fauna d'arte

Sbagliare per vedere. Marco Bongiorni e il disegno come combattimento

Francesco Stocchi e Gabriele Sassone

Dal ring al disegno, dall’errore come motore creativo a Srebrenica “monumento che non esiste”: l’artista milanese unisce corpo, dubbio e responsabilità. Il segno come esposizione, fatica e spazio da riconquistare

Nome e cognome: Marco Bongiorni

Luogo e anno di nascita: Garbagnate Milanese, 1981

Gallerie di riferimento e contatti social: Instagram @marcobongiorni @drawingasfighting

 

L'intervista

Intervista realizzata in collaborazione con Anna Setola

 

Che relazione hai trovato fra arte e sport da combattimento?

Tra il pugilato e il disegno ho visto una relazione. Me ne sono accorto anni fa, quando mi allenavo in palestra e mi innamoravo della natura profondamente riflessiva della pratica della boxe, che viene spesso definita “the loniest sport in the world”. Il pugile è tra gli atleti più capaci nell’ascolto sottile e profondo di se stessi ed è portato a rivolgere queste istanze verso l’esterno e convogliarle verso l’avversario. Deve rendersi aperto, pubblico, per colpire deve esporsi, come l’artista. Ho formalizzato queste riflessioni nel libro Drawing as Fighting, manuale per un disegno da combattimento, edito con Milieu nel 2020.

Non so se questa relazione valga sempre parlando di arte, ma sicuramente l’ho vista con il disegno – che è poi il linguaggio con cui mi sono formato come artista.

 

In che modo hai iniziato a fare l’artista?

Ricordo che da piccolo, in chiesa, durante la messa domenicale non ascoltavo le parole, ma guardavo i decori dipinti sui muri e mi immaginavo le pennellate. Poi un pensiero, veloce e improvviso. A dieci anni camminavo per strada e ho pensato in modo chiaro e tondo: io voglio fare il Pittore. Non so bene da dove sia arrivato quel pensiero, ma si è innestato saldamente. Poi ricordo le serate a disegnare con mio padre, l’istituto d’arte Beato Angelico, una mostra di Tapies a Locarno, a cui mi ha portato il pittore Giorgio Albertini, mio zio. Gli anni dell’accademia con Giuseppe Maranello, lo studio di Claudio Olivieri. Parlerei di più inizi.

 

Che cos’è per te lo studio d’artista?

Ora lavoro in uno studio che è stato il laboratorio di falegnameria di mio nonno. Non l’ho mai conosciuto.

Ho avuto diversi studi, a volte piccoli, precari, casuali, a volte più suggestivi. Forse l’unica costante è che ho sempre lavorato in periferia.

É scontato dire che per un pittore lo studio è importante, poiché è il luogo della pittura. Per citare l’amico Angelo Sarleti, “la pittura è sempre site-specific”.

   

Quanto contano il corpo e la fatica fisica nelle decisioni che prendi mentre lavori?

Il corpo è parte del mio lavoro. Ricordo un anziano Claudio Olivieri che si lamentava con me di chi gli suggeriva di non fermare il lavoro a causa della malattia. Mi diceva: “Non capiscono che la mano è già il lavoro”.

Non ho invece particolare attrattiva verso la fatica fisica. Si fa fatica a fare il pittore, ma se ne fa di più a scaricare un bilico.

 

Com’è organizzata la tua giornata?

Le cose spesso vanno per conto loro, ma qui a Milano sei comunque frullato dal contesto che corre velocissimo. Mi sveglio e porto mio figlio a scuola, poi mi divido tra lavoro in accademia, tempo in studio e progetti vari.

Ultimamente passo i weekend a seguire il calcio giovanile in giro per i campi di periferia.

 

Qual è la funzione dell’arte oggi?

Mentre ti rispondo mi trovo nella sala d’attesa di un ospedale, quindi ora mi pare che le funzioni attribuite all’arte reggano poco il confronto con ciò che succede tutti i giorni in un luogo come questo.

Però non si può fare finta che l’arte non provi almeno ad avere un buon motivo per essere svolta. Più che una funzione, a me piace immaginare che il mio lavoro abbia la capacità di invadere degli spazi liminali, di infilarsi in quelle fessure tra lo stato di coscienza e il dormiveglia, in cui agire lentamente e provare a decostruire alcune certezze. Mi piace l’immagine dell’acqua che risale piano piano le pareti di un edificio.

Penso poi che l’arte oggi debba riprendersi con forza il suo spazio politico e tornare ad avere una funzione di l’immunogenicità in questo momento di pandemia visiva in cui sembriamo molto affaticati.

 

Quali sono i tuoi riferimenti visivi e teorici?

Oltre ai soliti noti maestri ne metto alcuni sparsi: John Berger, Ronald B. Kitaj, Neo Rauch, Eugenio Borgna, Leon Golub, Dasha Shishkin, Marlene Dumas. Il segno di Frank Auerbach. I disegni di Stéphane Mandelbaum mi interessano, ma non li ho ancora visti dal vero.

