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La sconfitta di Meloni, il successo vigilato di Schlein
Il referendum segna un limite politico per Giorgia Meloni e offre una vittoria all’opposizione, ma il risultato apre soprattutto una nuova partita: trasformare il voto contro una riforma in consenso stabile di governo
C’è un modo sobrio per leggere la sconfitta di Giorgia Meloni al referendum, ed è probabilmente il più utile. Non serve gridare al crollo del governo, non serve evocare svolte di sistema, non serve immaginare che un voto popolare su una riforma si traduca automaticamente in una prefigurazione delle prossime politiche. Ma non serve neppure minimizzare. Perché una sconfitta così, per una presidente del Consiglio che aveva investito sulla riforma della giustizia una quota importante della propria identità politica, è una sconfitta vera.
Testo realizzato con AI
Per Meloni la questione non è soltanto il merito della riforma bocciata. E’ il limite che il voto segnala. Finché si vince, tutto appare come conferma: della linea, del metodo, del gruppo dirigente, persino delle rigidità. Quando si perde, invece, le domande che prima sembravano sofismi diventano problemi. Il centrodestra ha mostrato crepe di mobilitazione, difficoltà a parlare oltre il proprio recinto, fatica a trasformare una battaglia identitaria in una causa nazionale. La sfida di Meloni, da oggi, è doppia. La prima è politica: impedire che il referendum diventi il racconto fondativo della sua vulnerabilità. La seconda è strategica: capire se insistere sullo schema della polarizzazione permanente o se tornare a occupare con più intelligenza il centro del campo, dove si vincono le elezioni vere. Ma sarebbe un errore speculare, da parte del centrosinistra, scambiare questa vittoria per una soluzione. Elly Schlein ha motivo di rivendicare il risultato: il No ha tenuto insieme mondi diversi, ha rimesso in moto elettorati tiepidi, ha dato all’opposizione un oggetto politico riconoscibile. Dopo mesi in cui il centrosinistra sembrava parlare soprattutto a sé stesso, è riuscito a parlare anche al paese. Non è poco. Anzi, è il primo dato serio che va registrato. E però, proprio qui comincia il problema di Schlein. Perché il voto che unisce contro non coincide automaticamente con il voto che unisce per governare. Dentro il No ci sono culture, interessi, paure, linguaggi molto diversi. Portare tutti al seggio contro una riforma è una cosa. Tenerli insieme su politica estera, politica industriale, fisco, lavoro, energia, Europa, leadership, è un’altra faccenda. Ed è qui che Giuseppe Conte torna centrale. Perché il leader del M5s ha già fatto capire, persino rilanciando il tema delle primarie aperte, che non intende fare il comprimario di una foto di famiglia altrui. Vuole capitalizzare il successo, intestarsi il sentimento anti-governativo più netto, presentarsi come l’interprete più autentico della “primavera” evocata a caldo. Schlein dovrà stare attenta proprio a questo: a non confondere l’unità tattica con la gerarchia strategica. Se non riuscirà a trasformare la vittoria del No in una proposta di governo credibile, coerente, perfino rassicurante, il rischio è che il tesoretto referendario si disperda e che a incassarlo, almeno in parte, sia Conte.
Il dubbio, insomma, è tutto qui. Una maggioranza di italiani ha espresso un voto negativo su una riforma e, in controluce, sul governo. Ma alle politiche non si chiede agli elettori soltanto chi vogliono fermare. Si chiede chi vogliono scegliere. Tra il voto contrario e il voto favorevole c’è in mezzo la strada più difficile della politica: costruire fiducia, non solo protesta. Meloni ora sa di poter perdere. Schlein ora sa che vincere contro non basta ancora a vincere per.