentrato e profondo.
Qual è la funzione dell’arte oggi?
L’arte è sempre stata un mezzo di comunicazione e di trasmissione di valori sociali, politici e culturali. È uno strumento potente di riflessione e di innovazione, capace di incidere in molti ambiti della nostra vita, anche a livello tecnologico ed economico. La sua capacità di offrire nuove prospettive sul mondo, la sua forza di testimonianza e di resistenza, influenzano profondamente la società.
Oggi molti artisti emergenti sono impegnati su temi cruciali come la sostenibilità ambientale, la diversità, l’identità e la memoria: questioni che sollevano interrogativi critici e alimentano il dibattito contemporaneo. Allo stesso tempo, la rivoluzione digitale ha trasformato il panorama artistico: i social network ne hanno ampliato la diffusione, spingendo sempre più in là i confini di ciò che possiamo considerare arte.
L’interattività rende l’esperienza artistica sempre più coinvolgente, ma questo coinvolgimento resta spesso confinato a una nicchia elitaria, alimentando talvolta dinamiche speculative e di investimento.
In sostanza, l’arte è ciò che rimane per raccontare la nostra storia.
Quali sono i tuoi riferimenti visivi e teorici?
Osservo, ascolto, leggo e sfoglio numerose riviste di scienza, natura, arte e geopolitica. Accumulo informazioni su informazioni, ma faccio fatica a individuare riferimenti precisi: preferisco lasciarmi ispirare da ciò che suscita in me una riflessione, più che riconoscermi in modelli definiti.
Se devo citare alcuni grandi artisti che mi hanno segnato, penso a Sam Gilliam, Alma Thomas, El Anatsui, Jack Whitten, Enrico Castellani, Agostino Bonalumi, Piero Dorazio, Sol LeWitt, Dan Flavin per il suo lavoro con la luce, Frank Stella, Anselm Kiefer e Gerhard Richter.
Per me sono fondamentali anche riferimenti che appartengono a mondi diversi dalle arti visive, come gli scienziati Thomas Young, Albert Einstein, Max Planck e Federico Faggin.
Un momento decisivo nell’avvicinare la scienza alla mia pratica artistica è stato l’incontro con il pensatore milanese Paolo Ferrari, che ho frequentato per anni e che mi ha aperto la mente alla comprensione della scienza contemporanea.
Cosa cerchi quando pieghi la tela?
Le pieghe sono fenomeni naturali che si manifestano a scale diverse nello spazio e nel tempo. Il passaggio da una forma all’altra — nella natura come nell’universo — è attraversato da continue tensioni e trasformazioni, tutte segnate dalla presenza della piega. L’aria, il mare, le montagne, le colate laviche, i pendii vulcanici, il volto che invecchia, il drappeggio di un tessuto: persino il DNA ne è un esempio emblematico. La piega è, in fondo, il pathos della forma.
In alcuni miei lavori cerco di interpretare queste pieghe telluriche, che definiscono la morfogenesi geometrica degli oggetti, mettendole in relazione con i concetti di de Broglie, Schrödinger e Heisenberg sul dualismo onda-particella.
Non esiste piega senza forze contraddittorie: è dalla tensione tra spinte opposte che nasce la forma. Le pieghe delle mie tele cercano proprio di generare e rendere visibili queste dinamiche.
In che modo hai iniziato a fare l’artista?
Sono entrato nel mondo dell’arte quando, al liceo, ho compreso di aver scelto l’indirizzo di studi sbagliato. In quel periodo avevo uno zio esperto contabile, con una buona posizione economica: ammiravo il suo stile di vita agiato e decisi di studiare ragioneria per diventare come lui. Dopo qualche anno, però, capii che quella non era la mia strada.
La prima domanda che mi posi fu: che cosa mi interessa davvero? Che cosa voglio fare da grande? Nella mia mente si affacciavano tre possibilità: diventare medico, pilota d’aereo o architetto. Ma nessuna di queste mi convinceva fino in fondo. Sapevo di essere bravo a disegnare, ma in Togo non esiste un’accademia di belle arti: cosa potevo fare?
Senza dirlo alla mia famiglia, abbandonai la scuola e iniziai a frequentare le botteghe di alcuni artisti. Trascorsi qualche mese presso uno scultore, poi un anno con un artigiano specializzato nella tintura di tessuti batik e, infine, arrivai nello studio di un pittore. Fu lì che trovai finalmente la gioia di fare arte: vedere i colori, preparare i telai, respirare l’atmosfera dello studio… fu un’emozione profonda.
