Hito Steyerl (foto Rolf Vennenbernd/picture alliance via Getty Images) 

a tu per tu

Hito Steyerl è tornata a sognare e costruire mondi

Carlo Antonelli

L’artista immagina l’isola di Curzola come un sito archeologico, ritrovato dagli scienziati del futuro. Il viaggio di “The Island” alla Fondazione Prada di Milano

Hito Steyerl ha l’aspetto di una guerriera del futuro che immaginavamo anni fa. Da tempo ha ingaggiato – come una videocombattente dentro una galleria di un vento fortissimo che si è ormai trasformato in un tornado costante – una battaglia disperata contro il cambiamento spazio-temporale dato dalla combinazione disposta di evoluzioni scientifiche e tecnologiche, trasformazioni ambientali e geopolitica a ruota libera. Hito, con caparbietà assoluta, affronta tutto questo anche come accademica, come ricercatrice, come attivista che pone in crisi la sua stessa posizione di lavoratrice dentro un sistema culturale che la ama (e di questo lei è molto sospettosa, perché ha fatto numerosi lavori che mettevano in discussione i grandi musei, i loro patron, ecc). Insomma la vita di quest’artista è tutt’altro che semplice, nonostante stazioni da anni nella top 10 delle persone più influenti del mondo dell’arte (ma questo, si diceva le fa sempre storcere il naso). “Cosa c’è di sbagliato in quello che faccio visto che sembrano tollerare tutto questo?” cogita Steyerl mentre anche i suoi elogi più chiari – quello al diritto di immagine di bassa qualità, al mischione tra fonti e persino al ruolo sostitutivo dell’Intelligenza Artificiale rispetto a quello dell’artista – vengono tollerati e elogiati? E’ uno sforzo terrificante di intelligenza dispiegata che viene ogni volta distrutto dalla realtà e dalla spugna che tutto digerisce del mercato dell’arte. Si tratta di una vittoria del non-sapere e del non-sentire, chiaramente, che sovrasta lo sforzo illuminista di quest’artista, stancandola ma non abbattendola. Per fortuna invece, e accade sempre più spesso, Hito decide di tornare bambina, o quasi, di sognare, decide di “fare mondi” (che non è il titolo del libro del suo – in fondo simile – Ian Chang ma del gracile saggetto di Bolelli e Bifo del 1990). E di giocare.

La mostra "The Island" di Hito Steyerl presso l'Osservatorio Fondazione Prada a Milano (Foto di Emanuele Cremaschi/Getty Images) 
   

“The Island” (all’Osservatorio della Fondazione Prada di Milano, fino al 31 Agosto 2026) è un viaggio esagerato che parte da un luogo reale – l’Isola di Curzola in Dalmazia – e lo immagina come un sito archeologico ritrovato da scienziati del futuro. E fin qui tutto bene. La questione riguarda semmai proprio l’“av-venire”, per come lo possiamo intendere e per come ce lo può permettere la fisica dei quanti: uno spazio-tempo parallelo, non necessariamente situato in avanti, rispetto a noi. Steyerl stavolta parte da una lettursa fondamentale: un frammento dello scrittore di fantascienza slavo Darko Suvin, che racconta come durante l’esplosione di un ordigno a Zagabria nel 1941 avesse sognato di Flash Gordon che arrivava a salvarlo in mezzo a quel massacro. Immaginario sci-fi, fumetti di supereroi e fisica chic del Novecento soprappongono alla “visita” all’isola ritrovata una serie di strati che diventano postazioni a forma di bolla fisica semiaperta e anche una sorta di cinema- agorà dove tutto viene frullato, giustapposto, magnificato, impastato e poi sparato in mille direzioni. E dove, è evidente, i protagonisti veri sono i fisici, l’italiano Tommaso Calarco in particolare.

Tutti noi siamo particolarmente interessati alla scienza come modello di narrazione per capire meglio che cosa sta succedendo profondamente. Mi sbaglio? “No, no, no, no. Ha perfettamente ragione” ( nda stavamo parlando, mentre voi leggevate l’inizio). E immagino che siano stati necessari studi profondi sull’argomento. “Sa, non sono una ricercatrice di dinamiche quantistiche. Sono come una fangirl della scienza, una ragazzina fanatica”, si definisce lei. “Lo puoi vedere, perché nell’Isola alcuni degli scienziati sembrano delle rock star, e di fatto lo sono”. Quindi sente qualcosa come un’attrazione per loro. “Ah, sì, sì. Assolutamente”. Imparagonabili quanto a charme con artist* o musicist* o curator*, non conviene? “Molto meglio”, sigilla questa parte della non-conversazione la Steyerl. Più in generale il lavoro, si diceva, è al centro della sua direzione operativa. “In molti delle mie opere, i miei collaboratori – i tecnici o altri artisti – iniziano a diventare i principali protagonisti del lavoro. Quindi filmo molto spesso le persone mentre stanno facendo ciò che vedremo sullo schermo. E naturalmente, come sappiamo, c’è stato questo tipo di accumulazione in corso con l’AI, il che significa che il lavoro di tutti gli artisti o di tutte le persone che producono dati fino ad ora è stato fondamentalmente appropriato dai grandi colossi digitali. Lo stanno usando per addestrare l’AI. Sai, non sono una persona ossessionata dal diritto d’autore. Puoi prendere tutto quello che vuoi. Mi oppongo davvero se è qualcuno che prende tutti i miei dati ma si rifiuta di restituire qualcosa a chiunque. Questa sta diventando un’economia di furti. E’ la realtà. E quella che preferirei sarebbe di gran lunga un’economia del dono”.

