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Mattarella e il referendum: la riforma come antidoto alla “difesa corporativa”

Indipendenza sacra, ma prassi del Csm riformabili: stop a correnti, scambi e autoconservazione. Le sue parole indicano la vera sfida: più credibilità, terzietà e rigore disciplinare

C’è una tentazione, nel dibattito referendario sulla giustizia, che si ripresenta puntuale: usare Mattarella come clava. Da una parte per dire “guai a toccare il Csm”, dall’altra per rispondere “vedete? persino il Colle ammette che così non va”. Eppure, se si prendono sul serio le parole pronunciate dal presidente negli anni, lo spunto più utile è un altro: Mattarella distingue sempre tra l’indipendenza della magistratura (intangibile) e le forme storiche con cui il suo autogoverno è stato gestito (riformabili, anzi da riformare).

 


Testo realizzato con AI


 

Il filo rosso è netto. L’indipendenza non è un privilegio di categoria: è una garanzia per i cittadini. Quando Mattarella insiste che la credibilità dell’ordine giudiziario è “indispensabile al sistema costituzionale”, sta dicendo una cosa politicamente scomoda per tutti: la magistratura non può difendersi solo rivendicando autonomia; deve meritarsela, ogni giorno, con comportamenti, trasparenza, sobrietà. Nel lessico del presidente ricorre un’espressione che oggi suona come una nota a piè di pagina dimenticata: il Csm non deve mai “cedere ad una sterile difesa corporativa”. Difendere il Csm come presidio costituzionale non significa difendere le prassi, gli scambi, le appartenenze, la tentazione di trasformare l’autogoverno in autoconservazione. Quando Mattarella chiede una riforma capace di “sradicare accordi e prassi elusive” e di non farsi “condizionare dalle appartenenze”, sta fotografando il problema politico che il referendum porta in piazza: come ridurre il peso delle correnti e dei meccanismi che hanno prodotto sfiducia.

 

Da qui discende un primo spunto: chi oggi dice “non si può cambiare nulla perché c’è Mattarella” sta usando Mattarella contro Mattarella. Il referendum, piaccia o no, nasce dentro questa crepa: non contro la Costituzione, ma dentro l’esigenza di rendere credibile ciò che la Costituzione affida alla magistratura. Secondo spunto: la terzietà non è uno slogan, è un’ossessione costituzionale. Mattarella richiama spesso che la “soggezione del giudice soltanto alla legge” è la garanzia che regge l’uguaglianza e la dignità delle persone. Questa insistenza parla al tema della separazione delle carriere in modo più intelligente delle tifoserie: la domanda non è “chi comanda il Pm”, ma come rendere più riconoscibile – agli occhi dei cittadini – la distinzione tra chi accusa e chi giudica, senza intaccare autonomia e indipendenza. Nelle sue parole c’è un criterio: ogni riforma è legittima se rafforza la fiducia nella funzione, non se alimenta sospetti di arbitrio o di politicizzazione.

 

Terzo spunto: disciplina e responsabilità. Mattarella definisce la funzione disciplinare “cruciale” e chiede “celerità” e “rigore”. Qui il referendum sull’Alta corte disciplinare trova un terreno di confronto serio: non “punire i magistrati” (caricatura), ma rendere credibile l’idea che le regole valgono anche per chi amministra giustizia, con procedure che non siano percepite come autoreferenziali o lente al punto da diventare impunità di fatto. Mattarella non offre alibi per non cambiare, né scorciatoie per cambiare male. Offre un metro. Un referendum sulla giustizia, per essere all’altezza, dovrebbe misurarsi su quel metro: meno retorica identitaria (pro o contro i magistrati), più ossessione per la credibilità delle istituzioni.