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Le ragioni dell'ottimismo. Il Panetta da conservare
Il discorso pronunciato a Venezia, al Congresso Assiom Forex, dal governatore della Banca d’Italia merita di essere conservato. Non perché ignori le fragilità del momento, ma perché le colloca dentro un quadro meno apocalittico di quello che domina il racconto pubblico Realismo, non fatalismo
Fabio Panetta non è un opinionista, non è un politico, non è un editorialista ottimista per vocazione. E’ il governatore della Banca d’Italia, già membro del Comitato esecutivo della Bce, un tecnico che pesa le parole e che per mestiere deve vedere prima di tutto i rischi. Quando parla di economia globale, lo fa davanti a platee di operatori finanziari, non di tifosi. Per questo il discorso pronunciato il 21 febbraio 2026 a Venezia, al Congresso Assiom Forex – l’appuntamento annuale che riunisce banchieri, investitori, analisti – merita di essere conservato. Non perché ignori le fragilità del momento, ma perché le colloca dentro un quadro meno apocalittico di quello che domina il racconto pubblico.
Testo realizzato con AI
Il contesto è noto: guerra in Ucraina ancora aperta, tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, frammentazione geopolitica, mercati nervosi. Eppure Panetta parte da un dato che spiazza: nel 2025 il pil mondiale è cresciuto del 3,3 per cento, mezzo punto sopra le previsioni. Non è una crescita drogata o marginale: è una crescita robusta in un anno che avrebbe dovuto essere, secondo molte narrazioni, l’anno del rallentamento globale. A sostenere questa dinamica è stato soprattutto il ciclo dell’intelligenza artificiale. La costruzione dei data center, gli investimenti in hardware, software, infrastrutture energetiche hanno alimentato produzione e commercio. Negli Stati Uniti la crescita si è mantenuta sopra il 3 per cento; in Europa gli investimenti, specie nei beni intangibili, hanno dato segnali incoraggianti. Secondo elemento: l’inflazione. Nell’area dell’euro è scesa all’1,7 per cento e le proiezioni la vedono stabilizzarsi attorno al 2 per cento. Dopo lo choc del 2022, quando il picco aveva superato il 10 per cento, il ritorno verso l’obiettivo non era affatto scontato. Le banche centrali hanno stretto, poi allentato, senza provocare la recessione temuta. La stabilità dei prezzi non è saltata.
Terzo punto: il commercio internazionale. Nonostante i dazi, nel 2025 gli scambi globali sono cresciuti del 4 per cento, più del pil mondiale. Non stiamo assistendo a una chiusura del mondo, ma a una sua riorganizzazione. Le catene del valore si spostano, si diversificano, si frammentano per blocchi geopolitici, ma non si dissolvono. Panetta non è ingenuo. Ricorda le vulnerabilità finanziarie, l’elevato debito pubblico, i rischi di correzioni nei mercati, la competizione strategica tra potenze. Ma rifiuta l’idea che la frammentazione sia destino e che l’apertura sia finita. Il passaggio che vale la pena conservare è questo: l’apertura non è debolezza, ma lungimiranza. E’ un invito al realismo attivo. L’Europa, osserva, ha fondamenta solide: mercato interno, risparmio, capitale umano, stato di diritto. Il problema non è l’assenza di risorse, ma la difficoltà a mobilitarle. Servono decisioni comuni, un mercato dei capitali integrato, strumenti condivisi per finanziare beni pubblici europei. Non fatalismo, ma capacità di agire. In un tempo in cui l’industria del rancore prospera sulla convinzione che tutto stia andando a rotoli, Panetta ricorda una verità semplice: anche in un mondo più conflittuale, la crescita è possibile, l’innovazione avanza, l’adattamento funziona. Non è ottimismo ingenuo. E’ la constatazione che la storia economica non è scritta solo dalle crisi, ma anche dalla capacità di attraversarle.