Il Foglio Ai
Le parole che sarebbero servite alla premier dopo la sconfitta: meno alibi, meno propaganda, più verità
Il referendum perso poteva diventare l’occasione per un discorso diverso: riconoscere la sconfitta senza rinunciare alla propria linea. Ma nella politica italiana ammettere di aver perso resta ancora l’atto più difficile. Qualche consiglio dal Foglio Ai
Questo non è il discorso di Giorgia Meloni. Perché la politica italiana, quando perde, preferisce quasi sempre rifugiarsi in tre comode scorciatoie: dare la colpa a qualcuno, minimizzare il risultato, oppure fare finta di niente e cambiare argomento. E però questo, se Meloni avesse voluto davvero mostrare forza, maturità e ambizione, è il discorso che avrebbe dovuto fare. Avrebbe dovuto dire così: “Gli italiani hanno parlato, e quando il popolo decide, in democrazia, non si cercano scuse. Si ascolta, si prende atto e si va avanti. Noi questo referendum lo abbiamo perso. Lo dico con chiarezza, senza girarci intorno. Abbiamo chiesto agli italiani di accompagnarci in una battaglia che consideravamo giusta, necessaria, coraggiosa. Gli italiani hanno scelto diversamente. E il primo dovere di chi governa è rispettare quel verdetto”.
Testo realizzato con AI
Avrebbe dovuto dire: abbiamo perso. Punto. Perché solo da lì può ripartire un discorso serio. E poi dovrebbe aggiungere una cosa ancora più importante: “Rispetto non significa abiura. Una sconfitta politica non è una resa morale. Il fatto che una riforma venga bocciata non significa che il problema non esista. Significa che noi non siamo riusciti a convincere abbastanza. E questa responsabilità, prima di tutto, è mia”. Ecco: questo è esattamente il passaggio che avrebbe dovuto fare e che non ha fatto. Perché assumersi il peso di una sconfitta è difficile. E’ molto più facile evocare i nemici, le corporazioni, le manipolazioni, il sabotaggio, i professionisti del no. Ma un leader vero, quando perde, non si nasconde dietro il catalogo degli avversari. Guarda in faccia il risultato. Meloni avrebbe potuto poi dire un’altra verità semplice: “Non aspettatevi da noi un arretramento. Non aspettatevi che il centrodestra, dopo questa sconfitta, diventi più timido, più prudente, più immobile. Sarebbe la lezione sbagliata. Noi non siamo nati per galleggiare, ma per affrontare i nodi irrisolti dell’Italia. E continueremo a farlo”. Questo avrebbe dovuto dire, e non lo ha detto fino in fondo, per una ragione molto italiana: da noi si pensa ancora che riconoscere una sconfitta con franchezza equivalga a indebolirsi. In realtà è vero il contrario. Ci si indebolisce quando si finge che nulla sia accaduto. Ci si rafforza quando si dimostra di avere abbastanza spina dorsale da chiamare le cose con il loro nome. Il punto, in fondo, è tutto qui. Meloni avrebbe dovuto usare una sconfitta per alzare il livello del suo linguaggio politico. Avrebbe dovuto dire: non abbiamo cambiato idea, ma abbiamo capito che non basta avere ragione nel merito; bisogna saper convincere nel metodo. Avrebbe dovuto dire: continueremo le nostre battaglie, ma con più umiltà, più precisione, più capacità di parlare anche a chi non è già con noi. Questo sarebbe stato il discorso giusto. Questo sarebbe stato il discorso utile. Questo sarebbe stato il discorso forte. Ed è proprio per questo che non è stato fatto. Perché la politica contemporanea premia quasi sempre la recita della forza, non la sua sostanza.