Da tempo il suo lavoro si bilancia tra la ricerca politica, che fa da sempre ( nda si pensi al suo straziante documentario del 2004 dedicato all’omicidio amica attivista kurda Andrea Wolf) e il “dovere” come artista di divertire se stessa e gli altri, anche se la stessa artista ha rivendicato il diritto di essere scevra da ogni obbligo, “duty-free”, sacrosanto. “E’ stato particolarmente difficile mettere insieme questo lavoro. Penso che sia sempre molto più complicato provare a fare cose divertenti che cose depressive. E diciamo che, nella fase iniziale dell’AI, avevi anche più opzioni di gioco. Era più difficile entrare, ma si poteva, sai, cambiare i parametri, addestrare i propri modelli, eccetera, eccetera. In questo momento è piuttosto limitato. Ma potrebbe cambiare”. Riesce a farmi capire di più, depressione inclusa? “Ho detto da qualche parte che ‘l’algoritmo sta bruciando’, ma non nel senso che viene distrutto dal fuoco, ma sta creando una fornace di energia. Sta bruciando le cose per mantenersi in vita, giusto? Attraverso il dispendio energetico, attraverso le alte emissioni. Sono solo le persone e la natura che vengono distrutte. Lo ‘stato delle cose’ in tal senso sta andando molto bene, distruggendo risorse e causando entropia il più possibile”.

Sarà un caso ( nda ammetto di vergognarmi di questa domanda), ma nel suo lavoro le immagini di acqua, mare, liquidi sono molto ricorrenti. “Personalmente, ho paura dell’acqua. Voglio dire, nuoto, ma a malapena Ma ovviamente è qualcosa che ti coinvolge, ti abbraccia, in cui puoi immergerti e perderti, sai, qualcosa che è anche molto erotico. E’ un ottimo strumento”. Per questo torniamo su “L’Isola”. “Un’isola del futuro, in qualche modo. Sa, perché Curzola, la nostra isola, che ora esiste ( nda Steyerl insieme a suo marito ha una casa lì), potrebbe anche essere allagata nei prossimi 2000, 3000 anni. Quindi cosa troveranno le persone a due metri sott’acqua? Forse, non così grandi cose. Un sacco di plastica, immagino, per esempio”.

 

Nel bel mezzo di un momento di crisi senza più ritorno, occorre entrare in diversi strati di realtà, fuori dall’asse lineare del tempo. Questi livelli non sono piani di fantasia. Questi sono strati che già esistono. “Assolutamente. Questo è uno scenario possibile nei millenni futuri per le nostre città allagate: chessò, una chiavetta USB, che ha le spettrometrie dell’isola al suo interno. E magari potreste trovare in un sito archeologico neolitico il libro di Darko Suvin, per esempio”. “E qui e là strane cose di legno, elementi di naufragio”. Ascolti, ma quando chiude gli occhi, quante immagini le attraversano la mente in generale? Come si riposa? “Sì, voglio dire, ora, naturalmente, un sacco di acqua, cose sott’acqua. Perché ho un piccolo drone che posso guidare sotto la superficie marina. Con il drone vado a fare esplorazioni sul fondo, senza muovermi. Sa, in parte vivo in parte su quest’isola. Forse da cinque, sei anni, qualcosa del genere, prima della pandemia, quindi dal 2019”. E ha passato la pandemia lì? “Sì, ho cercato di starci più tempo possibile, ma non è stato così facile, le frontiere erano chiuse e così via”.

 

Come si raggiunge l’isola? “Si vola a Spalato, o si va a Spalato in qualche modo, e poi si prende una barca. Non è lontano. Due ore”. Quindi tutto questo travaglio meraviglioso che ha messo in piedi stavolta ha ovviamente una profondissima ragione sentimentale. “Ovviamente”. Penso che – seguendo gli assunti della Sua retrospettiva allo Stedelijk del 2011, dal titolo “I will survive” – abbiamo più o meno seguito i tre tracciati che aveva indicato allora. Un percorso era “immagini in viaggio”. E penso che lo abbiamo attraversato. L’altro era “seguire i soldi”. E penso che ne abbiamo parlato un po’. E l’altro è “giocare il gioco”, e ci siamo addentrati anche qui, direi. “Perfetto”. E un velo torna a coprire gli occhi di entrambi.

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