Ritratto. Courtesy: Carlotta Manaigo
fauna d'arte
Il vagare di un'immagine e i materiali della storia per Linda Fregni Nagler
L'erranza della foto nella geografia e nella storia, fra i diversi condizionamenti culturali che ne condizionano la lettura: "La ripetibilità di un soggetto è la chiave della mia ricerca"
Nome e cognome: Linda Fregni Nagler
Luogo e anno di nascita: Stoccolma 1976
Gallerie di riferimento e contatti social: Galleria Monica De Cardenas, Milano | Vistamare, Pescara-Milano
Intervista
Intervista realizzata in collaborazione con Anna Setola
Quando un’immagine smette di essere documento e comincia a essere presenza?
Non so risponderti in generale, ma nel mio studio accade quando mi resta in testa, viene estratta dalla sua scatola, viene appesa, inizia a guardarmi, e io inizio a riferirmi a lei con un nomignolo, allora capisco che ha una sua forza, un potere, e deve essere vista da altre persone.
Quali sono i tuoi riferimenti visivi e teorici?
Mi interessano moltissimo i pittori che guardano alla fotografia per copiarla e trasformarla. Il Richter degli anni ‘60-’80, che traduce un errore fotografico (il mosso) in tecnica pittorica, utilizzandolo per cancellare i dettagli di riconoscibilità descrittiva dalle immagini e renderle universali. Da un punto di vista teorico, lo stesso Richter ha detto e scritto cose più interessanti (e più dure) sulla fotografia di qualsiasi critico o filosofo del settore nel secondo Novecento. Oppure David Hockney, che fotografa ossessivamente pezzi di realtà e poi dipinge un quadro sintetizzando centinaia di immagini scattate in tempi e luoghi diversi in un dipinto (una nuova immagine). E soprattutto Vija Celmins, con la sua pazienza da ragno tessitore e le sue riflessioni sul mero atto del guardare. Lo sguardo analitico di questi artisti contiene tutto: una riflessione sul tempo, sull’immagine, sulla tecnica, sulla mano, sull’uomo, sull’universo… Guardo molto l’Atlas Mnemosyne di Aby Warburg come idea di pensiero interdisciplinare e visuale, che più di un secolo fa ha aperto lo sguardo storico artistico a oggetti di uso quotidiano, dimostrando come le immagini possano viaggiare attraverso tempo e culture. È un’opera complessissima che resta ancora in gran parte avvolta nel mistero.
In che modo hai iniziato a fare l’artista?
Ho frequentato l’Accademia, ho studiato pittura (con scarsi risultati), e mi sono diplomata in storia del cinema. Poi i miei interessi mi hanno portata verso l’immagine fissa. Ho sempre saputo di voler fare quello, ma ho impiegato moltissimo tempo per capire come fare.
Che valore dai alla ripetizione e alla serialità quando costruisci un archivio?
Un valore altissimo! Spesso certe intuizioni sono quasi delle scommesse: trovo un’immagine strutturata in un certo modo e mi colpisce. Poi ne trovo un’altra molto simile. E allora scommetto con me stessa: se ne trovi una terza, hai trovato l’infrasottile! Mi appassiona molto il tema dell’erranza di un’immagine fotografica, del suo vagare nella geografia e nella storia, dei diversi condizionamenti culturali che ne condizionano la lettura. Per questo mi piace lavorare su materiali che hanno una storia, che hanno viaggiato e hanno perso la loro “casa” originaria. Questo aspetto coincide anche con il tema del motivo, come lo definiva Erwin Panofsky, fondatore dell’iconologia. La ripetibilità di un soggetto è la chiave della mia ricerca.
A che cosa stai lavorando?
Sto andando avanti con la serie che ho presentato in fieri alla GAM di Torino con il titolo Vater (Padre): una ricerca fotografica sul tema del Mensur, una forma di duello rituale che ha radici medievali, diffuso in Germania, Austria e Svizzera. Coinvolge due membri di confraternite universitarie ed è regolato da severi codici di condotta. È un duello che non prevede né vincitori né vinti, lo scopo è procurarsi delle cicatrici sul volto, che sono esibite come segno di distinzione sociale e morale, di appartenenza e cavalierato. La mia ricerca documenta un arco temporale che va dal 1892 al 1968, con l’aggiunta di due scatti contemporanei. Il Mensur è ancora oggi ampiamente praticato. Si contano ogni anno tra i millecinquecento e i duemila duelli solo in Germania. Uno dei suoi motti è: “Es bleibe beim Alten!” (Tutto resti com’era!). Ho sentito l’impellenza fortissima di mostrare questo corpus di immagini anche se non considero il lavoro finito: mi sembra che queste fotografie di uomini che ridono mentre il loro volto è deturpato dal sangue sia una perfetta metafora della violenza del momento storico che attraversiamo. Bisogna essere duri, passare prove di coraggio. Il presente si specchia nel passato, e “tutto resti com’era!”.
Com’è organizzata la tua giornata?
Non c’è una vera routine, ma se devo disegnare una giornata tipo, potrebbe essere così: mi sveglio presto, porto a scuola il mio bambino e, quando non insegno, vado in studio e ci resto tutto il giorno. Vedo molte persone e mi muovo spesso, quindi le giornate sono in realtà molto diverse tra loro.