 

Che ruolo ha l’errore nella tua pratica artistica?

Centrale. Me ne sono reso conto mentre imparavo a disegnare. Sbagliare non ha solo la funzione di favorire apprendimento e capacità strategiche, ma è di grande aiuto per l’immaginazione.

Se pensiamo al disegno digitale non è diverso rispetto a quello di Lascaux. É solo più efficace.

É il paradigma su cui si muove ad esserlo. Si tratta quasi esclusivamente di processi di simulazione o mimetismo. Mutuano dal disegno analogico gli effetti e le regole visive per poi protocollarsi in opzioni e facilitare la produzione. Si risparmiano tempo e fatica.

Il tasto Control-Z è una specie di divinità oggi. Una creatura ibrida tra il Demiurgo e il Trickster. Chi non sogna di cancellare gli errori?

Nel C-Z si materializza l’enormità di una voragine, mentre l’intero archetipo del disegno si forma sul processo contrario. L'accumulo di segni, come in una concrezione. Matisse, Diebenkhorn, sono degli esempi. Raushenberg cancella De Kooning riconoscendone l’esistenza e subendone il potere.

Il disegno vissuto in digitale è potenzialmente senza errori, ma c’è da chiedersi quanto questo sia una conquista o una perdita di prospettiva.

Io ho bisogno di pensare di potere sbagliare. Me ne accorgo anche mentre scrivo. Dissemino le frasi di “forse” e di condizionali.

 

A che cosa stai lavorando?

Sto lavorando ad una serie di disegni che si dispongono attorno ad un unico soggetto. Quei fatti accaduti nel 1995 nella piccola città Bosniaca di Srebrenica.

Non so ancora che tipo di progetto si stia costituendo, se una mostra, un libro o altro. Rimane che questi disegni sono un ragionamento su alcuni temi che mi interessano e che inevitabilmente interessano la collettività: la storia, la verità, il non-visto, la guerra, la morte, il fallimento. A Srebrenica l’ONU non ha solo fallito, si è reso conto della sua stessa inefficacia e della precarietà della propria funzione.

In questo periodo storico in cui il paradigma vero/falso viene ricalcolato da politica, media e tecnologia, il disegno come linguaggio “debole” è per me uno strumento etico capace di opporsi all’efficienza strumentalizzata. La serie la chiamo Srebrenica, studio per un monumento che non esiste e parla di vergogna, dubbio e responsabilità.

      

Le opere

    

CUSTODI / oilbar e grafite su carta, tessuto / 2019 / Spazienne Magazzino / installation view / Courtesy dell’artista / ph. Spazienne

 

LGD - Livestock guardian dog

 

CUSTODI / oilbar e grafite su carta, tessuto / 2019 / Spazienne Magazzino / detail view / Courtesy dell’artista / ph. Spazienne

  

LGD - Livestock guardian dog

 

SL_PFL / n. 9 dittici / olio su tela, carta, vetro, nastro telato nero / 2017 / Galleria Six / installation view / Courtesy dell’artista / ph. Romer

  

LGD - Livestock guardian dog

 

SL_PFL / n. 9 dittici / olio su tela, carta, vetro, nastro telato nero / 2017 / Galleria Six / detail view / Courtesy dell’artista / ph. Romer

 

SL/PFL - Still Life - President for Life

  

SL_PFL / n. 9 dittici / olio su tela, carta, vetro, nastro telato nero / 2017 / Galleria Six / detail view / Courtesy dell’artista / ph. Romer

  

SL/PFL - Still Life - President for Life

  

SL_PFL / n. 9 dittici / olio su tela, carta, vetro, nastro telato nero / 2017 / Galleria Six / installation view / Courtesy dell’artista / ph. Romer

  

SL/PFL - Still Life - President for Life

  

DRAWING AS FIGHTING - MANUALE PER UN DISEGNO DA COMBATTIMENTO / 2020 / Milieu Editore / Milano / ph. Romer

  

DAF - Drawing as Fighting

  

UNTITLED / legno, vetro, nastro adesivo, penna bic, grafite, gesso, colore ad olio su carta / 2011 / Galleria Marie-Laure Fleisch / installation view / Courtesy dell’artista / ph. Romer

   

TN - BLK – Blacks

  

PORTOFRANCO / a cura di Rossella Farinotti, Palazzo Soranzo Novello, Castelfranco Veneto / 2025-2026 / installation view / Courtesy dell’artista / ph. Cosimo Filippini

Portofranco

 

PORTOFRANCO / a cura di Rossella Farinotti, Palazzo Soranzo Novello, Castelfranco Veneto / 2025-2026 / installation view / Courtesy dell’artista / ph. Cosimo Filippini

   

Portofranco