Continuai la mia ricerca frequentando l’Institut Français e l’American Cultural Center, dove prendevo in prestito libri d’arte per studiare la storia dell’arte occidentale e i suoi protagonisti. Cominciai a sperimentare tecniche diverse, ad avvicinarmi agli artisti, a confrontarmi con loro attraverso lunghe conversazioni e scambi di riflessioni.
L’arte mi ha guidato nella vita, e continua a farlo ancora oggi.
Che ruolo ha il segno meno nella tua pratica artistica?
Il segno meno (-) è per me un punto di partenza e di arrivo. Un gesto semplice, quasi casuale, che però conduce verso una sfera immaginaria fatta di terra e particelle, di materia visibile e invisibile.
Nella mia ricerca pittorica moltiplico questo segno in direzioni diverse, lo faccio vibrare, lo sovrappongo, lo espando, finché genera forme, spazi e dimensioni geometriche. È un meno elettrico, un elettrone: una presenza minima che ci avvicina alla comprensione profonda della materia e delle sue componenti essenziali.
Questo segno diventa anche espressione di una mancanza, del desiderio di rendere visibile ciò che non si vede. È il tentativo di dare forma a quell’assenza su cui l’interiorità umana ha sempre proiettato domande e significati, per definire la propria esistenza.
Eppure, il solco che sostiene tutto rimane impossibile da fissare: la materia — terra e universo — è mobile, sfuggente, silenziosa. Non si lascia trattenere. È indefinibile, come il quanto e come il pensiero.
Le opere
(sinistra) La mappa sepolta, 2024, acrilico e marker acrilico su tela, pietra
(destra) Fiore di Nyragongo, 2024, acrilico e penna acrilica su tela, 395 x 288 cm
Veduta della mostra presso Nashira Gallery, Milano
Foto: Matteo Deletto, m3studio
Chi ha raggiunto lo stadio di non meravigliarsi più di nulla dimostra simplicemente di aver perduto l’arte del ragionare e del riflettere
Max Planck
Sull’altopiano di Agamè, 2024, acrilico e marker acrilico su tela, 395 x 288 cm
Il compito più difficile nella vita è quello di cambiare se stessi.
Nelson Mandela
Le finestre impercettibile della coscienza, 2025, acrilico e olio su tela, 170 x 180 x 8 cm
La coscienza non può essere spiegata in termini fisici e nei termini di nessun’altra cosa.
Erwin Schrödinger
Estensione d'azoto, 2022, acrilico e marker acrilico su tela, 180 x 160 cm
L’arte è l’espressione del pensiero più profondo nel modo più semplice.
Albert Einstein
Apertura della capsula, 2025, acrilico e olio su tela, 224 x 125 x 8 cm
Il progresso scientifico deve molto al sentimento.
Louis De Broglie
L’occhio sul Sahel, 2024 acrilico e marker acrilico su tela, Ø 265
Courtesy: Nashira Gallery. Foto: Matteo Deletto, m3studio
La ricerca scientifica benché quasi costantemente guidata dal ragionamento, è pur sempre un avventura.
Louis De Broglie
Jaillissement électrique, 2023, materiali vari, roccia sedimentaria, filo di rame, cm 52 x 61 x 87, h. cm 45
Foto: Vittoria Fragapane
E credo che il miglior processo di apprendimento di qualsiasi tipo di mestiere sia semplicemente osservare il lavoro degli altri.
Wole Soyinka
Fenditura cielo-terra, 2024, acrilico su tela, 40 x 29,5 cm
Courtesy: Nashira Gallery. Foto: Matteo Deletto, m3studio
Arte, per me, è ricerca del vero.
Estetica è espressione del vero.
Ricerco il vero anche quando questo è per sua ragione il falso.
Paolo Ferrrari
Reations soupçonnées dans l’espace, 2023, acrilico e marker acrilico su tela, 195 x 260 cm
Collezione privata.
La mente ripiegata è pensiero dell’universo; ci comunica la nientità del mondo: restando pensiero che pensa, nella sua nudità-alterità, senza goffaggine.
Paolo Ferrari
Trois courbes aérodynamiques, 2019, acrilico e marker acrilico su tela, cm 135 x 244 x 18.
Collezione privata.
La conoscenza è una luce dell’anima
Meister Ekhart