In che modo il gesto del collezionare diventa un atto performativo nel tuo lavoro fotografico?
Non saprei… forse nella lentezza, nella pazienza, nella costanza, nella perseveranza. Non mi do mai limiti di tempo, per me le scadenze pressanti sono vere torture. E forse la lentezza oggi è una caratteristica tanto rara da sembrare un gesto performativo.
Qual è la funzione dell’arte oggi?
È un territorio di sperimentazione e rischio, che apre varchi, fa pensare, aiuta a leggere il mondo e se stessi, fa sognare, fa piangere, fa ridere, comunica con gli esseri umani in modo profondo e oscuro. Insomma, è completamente inutile.
Che cos’è per te lo studio d’artista?
È il luogo in cui sto bene anche quando sto malissimo.
Le opere
The Hidden Mother
2006 – 2013
997 ferrotipi, dagherrotipi, albumine e stampe su carta alla gelatina ai sali d’argento 112,4 × 152,6 × 900 cm
Courtesy Nouveau Musée National de Monaco, n. d’inventaire 2014.8.1
“…an erasure that allows what it obliterates to be read.” Jacques Derrida, Positions Chicago: University of Chicago Press, 1981
The Hidden Mother
2006 – 2013
997 ferrotipi, dagherrotipi, albumine e stampe su carta alla gelatina ai sali d’argento 112,4 × 152,6 × 900 cm
Courtesy Nouveau Musée National de Monaco, n. d’inventaire 2014.8.1
“The Hidden Mother is an act of love: an exercise in conservation, an attempt to retrace and preserve an entire iconographic universe, safeguarding images that would otherwise be doomed to oblivion.” Massimiliano Gioni, Mothers of Invention, in The Hidden Mother, MACK London 2013.
Photographie où Imprimerie à la Lumière
2017
Grafite su carta 57,5 x 50 cm
Courtesy Nouveau Musée National de Monaco
"J’ai déjà obtenu des traits, des formes, des contours en harmonie entr'eux, sans qu'ils soient faits par la main de l’homme"
Hercule Florence, Photographie où Imprimerie à la Lumière, 1833.
Autore sconosciuto [ANIM-018-ML] Old & New Friends at the Zoo, Cheetah 34 Trade Mark
Post 1860
Diapositiva alla gelatina ai sali d’argento su vetro 8 × 8 cm
Courtesy Linda Fregni Nagler Collection
"…come se cogliessimo una cecità che è anche nostra, quella zona d’ombra che riguarda ogni immagine…"
Luisella Farinotti, Quello che (non) si riesce a vedere
Untitled (Felix’s Dive)
2003
Stampa giclée, clip a farfalla 150x150 cm
Courtesy l’artista
"La vertigine è la voce del vuoto sotto di noi che ci attira, che ci alletta, è il desiderio di cadere, dal quale ci difendiamo con paura"
Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, 1982.
Vater
2025
20 stampe Risograph e litografiche, teche in cristallo 42 × 29 cm cad.
Courtesy l’artista
"Marked on the duelist’s face was his integration into German culture"
K. Hwang, “An Honorable Scar on the Face: A Scar Worthy of Satisfaction”, cit. in Dieter Roelstraete, Photography and/as the Mark of Cain in Linda Fregni Nagler Anger Pleasure Fear, Quodlibet, 2025
Dalla serie Pour commander à l’air, 2014
Daredevil
2014
Stampa ai sali d’argento su carta baritata 114,5 × 165,4 cm
Courtesy collezione privata, Piacenza
"…être plus fort, plus lourd que l'air pour commander à l’air”
Nadar, Quand j’étais photographe, 1900
Flower Seller (YS_FS_LFN_005)
2018
Stampa ai sali d’argento colorata a mano 118,3 x 153,3 cm
Courtesy collezione privata, Brescia
"A coloured photo makes you think of a horror and it normally is so, however Farsari knows how to colour…I realised that what he had painted was real…"
Rudyard Kipling, 1889
Dalla serie Playgrounds, 2005 – in corso
Atlantide (Metaponto, Matera)
2006
Stampa ai sali d’argento su carta baritata 72 x 90 cm
Courtesy l’artista e Vistamare, Milano-Pescara
"They said, You have a blue guitar, You do not play things as they are.”; “There’s no such thing as things as they are"
David Hockney on this poem in HOCKNEY, 2014, by Randall Wright, quoting Wallace Stevens The Man with the Blue Guitar, 1937
Da Things that Death Cannot Destroy, 2010 – in corso
Performance per lanterne magiche e voce
Autore sconosciuto
[ETN-053-ML] Libian woman with sewing machine.
Post 1860
Diapositiva alla gelatina ai sali d’argento su vetro
8 x 10 cm
Autore sconosciuto
[NATHIST-009-ML] Department of Public Education.
Post 1860
Diapositiva alla gelatina ai sali d’argento su vetro
8 x 10 cm
Collezione Linda Fregni Nagler
"Bello come l’incontro casuale di una macchina per cucire e di un ombrello su un tavolo operatorio"
Comte de Lautréamont, Les Chants de Maldoror, 1868-69