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Quello che non vogliamo vedere quando parliamo di violenza in Iran
Volti colpiti frontalmente, toraci perforati da proiettili di grosso calibro, organi vitali centrati con precisione. Cosa raccontano le radiografie dei manifestanti colpiti
C’è una differenza tra sapere e vedere. Da anni sappiamo che in Iran la repressione delle proteste è brutale. Lo abbiamo letto nei comunicati delle organizzazioni per i diritti umani, lo abbiamo ascoltato nei racconti dei dissidenti, lo abbiamo intravisto nei video girati con i telefoni. Ma vedere è un’altra cosa. Vedere significa osservare una radiografia in scala di grigi in cui decine di piccoli punti bianchi – pallini di metallo – punteggiano un volto come una costellazione. Vedere significa capire che quei puntini non sono metafore: sono proiettili entrati negli occhi, nel cervello, nei polmoni.
Testo realizzato con AI
L’inchiesta del Guardian, basata su oltre 75 serie di radiografie e Tac provenienti da un ospedale di una grande città iraniana, mostra ciò che il linguaggio diplomatico tende a smussare: la sistematicità della violenza. Non si tratta solo di persone ferite durante scontri di piazza. Le immagini rivelano uno schema. Volti colpiti frontalmente. Toraci perforati da proiettili di grosso calibro. Inguini devastati da centinaia di pallini. Organi vitali centrati con precisione.
Un radiologo che ha analizzato le scansioni parla di “situazione di vittime di massa” anche per ospedali occidentali di grandi dimensioni. Una specialista americana di medicina d’urgenza definisce “scioccante” l’uso di munizioni vere contro così tante persone. Un esperto di balistica riconosce proiettili compatibili con fucili d’assalto come l’AK-47. Non è un incidente. Non è un errore. E’ una scelta.
Quello che non vogliamo vedere è proprio questo: la deliberazione. Il fatto che il bersaglio non sia solo il corpo, ma la possibilità di vivere una vita normale dopo la protesta. Colpire un occhio significa produrre cecità permanente. Colpire i genitali significa generare infertilità, impotenza, incontinenza. Colpire il torace con proiettili ad alta velocità significa uccidere o lasciare cicatrici irreversibili. E’ una pedagogia del terrore. Non ti elimino soltanto: ti segno per sempre.
Molte delle immagini mostrano giovani, donne, perfino adolescenti. Una ragazza di 14 anni, secondo il racconto di un medico, ha perso un occhio. Una donna colpita all’inguine presenta quasi 200 pallini disseminati nella zona pelvica. In un altro caso, oltre 170 sfere metalliche sono concentrate in una sola cavità toracica, segno di uno sparo a distanza ravvicinata. Gli esperti spiegano che questo tipo di lesioni è “il genere di ferite che si vede in tempo di guerra”. Ma qui non siamo su un fronte militare internazionale. Siamo in una città, in mezzo a manifestanti e passanti.
Eppure, nel dibattito pubblico occidentale, la violenza in Iran tende a diventare astrazione. “Repressione”, “tensione”, “scontri”. Parole che anestetizzano. Le radiografie, invece, non permettono anestesia. Non c’è retorica nel profilo di un cranio attraversato da decine di frammenti metallici. Non c’è propaganda nella traccia netta di un proiettile che frantuma un femore.
Quello che non vogliamo vedere è anche la responsabilità. Perché se la violenza è deliberata, allora chi la esercita sa esattamente cosa sta facendo. Non è un uso sproporzionato della forza in un momento di panico. E’ una strategia. I medici parlano di uno “schema ricorrente” di ferite che suggerisce l’intenzione di causare disabilità permanente. Colpire occhi e cuore non è casuale. E’ simbolico. E’ politico.
Guardare queste immagini significa anche riconoscere che la repressione non è un capitolo chiuso del 2022, delle proteste “Donne, vita, libertà”. E’ un metodo che continua. E mentre discutiamo di equilibri geopolitici, di sanzioni, di negoziati sul nucleare, in una sala di pronto soccorso qualcuno tenta di salvare un ragazzo con un proiettile conficcato nel collo, la trachea spinta di lato dal gonfiore e dal sangue.
Non vogliamo vedere perché vedere obbliga a prendere posizione. Se accettiamo che la violenza sia sistematica e mirata, allora non possiamo più rifugiarci nell’equidistanza. Non possiamo parlare di “entrambe le parti” quando una parte dispone di fucili d’assalto e l’altra di cartelli e slogan. Non possiamo ridurre tutto a una questione di ordine pubblico.
Le radiografie ci ricordano che la politica, quando diventa repressione, passa attraverso il corpo. Attraverso occhi che non vedranno più, polmoni che respireranno con fatica, giovani vite segnate da cicatrici permanenti. Quello che non vogliamo vedere è che la violenza in Iran non è solo una notizia estera. E’ una domanda rivolta anche a noi: fino a che punto siamo disposti a guardare davvero?